Il linguaggio politico di Trump può funzionare?

Donald Trump Gives Speech On Presidential Election In New York

La vittoria di Trump era completamente inaspettata. La mattina del 9 novembre, appena svegliati, abbiamo acceso la tv o il telefono e SBAM!, ci siamo ritrovati davanti quella faccia arancione. Donald Trump nuovo presidente degli Stati Uniti. La meno peggio ha aperto le porte al peggio del peggio. Complimenti America, il mondo ringrazia.

Ci siamo tutti stupiti con Trump, ma ci è accaduto lo stesso con la Brexit nel Regno Unito o, in un principio, con il Movimento 5 Stelle in Italia. Che succede esattamente? I sondaggisti non sanno più fare il loro mestiere? Beh, no, è solo quel fenomeno che si chiama spirale del silenzio.

La spirale del silenzio è quel caso che vede una parte della popolazione percepire la propria opinione come minoritaria e quindi non esprimerla pubblicamente. La spirale del silenzio, scrive Noelle Neumann, indica uno spostamento di opinione nato dal fatto che un gruppo «appare più forte di quanto non sia in realtà, mentre coloro che hanno l’opinione diversa appaiono più deboli di quanto non siano effettivamente. Il risultato è un’illusione ottica o acustica riguardante la situazione effettiva della maggioranza, la bilancia del potere». In pratica, se ci sentiamo minoritari non diciamo mai la verità e, inoltre, si viene a credere ciò che si pensa che gli altri credano.

E i mass media e i social networks? Non c’è dubbio che televisione e Internet contribuiscano ad accelerare questo processo, amplificando alcune opinioni e facendole circolare molto più velocemente di altre, fino a occultarle o a farle apparire irrisorie.

Analizzando la comunicazione di Trump è lecito chiedersi: può funzionare? Sì, e per diversi motivi. Eccone almeno tre:

Dialettica del padre forte: spesso Trump esaspera il caso particolare per imporre la sua (personale e imprecisa) visione del mondo (se ad esempio i media raccontano di un musulmano violento, allora Trump dice che tutti i musulmani sono violenti). In questo modo l’elettorato reagirà alla paura indotta con la ricerca di un uomo determinato e autoritario, un “padre di famiglia” in grado di proteggere tutti i suoi cari e, con essi, tutti i cittadini di un’intera nazione. D’altronde lo ha ripetuto all’infinito: «Defense of country is a family affair».

Utilizzo tattico delle parole: quando può, Trump associa le parole “radicale” e “terrorista” alla parola “islamico” o quando parla di Hillary Clinton la associa alle parole “disonesta” e “corrotta”. In questo modo crea una logica conflittuale in cui l’evento è sempre il racconto di un soggetto e di un anti-soggetto che gli si oppone: tutto si riduce a una contrapposizione elementare “noi” (buoni) VS “loro” (cattivi), una continua dicotomia che porta il lettore a schierarsi da una parte piuttosto che un’altra e costruisce la scelta tra l’uno o l’altro campo non solo come semplice, ma come logica, inevitabile.

Tutti pensano all’elefante (arancione): come consiglia George Lakoff nel saggio Non pensare all’elefante, non bisogna accettare il linguaggio e i frame dell’avversario, sennò si contribuisce a rafforzare il suo punto di vista. «Essere attivi, non reattivi. Giocare all’attacco, non in difesa», dice. «Cercate di modificare i frame, ogni giorno, su tutti i problemi. Non limitatevi a dire quello che pensate. Usate i vostri frame, non i loro, perché corrispondono ai valori in cui credete». Trump è stato in grado di creare un frame per cui i suoi avversari politici utilizzano il suo stesso linguaggio facendo sì che si crei un effetto di doppia attivazione neurale del frame originario sul destinatario: la ripetizione del concetto utilizzando le stesse parole dell’avversario politico rafforzerà le idee dei conservatori, ma anche quelle dei progressisti che si sentono vicini a quel determinato tema.

E allora viene spontanea una domanda: l’uso di meccanismi cerebrali delle persone per scopi di comunicazione è necessariamente immorale? No. Ma solo se i valori vengono messi al primo posto. Il linguaggio politico e le strategie comunicative sono certamente importanti, ma sono sempre supportati dai valori e dai principi che si cerca di veicolare. Ribadiamolo: valori e principi. Non bugie.

Siamo tutti Charlie Hebdo con i morti degli altri

charlie-hebdo-terremoto

Charlie Hebdo con la sua ultima vignetta dedicata al terremoto che ha colpito il Centro Italia torna a dividere l’opinione pubblica. E se dopo l’attentato alla redazione del giornale tutti si autodichiaravano Charlie (#JesuisCharlie), adesso che si toccano i morti italiani, il web si indigna per quella che viene definita da molti un’offesa alle vittime del sisma. Siamo tutti Charlie Hebdo con i morti degli altri, verrebbe da dire.

La vignetta è stata definita “orrenda”, “disgustosa”, “oscena”, “irritante”, “offensiva” e “di cattivo gusto”. Ma prima di tutto bisogna fare chiarezza su una cosa importantissima, basilare: la satira non prevede il buon gusto. Va contro la morale comune, è esagerazione, paradosso. La satira non deve far ridere per forza. La satira deve far riflettere. Deve sconvolgere. Questa è la sua missione.

La vignetta non attacca i morti schiacciati sotto le macerie, no. La satira non si prende beffa dei più deboli, la satira attacca i poteri forti. In questo caso, la vignetta dal forte impatto emotivo veicola un messaggio profondo: “quelli che vedete sotto le macerie non sono i morti del terremoto, sono i morti dell’Italia stessa, dell’incuria del vostro Paese, della mancata prevenzione sismica e messa in sicurezza degli edifici”. Perché, certo, un terremoto non si può prevedere, ma i suoi danni si possono (anzi, si devono) limitare.

Se poi la vignetta sia realmente riuscita a veicolare i messaggi che aveva l’obiettivo di proporre è un altro discorso. E probabilmente, viste le numerose reazioni negative, non ci è riuscita. Ma la satira è questa, ribadiamolo, sconvolgente, a volte disgustosa e soprattutto non ha la pretesa di arrivare a tutti. La satira o si accetta o non si accetta. E allora invece di indignarsi sui social per Charlie Hebdo è meglio riflettere perché è accaduto questo di nuovo, cosa non ha funzionato, quali meccanismi hanno fallito.

Detto questo, un’ultima riflessione: la libertà di satira è sacrosanta e ci obbliga ogni volta a confrontarci con i modelli di pensiero della nostra società. Solo una società che difende la libertà di espressione è una società libera. Ecco perché dovremmo essere tutti Charlie ancora una volta.

È tutta questione di storytelling (e Obama lo sa bene)

C’era una volta il racconto, poi è nata l’arte del raccontare. Lo storytelling viene utilizzato soprattutto da chi ha come obiettivo il comunicare qualcosa o, nel peggiore dei casi, vuole controllare le opinioni altrui. È una tecnica che ha invaso tutti i settori della nostra società, dalla pubblicità alla politica, perché narrare significa “far conoscere”. Come dice Roland Barthes, «il racconto è come la vita».

Come sempre, un esempio di comunicazione politica efficace ci arriva dall’oltreoceano, da Barack Obama, durante il suo discorso ai laureandi della Rutgers University, nel New Jersey (QUI il video e QUI la trascrizione). Un discorso accorato, ricco di stimoli e di significati. Uno speech con uno storytelling avvincente con le seguenti caratteristiche:

– favorisce la connessione emotiva tra chi parla e chi ascolta;
– permette di comprendere anche i passaggi più complessi;
– chiama all’azione (call to action);
– attiva e motiva il pubblico;
– porta il pubblico ad occuparsi della causa (caring of);
– rende il pubblico consapevole;
– favorisce la cooperazione;
– contiene messaggi dal forte significato politico ed emotivo
– sono presenti storie che raccontano identità e trasmettono valori;
– sono presenti storie che incorporano conoscenze tacite;
– è presente una buona dose di ironia.

È un discorso ben strutturato in grado di far comprendere bene i contenuti e le opportunità di attivazione del pubblico. Il discorso, intriso di storie, consigli, aneddoti e anche un po’ di ironia, tocca diversi punti: dai Padri Fondatori al surriscaldamento globale, dal tema della salute alla difesa dei fatti e della scienza contro una cultura che fa della menzogna e dell’ignoranza un vanto.

In politics and in life, ignorance is not a virtue.
It’s not cool to not know what you’re talking about.

Obama

Poi, siccome il discorso è rivolto a giovani studenti, cita persino una canzone di Bruce Springsteen che invita a non sprecare tempo, a non stare fermi ad aspettare “il momento giusto”.

A guy named Bruce Springsteen, once sang:
They spend their lives waiting for a moment that just don’t come”.
Don’t let that be you. Don’t waste your time waiting.

Obama non menziona mai il suo antagonista repubblicano direttamente anche se «il mondo è interconnesso», dice, «non abbiamo bisogno di muri, dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri e non sollevare il ponte levatoio e cercare di spingere il resto del mondo fuori», alludendo alla proposta di Donald Trump di costruire un muro tra i confini di Stati Uniti e Messico.

The world is more interconnected than ever before
and it’s becoming more connected every day.
Building walls won’t change that.

Poi invita all’azione incitando gli studenti ad andare a votare, perché è importante avere fiducia nella democrazia e perché i cambiamenti avvengono sempre grazie a semplici cittadini che si interessano e partecipano nel processo politico.

Have faith in democracy.  Look, I know it’s not always pretty.
Really, I know. I’ve been living it.
But it’s how, bit by bit, generation by generation,
we have made progress in this nation.

Infine, come ripete sempre alle sue figlie (ecco l’efficace storytelling personale), consiglia agli studenti di non perdere mai le speranze, di non scoraggiarsi, di provarci sempre, di puntare sempre al meglio. Non importa raggiungere la perfezione, dice, ma il successo, grande o piccolo che sia, perché è così che si realizza il progresso in una società e, in generale, nella vita.

 I always tell my daughters, you know, better is good.
It may not be perfect, it may not be great, but it’s good.
That’s how progress happens, in societies and in our own lives.

Ricordiamo infine che lo storytelling non funziona in assenza di contenuti, ovvero raccontare storie senza fatti comprovati e contenuti interessanti è un boomerang e gli effetti nell’audience si esauriscono in poche ore e in qualche titolo di giornale. Lo storytelling senza storie è inutile, se non dannoso. Invece un discorso con uno storytelling efficace significa parlare lo stesso linguaggio degli elettori (e non quello degli eletti), significa creare una connessione emotiva con il pubblico ponendosi sul suo stesso piano. È un metodo convincente per trasformare i punti di debolezza in punti di forza, fragilità biografiche o politiche in valori positivi.

Insomma, Obama riesce sempre a proporre racconti che colpiscono, che provocano sentimenti, a esprimere principi e posizioni in modo da sintonizzarsi con il proprio elettorato e condividere con questo tutti i valori della tradizione americana.

Dopo le elezioni presidenziali di novembre Obama ci lascerà, o meglio, lascerà la Casa Bianca, perché quando un presidente lascia il potere, dopo una sconfitta o, come in questo caso, alla fine del suo mandato, «occupa spesso gli anni successivi ad assicurarsi che la propria versione della presidenza corrisponda a quella che sarà ricordata dalla Storia. Senza una storia giusta non c’è né potere né gloria».

Analisi semiotica di una società in preda alla paura

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Di fronte agli ultimi tragici avvenimenti è inevitabile negare la paura. Quella paura che ci attanaglia, che non ci permette di uscire fuori di casa tranquilli. Quella paura che ci fa pensare “avrei potuto essere io”. Quella umana paura di morire. È quindi interessante studiare i meccanismi semiotici che si attivano in una società in preda alla paura.

Ma prima una premessa sulla politica mediatica dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, meglio noto con l’acronimo ISIS. L’ISIS è fortemente collegata al mondo del marketing, in quanto utilizza strategie comunicative di fidelizzazione (proprio come una marca fa con i suoi stakeholders) a fini bellici. Ci troviamo di fonte a un’organizzazione terrorista dotata di un’efficiente media-factory che, di anno in anno, vanta un sempre maggior numero di conversioni all’Islam e di giovani, di tutte le nazionalità, che scelgono di sacrificare la loro vita e partire per la jihad, la guerra santa.

Già dagli anni Novanta con Al Qaeda, lo sforzo mediatico dello Stato Islamico è stato notevole e oggi vanta di diversi prodotti multimediali per diffondere l’ideologia e per reclutare nuovi combattenti (video, telegiornali, riviste di propaganda, spot pubblicitari, documentari). Tutto viene poi caricato, condiviso, postato e twittato sul web. Si forma così una grande “fabbrica del consenso”, ossia un sistema di propaganda estremamente efficace per il controllo e la manipolazione dell’opinione pubblica.

Tornando in campo semiotico, si può affermare che l’analisi delle passioni è un concetto molto studiato in questa disciplina e soprattutto la paura rappresenta un importante argomento di indagine poiché è collegato alla presenza dell’altro, l’alieno, l’estraneo, il forestiero, ossia di colui che è esterno al sistema e che irrompe nel consueto. Ogni cultura crea il proprio sistema di “emarginati”, cioè di coloro che non si inscrivono all’interno di quella data cultura. Il primo tratto caratteristico della paura è infatti proprio la sua minoritarietà: la paura fa immaginare il nemico come una minoranza collettiva pericolosa.

Come spiega Lotman, esaminando una società vittima della paura di massa, si possono distinguere due casi:

1) La società è minacciata da un pericolo evidente a tutti (per esempio un’epidemia, una guerra o l’intimidazione dell’uso di armi di distruzione di massa da parte di una nazione). In questo caso, la fonte del pericolo è chiara, la paura ha un destinatario “reale”.
2) La società è in preda a un attacco di paura di cui ignora le reali cause. In questa situazione sorgono destinatari mistificati, costruiti semioticamente: non è la minaccia che suscita paura, ma la paura che crea la minaccia. Oggetto della paura è una costruzione sociale, è la nascita di codici semiotici con l’aiuto dei quali la società in questione codifica se stessa e il mondo che la circonda.

Ho ripreso lo Schema Narrativo Canonico di Greimas per definire gli attanti narrativi nella guerra contro l’ISIS:

Soggetto: ISIS
Destinante: Allah
Anti-soggetto: tutti gli infedeli
Oggetto del desiderio: diffondere la religione, convertire e arruolare tutti gli infedeli
Opponenti: soldati nemici sul fronte di guerra e media occidentali
Aiutanti: mujaheddin (combattenti impegnati nella guerra santa)

guerra-isis

Credits to nytimes.com

Conosciamo quindi tutti gli attanti della storia, ma non conosciamo l’atto della Performanza, ovvero la fase in cui il soggetto passa all’azione per compiere la sua missione (o Programma Narrativo), perché sempre imprevedibile: la sicurezza totale è un’utopia, qualsiasi attacco terroristico può avvenire in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi momento e, nonostante l’accrescimento dei sistemi di controllo, è difficile essere preparati e impedire la tragedia. Ecco allora che la paura si diffonde a macchia d’olio creando una potenziale minaccia.

Inoltre, è totalmente inutile negare la paura. Prima di tutto perché c’è, è naturale, è un sentimento presente in ognuno di noi. E poi perché, ponendosi in un’ottica semiotica, dire “io non ho paura” (vedi la foto di Salvini ad esempio) vuol dire porre al centro della comunicazione proprio il tema della paura, cioè significa far riferimento proprio a ciò che si sta cercando di negare. E allora l’unica alternativa è quella di accettare e riconoscere la paura, poi cercare di trovare soluzioni positive: lo sciacallaggio e le strumentalizzazioni del tema portano solo a pensieri illogici come “tutti i musulmani sono potenziali terroristi”. Questo alimenta terrore, odio, ignoranza e intolleranza. E trasformare la paura in intolleranza significa darla vinta ai nemici.

Breaking news, tra informazione e manipolazione

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Quando avvengono avvenimenti tragici o di grande rilievo, l’informazione istantanea (con le cosiddette breaking news) svolge un ruolo importantissimo, perché tutti vogliono sapere, tutti hanno sete di notizie ora per ora, minuto per minuto. I mass media sono quindi i nostri principali referenti, sono coloro che selezionano e filtrano notizie, opinioni e immagini con la convinzione di essere imparziali e obiettivi. Ma purtroppo non sempre è così e, soprattutto subito dopo un fatto tragico di grandi proporzioni, l’informazione può essere distorta, spettacolarizzata o incorretta.

«Nell’era dell’informazione istantanea, le dicerie sono la realtà», scriveva Marshall McLuhan mezzo secolo fa. D’altronde, la natura fluida delle breaking news è amplificata dai social network, cassa di risonanza della notizia stessa: è dunque compito degli utenti riuscire a dividere le notizie giuste da quelle sbagliate, le foto vere dalle foto ritoccate, i fatti nuovi da quelli vecchi.

Il sito web On the media ha scritto un manuale di sopravvivenza alle breaking news di eventi di portata globale. Da leggere, stampare e attaccare alla parete.

  • Subito dopo l’evento, i mass media faranno degli errori;

  • Non credere alle fonti anonime;

  • Non credere alle storie che citano un’altra testata come fonte dell’informazione;

  • Non c’è quasi mai un secondo terrorista (se viene menzionato dai media puoi quasi sempre ignorarlo);

  • Fai attenzione al linguaggio usato dai media: “Ci arriva notizia che”, “Ci hanno segnalato che”, “Siamo alla ricerca di conferme”, “Fonti dicono che”… Con queste espressioni i media si espongono, ma non sono ancora abbastanza sicuri per confermare;

  • Cerca sempre i media vicini al luogo dell’incidente;

  • Confronta fonti diverse;

  • Le notizie di grande rilievo fanno emergere i truffatori. E quelli che usano Photoshop;

  • Attenzione al retweet compulsivo. La responsabilità è anche tua.

PS. Viviamo nel mondo giusto, ma nel modo sbagliato. Di fronte alla paura e al terrore, i fomentatori dell’odio e i guerrafondai sono i primi a parlare. Sta a noi non cedere alla rabbia. È essenziale provarci. Anzi riuscirci.

Politica, bellezza e altre amenità

bellezza politica

La bellezza in politica non importa, ce lo sentiamo ripetere sempre. Ciò che conta sono le idee, i contenuti, le azioni pratiche che un leader politico compie. L’essenza sopra l’apparenza, la competenza sopra la parvenza. Magari. Oggi l’immagine pubblica conta eccome, anche perché spesso c’è solo quella.

Quando si è iniziato a parlare di bellezza in politica? Beh, inizialmente ci ha pensato la destra, quella destra che già ai tempi del nazismo vedeva la razza ariana come la specie perfetta, bella e pura. Poi Berlusconi che diceva che voleva circondarsi di “belle ragazze”, che descrisse Obama come il “giovane, bello e abbronzato”, la Merkel come “culona inchiavabile” e la Bindi, si sa, è sempre stata “più bella che intelligente”. Poi anche Veltroni si scagliò contro la politica dell’immagine pubblicando il libro intitolato La bella politica e Nichi Vendola addirittura nel 2010 fece un elogio della bellezza. E infine è arrivato Renzi che ha invocato spesso lo storytelling della bellezza: “La bellezza come elemento fondamentale della nostra identità”, perché “l’Italia deve ripartire dalla bellezza”. Auguri.

Poi, neanche a dirlo, anche i media fanno la loro parte. Se prima si discuteva delle bandane di Berlusconi adesso siamo passati alle felpe di Salvini. E poi si commentano gli outfits della principessina Kate Middleton e “accidenti che bel tailleur blu si è messa oggi la Boschi!”. “Sì però, che credi, in costume anche lei ha la cellulite!”. “E guarda Michelle Obama, proprio elegante, un’icona di stile moderno”. Invece, Agnese, la moglie di Renzi, “lei sì che è sempre un bell’uomo”. “E Alfano? Ha più capelli che elettori, dai”. E ovviamente lui, Renzi, da statista a stilista, con il girovita che lievita sempre più, è passato dal giubbotto di pelle “gggiovane” alla Fonzie ai goffi pantaloncini corti in montagna, sfidando la neve e il senso del ridicolo.

Insomma, tutto ruota intorno al tema della bellezza, da sempre. E oggigiorno, tra crisi dei partiti e mediatizzazione della politica, ancora di più. E allora i politici diventano star politiche, intente a manipolare la loro immagine, sia pubblica che privata, in funzione dei media. Quell’immagine che è più influenzata da elementi affettivi ed emozionali, piuttosto che razionali. Ed è proprio il coinvolgimento emotivo che lega gli elettori a un leader. È la spettacolarizzazione della politica, quella che porta in scena un one-man show eliminando tutti gli altri, quella che personalizza le elezioni, che abolisce i partiti e democratizza la fama.

E chi è che detta i canoni della bellezza in politica? Ovviamente la comunicazione pubblicitaria, in particolare quella della cosmesi e della moda. Corpi perfetti, snelli al limite dell’anoressia, senza imperfezioni. Corpi femminili semi nudi, donne oggetto, mercificate e corpi maschili avvenenti, ammiccanti, “belli e dannati”, inarrivabili. È inevitabile, ogni giudizio viene ridefinito in base a questi stereotipi. E la gara estetica non trova mai fine. Ed è una dura, lunga gara al ribasso.

L’amore è uguale per tutti

Non tutte le famiglie sono uguali”, dice lo spot che in questi ultimi giorni sta andando in onda sul canale Disney Junior. E continua: “Hanno origini diverse, colori diversi e diversi punti di vista”. Nel montaggio si alternano immagini del film d’animazione Frozen con immagini di famiglie “vere”, con persone reali.

Nello spot si vede anche una famiglia omogenitoriale, composta cioè da due genitori dello stesso sesso, due papà. E infatti non sono mancate le polemiche (il parlamentare Giovanardi ha chiesto subito a Sky e Mediaset di far cessare la messa in onda dello spot).

Questo il testo integrale dello spot gay friendly della Disney:

“Non tutte le famiglie sono uguali.
Alcune sono grandi, altre piccole, e altre sono impossibili da misurare.
Hanno origini diverse, colori diversi e diversi punti di vista. Alcuni hanno due gambe e altre di più.
Tu sai quanto è importante la tua famiglia.
Possono non essere perfetti, ma sono sempre pronti ad aiutarti.
Sai che la famiglia è il miglior regalo di tutti.
Da noi, a tutti voi: Buone feste, dalla famiglia Frozen”.

E mentre nel panorama politico gridano allo scandalo, i bambini imparano che ogni famiglia è diversa e particolare a modo suo, che non esiste un modello di “famiglia tradizionale”, che ogni persona gode della propria libertà di espressione e della libertà di essere se stessa, anche nella sfera sessuale. La famiglia che funziona è dunque la “famiglia allargata”, quella in cui chi entra si sente come a casa, appunto, in famiglia.

Perché, ricordiamolo, l’amore è uguale per tutti.

(Articolo pubblicato anche QUI).

Attenzione, questa notizia è CLAMOROSA (ma falsa)

Fatti annunciati e mai avvenuti. False dichiarazioni mai smentite. Balle mediatiche mai corrette. È il giornalismo, bellezza. O meglio, lo pseudo giornalismo, un concetto che si trova a metà tra il pressappochismo e l’incertezza, tra la trascuratezza e la mancanza del controllo delle fonti.

E poi ovviamente ci siamo noi, fruitori ingenui e lettori creduloni. Noi che tentiamo di salvarci con un “l’ho letto su Facebook” o un “l’hanno condiviso tutti”. E intanto sui social network condividiamo notizie false, articoli inesatti e foto ritoccate. E intanto il post diventa virale, viene letto decine di migliaia di volte e fa il giro del mondo istantaneamente. Così, alla fine della fiera, i media perdono di credibilità e autorevolezza, gli utenti perdono fiducia e gli unici chi ci guadagnano sono i siti web che, grazie alle pubblicità, riescono a monetizzare i clicks ricevuti. Le visite si trasformano in soldi e allora “venghino signori venghino”, “cliccate qui”, “è straordinario”, “notizia shock”, “leggete qui”, “è sorprendente”, “non ci crederete”!.

Siamo quotidianamente bombardati da notizie (reali e virtuali) e nell’era dei social media, si sa, un like tira l’altro e le bufale si diffondono alla velocità della luce: più un post è condiviso (soprattutto se questo include persone che già conosciamo) e più aumentano le possibilità di essere contagiati dalla bufala a nostra volta. Insomma, l’informazione è un virus e la nostra intelligenza collettiva ne è la cura. Sicuramente i media potrebbero fare di più in merito al fact-checking (che è l’essenza del giornalismo), ma spetta anche a noi utenti innescare un processo di verifica delle notizie che ogni giorno condividiamo. Ad esempio, possiamo controllare le citazioni, cercare la fonte di origine, controllare la data di pubblicazione, fare una semplice ricerca su Google, chiedere a esperti o a persone vicine ai fatti (ad esempio usando Twitter), dubitare delle fonti anonime, diffidare da titoli al condizionale o da formule dubitative. Tutti, in un modo o nell’altro, possiamo contribuire al debunking, cioè all’atto di smascherare le notizie false attivando un processo di verifica.

Una bufala molto ricorrente nel periodo natalizio riguarda la storia della festa di Natale cancellata in alcune scuole per non offendere i musulmani o quella della rimozione del crocifisso sempre per rispetto dei non cristiani. Come spiega anche Arianna Ciccone su Valigia Blu, la dinamica è sempre la stessa, ne ho fatto un’infografica:

Ciclo notizia falsa

Quello che ne viene fuori è la rappresentazione di una realtà distorta, ma nel frattempo la condivisione è virale e i vari siti web generano traffico, creano rumore, anestetizzano le persone scioccandole, ma non informandole. È come se si creasse un mondo parallelo, fatto di notizie false e di eventi “incredibili” fondati sullo “strano ma vero”.

Funziona così, quando il mondo in cui viviamo non ci piace, decidiamo ci crearne un altro. Uno peggiore.

Perché piangiamo i morti di Parigi (e non quelli di Beirut)

peace

«Ma perché piangiamo solo i morti dei posti di cui abbiamo le calamite attaccate al frigo?». Questa è la domanda che ha posto Maurizio Crozza durante la copertina che apre il programma DiMartedì in onda su La7 (qui il video completo). Parlando degli attentati di Parigi, il comico ha detto: «A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, te la potevi cavare con un “Je suis Charlie”, ora con “Je suis Paris”. Ma due giorni prima c’è stato un attentato in Libano con 44 vittime e 239 feriti. Quindi, bisognerebbe scrivere sulle magliette anche “Je suis Beirut”». E ha aggiunto amaramente: «Quanto deve essere vicina una barbarie perché ci colpisca come esseri umani? Piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo?».

Crozza è un comico che riesce sempre a colpire il segno, che è in grado di spiegare i fatti di attualità meglio di chiunque altro e che può comunicare in modo più pertinente di tanti altri personaggi presenti sull’attuale scenario politico. Ma è eticamente giusto porre la domanda “perché parli solo della tragedia avvenuta nel Paese X e non delle persone morte nel Paese Y?”. Non si è più liberi nemmeno di piangere i morti che si vuole? E poi cos’è, una gara sulle tragedie nel mondo?. Tanti hanno anche cambiato la loro foto profilo su Facebook aggiungendo il tricolore francese. Di contro, tanti altri hanno sostenuto che questa scelta è solo un pensiero miope e ipocrita che supporta solo un tipo di visione predominante, quella occidentale.

Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’Università della California, ha affermato che «c’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo». Inoltre, «le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati».

In ogni caso, lasciando da parte le polemiche, proviamo a concentrarci sui cosiddetti “criteri di notiziabilità”, ovvero i requisiti che deve avere un evento per trasformarsi in notizia, cioè in una notizia di rilevante interesse per il pubblico e quindi meritevole di essere pubblicata sul giornale o lanciata durante il telegiornale. Cerchiamo di capire perché i mezzi di comunicazione (occidentali) hanno dato più spazio agli attentati di Parigi piuttosto che a quelli in Beirut e perché noi occidentali ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi.

Perché i media occidentali raccontano Parigi (e non Beirut)

Ciò che leggiamo o ascoltiamo ogni giorno sui fatti di Parigi è il frutto di una complessa serie di scelte effettuate dal sistema mediatico. I criteri valutativi che regolano la selezione delle notizie non sono altro che stereotipi che la notizia deve assumere per catturare l’attenzione del pubblico. I news values relativi all’interesse del pubblico possono essere 10:

  1. Novità: la notizia deve essere nuova, deve cioè riguardare fatti appena avvenuti.

  2. Vicinanza: quanto più una notizia appartiene al contesto culturale del pubblico, tanto più è probabile che venga selezionata (si tratta sia di una vicinanza sia fisica che culturale, ideologica, politica e psicologica).

  3. Dimensione: quanto più è grande la dimensione di un fatto, tanto più è rilevante il suo impatto sul pubblico.

  4. Comunicabilità: quanto più un fatto è semplice da comunicare e interpretare, tanto più è probabile che susciti un consenso di attenzioni.

  5. Drammaticità: “bad news is good news”, una notizia drammatica e che suscita emozioni (come tragedie, cataclismi, attentati, ecc.) ha più probabilità di coinvolgere emotivamente l’audience.

  6. Conflittualità: una notizia che è caratterizzata da una forte conflittualità e che vede contrapporsi “amici VS nemici” (come in dibattiti politici, scontri militari, guerre, elezioni, ecc.) è più probabile che coinvolga il pubblico.

  7. Conseguenze pratiche: rilevanza e significatività dell’evento rispetto a sviluppi futuri (ad esempio notizie di pubblica utilità o informazioni di pubblico servizio).

  8. Human interest: maggiore è la carica emotiva che una notizia trasmette, maggiore è l’interesse.

  9. Idea di progresso: la notizia che sviluppa un’idea condivisa di progresso (ad esempio una notizia scientifica) interessa maggiormente l’audience.

  10. Prestigio sociale: la notizia attrae di più se parla di persone e ambienti conosciuti o che appartengono all’élite della società.

Ora provate a rileggere i punti 1, 2, 3, 5, 6 e 8 pensando agli attacchi di Parigi.

Avrei potuto essere io”

La verità è che di fronte alla morte non ci sono persone più importanti di altre e che tutti i morti meritano di essere commemorati allo stesso modo. È così, però ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi soprattutto per un fatto di vicinanza fisica, culturale e ideologica. Volenti o nolenti, il nostro cervello ragiona così:

  • Gli attentati sono avvenuti a Parigi, ma poteva benissimo essere Roma o Milano. Quindi anch’io avrei potuto trovarmi in mezzo agli attentati.

  • Parigi, nota meta turistica a sole due ore d’aereo dall’Italia. Avrei potuto trovarmi lì in quel momento.

  • Parigi, come l’Italia, non è zona di guerra (Beirut invece è la capitale del Libano e confina con la Siria che è in piena guerra civile).

  • I terroristi hanno colpito ristoranti, strade, stadi. Luoghi comuni che anch’io frequento tutti i giorni. Tra le vittime, avrei potuto esserci io.

  • I terroristi hanno attaccato gente comune, non personaggi famosi o di rilevanza politica. Anch’io avrei potuto essere uno di loro.

Insomma, in seguito a una valutazione dei rischi, siamo più propensi a una maggiore vicinanza emotiva con Parigi rispetto a Beirut. Abbiamo paura di morire per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È quel “avrei potuto essere io” che ci frega. Solo questo ci terrorizza: la nostra egoistica (ma umana) paura di morire.

Comunicare il terrore

Paris

Proviamo a capire, leggiamo giornali, cerchiamo notizie online. C’è chi si stringe in un abbraccio solidale, chi alimenta polemiche, chi predica populismo, chi parla di guerra santa, chi cambia la foto di Facebook col tricolore francese, chi ha già iniziato la campagna elettorale sui corpi ancora caldi e chi “bastardi islamici vi ammazzerei tutti”. Ecco, nonostante tutto, non riusciamo a capire com’è che funziona il mondo.

Perché durante l’attacco a Parigi i terroristi non hanno colpito il Parlamento, il Palazzo dell’Eliseo, l’ambasciata o qualsiasi altro simbolo politico? No, hanno puntato su teatri, ristoranti, stadi, strade. Con feroce e disarmante follia. Luoghi comuni della nostra quotidianità, luoghi che frequentiamo sempre. E ancora le Torri Gemelle nel 2001, Gerusalemme bersagliata dal kamikaze palestinese su un autobus nel 2002, le bombe nella metropolitana di Londra nel 2005, la sparatoria nella sede di Charlie Hebdo a gennaio. E tanti altri esempi.

E allora il messaggio che stanno veicolando è chiaro: non potete stare tranquilli in nessun posto, dovete essere terrorizzati anche quando andate a lavoro o a fare la spesa, dovete avere paura di camminare per strada, di prendere un mezzo pubblico, dovete avere paura di andare a cena fuori con gli amici. Insomma, dovete avere paura. Sempre. Costantemente.

E, tutti d’accordo, non si può vivere con la paura. Ed è proprio l’angoscia che ci porta ad odiare il prossimo, a guardare male chi apparentemente è diverso da noi. La paura alimenta l’odio. E lo scopo dei terroristi è proprio questo, farci odiare l’un l’altro.

Allora possiamo passare tutto il resto della nostra vita ad amare o ad odiare il prossimo. È così, è una questione di scelta. E spetta solo a noi.