Quadrato semiotico del linguaggio politico

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Qualche esempio concreto?

Politici tradizionali: Bersani

Innovatori: Renzi

Agitatori: Bossi

Comici: Grillo

 

Ora provate voi a trovare il politico adatto per ogni categoria!

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Renzi #oltrelarottamazione

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Matteo Renzi, dopo esser stato criticato per essere andato alla trasmissione di Maria de Filippi su Canale 5, Amici, adesso si è fatto fotografare da Chi, con tanto di posa giovanile e sguardo da latin lover. Ma non basta. La foto del Sindaco di Firenze è affiancata a quella di uno smagliante Fonzie di Happy Days, entrambi con t-shirt e giacchetto di pelle nero. Ecco che Renzi si trasforma in “Renzie”.

«Penso sia giusto arrivare a tutti», dichiara il rottamatore al settimanale. «I ragazzi che guardano Amici non sono di serie B rispetto ad altri. Mi è sembrata una polemica ideologica da radical chic. Io voglio parlare ai giovani e agli anziani e, per fare questo, devo essere capace di adoperare il loro linguaggio, devo andare nelle trasmissioni che guardano e nei luoghi che frequentano. Il mio dovere è essere diretto e non elitario. Felicità è quando la gente ti affida le sue speranze», prosegue Renzi, «quando riesco a fare passare il concetto per cui la politica non è fatta da gente che ruba, ma da chi offre soluzioni, che poi si concretizzano in fatti reali. La politica stessa, per me, dovrebbe essere solo questo e ciò mi rende profondamente felice». E poi, citando papa Wojtyla, aggiunge: «Ai giovani dico: non abbiate paura, andate e provate».

Sui suoi programmi futuri, «c’è la ricandidatura a Sindaco di Firenze tra sei mesi sempre che non si verifichino le condizioni per…», «correre per Palazzo Chigi», suggerisce l’intervistatore e Renzi risponde: «Esatto».

E dopo aver presentato il suo nuovo libro, Oltre la rottamazione, le foto di “Renzie” diventano virali e fanno il giro del web. E Crozza a Ballarò ironizza: «Oltre la rottamazione? Il rincoglionimento!».

Che Renzi voglia raggiungere ogni tipo di target è ormai indubbio. Va ad Amici per parlare ai giovani, poi si ritrova su Chi per accaparrarsi donne e nonne. Tutti i voti sono utili, ok. Ma, di preciso, a quali elettori si sta rivolgendo? All’elettorato di centro-sinistra piace questa comunicazione patinata, televisiva, fatta di apparenza (e poca sostanza) alla stregua del Berlusconi degli anni migliori?

Sembra proprio che stia cercando di convincere gli elettori indecisi (di centro-destra), ma stia completamente dimenticando quelli già simpatizzanti (di centro-sinistra).

E come al solito la comunicazione è essenziale. Peccato vada saputa usare.

(Questo articolo è stato pubblicato oggi anche su 055firenze.it)

40 regole per scrivere bene

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1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntigliosamente l’ortografia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

(Tratto da: Umberto EcoLa Bustina di Minerva, Bompiani 2000).

Enrico Letta: più sobrio del sobrio

Che parole usereste per descrivere il linguaggio del neo Presidente del Consiglio Enrico LettaSobrietà, forse non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente.

Assemblea Nazionale del PD

Non è facile fare un’analisi del linguaggio politico di Letta, perché questo è in bilico tra passato e presente (futuro sarebbe troppo azzardato), tra e politichese e Twitter factor, tra astrattezza e chiarezza, tra TV e sobrietà, tra Vespa e Fazio (in realtà Porta a Porta se lo è risparmiato. Per ora).

Berlusconi è politainment, Grillo è l’eccesso e la protesta, Bersani il politichese, Renzi è il nuovo che avanza, Bossi è il turpiloquio, Monti è il sobrio. E Letta è più sobrio del sobrio. La differenza tra Monti e Letta? Che il primo non sapeva comunicare (né in Italia, né all’estero e nemmeno con i fogli sotto gli occhi), mentre il secondo almeno ci prova.

Lo dice lui stesso: «Concretezza, serietà e rispetto reciproco. Ora tutti facciamo parte di una squadra. Chiedo una grandissima attenzione nella sobrietà sull’organizzazione del lavoro. Se facciamo così, vincerà il Paese». Il campo semantico della sobrietà ricorre sempre: ha spesso infarcito i suoi discorsi con parole come franchezza, lealtà, buon senso, serietà, rispetto, chiarezza. Infatti, parla di «regole di linguaggio improntate sulla franchezza e lealtà reciproca».

Spesso il suo linguaggio riflette il suo comportamento sobrio fino a farlo diventare quasi trasparente. Forse ciò che gli occorre è un po’ più di concretezza. Infatti, c’è chi pensa che sia «inverosimile che il libro dei sogni del signor Letta diventi realtà». È quanto scrive il Financial Times sul governo del nuovo Premier. L’anti-austerità sembra un mondo utopico persino agli inglesi che ci osservano a distanza. Letta bocciato in partenza dalla giuria estera.

Pochi giorni fa, parlando del nuovo esecutivo, Letta ha detto: «È una decisione che ci è parsa di buon senso per superare problemi che ci sono e che non si risolvono con la bacchetta magica: per lavorare abbiamo bisogno di regole. Su questo punto non aggiungerò altro, spero che parlino i fatti». In questo caso si mescola un non poter fare (citando il tema della bacchetta magica più volte utilizzato da Bersani pre e post Primarie) a un voler fare, augurandosi che parlino i fatti al posto delle parole. Ancora però è troppo presto per parlare della reale fattività del leader. C’è molta comunicazione, ma poca sostanza. Le premesse (forse) ci sono, non ci resta che aspettare per giudicare. Intanto PD e PDL sono stati in un’abbazia a “fare spogliatoio”… è davvero questo il cammino verso la Terza Repubblica?

E se da una parte il linguaggio astratto ricorda i democristiani della Prima Repubblica, la comunicazione più efficace di Letta si vede quando utilizza Twitter: è molto attivo sul social network del pennuto e ha molti followers. In 140 caratteri esprime la sua comunicazione più genuina. È giovane e ha capito come sfruttare i social media del momento che ormai sono il primo biglietto da visita oltre i confini dell’Italia.

Inoltre usa spesso metafore. Prima su tutti la metafora calcistica che esprime tutta la sua fede per lo sport. Ha parlato spesso di governo come squadra. E se Berlusconi “scendeva in campo” nel ’94, Monti “saliva in politica”, Vendola voleva “riaprire la partita”, Letta vuole “fare spogliatoio” e Renzi consiglia di “non sbagliare il rigore”. Intanto i politici si ritrovano a giocare una partita truccata e gli italiani stanno a guardare.

Non è concesso il rimborso del biglietto.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)

[Off-topic] Vita da mamme

Off-topic per il giorno della festa della mamma: l’Italia è un Paese per mamme?

La maternità è una cosa bellissima, ma spesso in Italia viene vissuta come un fardello: tra crisi economica, asili costosi e mobbing da maternità sul lavoro, le mamme si sentono sempre più sole.

(Foto by Blogguerilla)

(Foto by Bloguerilla)

Essere mamma è la cosa più bella del mondo. È quanto pensano la maggior parte delle mamme, ma quanti sacrifici fanno per essere tali? Da un giorno all’altro la loro vita cambia, si trasforma: la priorità diventa il bambino che ha bisogno di tutto. Non parla, ma urla, piange, mangia e dorme. E la mamma deve essere sempre lì pronta ad intervenire se qualcosa non va. La vita prima del parto sembra un ricordo lontano. Spesso le notti insonni si sostituiscono a una carriera lavorativa brillante.

Sì perché la maternità può far perdere il lavoro: circa l’8% delle lavoratrici subisce discriminazioni sul lavoro in conseguenza del fatto di avere un bambino. È il cosiddetto mobbing da maternità. Molte non ce la fanno e abbandonano la carriera dopo aver partorito. Le più fortunate hanno dei paracaduti, come i nonni, mentre chi se lo può permettere manda il bambino al nido o chiama la baby-sitter. Una recente indagine Istat rivela che non va al nido il 79,3% dei bambini tra 0 e 2 anni. È troppo caro. Sono davvero poche le famiglie che possono permettersi l’asilo nido a tempo pieno.

La situazione in un Paese come il nostro non è delle migliori. La crisi economica incide molto sulla decisione di fare o meno un figlio, perché la spesa media per un figlio che ha meno di 10 anni si aggira sui 300 euro al mese e le famiglie che hanno due o tre bambini arrivano a spenderne anche 1000. Per mantenere un bambino servono soldi, ma per guadagnare soldi bisogna avere un lavoro. È circolo vizioso da cui non se ne esce. La conciliazione maternità-lavoro in Italia è molto più difficile rispetto a molti altri Paesi europei, soprattutto quelli nordici. Al nord Europa, infatti, la partecipazione femminile alla forza lavoro è tra le più alte al mondo e gli investimenti negli asili nido sono una delle priorità dello Stato.

Alle difficoltà economiche si aggiunge anche la sensazione di solitudine. Le mamme si sentono sole, abbandonate a loro stesse. Una su quattro dichiara che la cosa che la fa soffrire di più è l’indifferenza degli altri di fronte alle proprie difficoltà.

È così che il tasso di natalità in Italia è tra i più bassi del mondo: da 2,4 figli per donna nel 1970 a poco più di 1,1 alla fine degli anni Novanta. Questo significa che il nucleo familiare è sempre più spesso costituito da padre, madre e un solo figlio. E non solo. Quest’unico figlio viene concepito sempre più tardi (in media attualmente le mamme partoriscono a 31,4 anni).

Insomma, l’Italia non è un Paese per mamme? La società sembra non voglia ascoltare le mamme d’Italia e aggancia la maternità allo stereotipo della mamma sofferente che deve fare sacrifici per far crescere il bambino nel migliore dei modi. Mamme con pochi riconoscimenti sociali, con soli doveri e pochi, pochissimi, diritti.

E forse in questo caso non vale il detto “di mamme ce n’è una sola”. Di mamme ce ne sono tante e lo Stato non può stare a guardare.

(Questo articolo è stato pubblicato oggi su 055firenze.it)

Virus, guerrilla marketing e serendipity

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Avete mai visto questo adesivo per le strade di Firenze o, perché no, nel resto del mondo? OH, NO! JOHN! cos’è?! È un capo di abbigliamento? È una marca di qualche oggetto trendy?! È un nuovo locale alla moda della movida fiorentina? Niente di tutto ciò.

Uno degli ideatori di questa iniziativa racconta così la vicenda: «Tutto è iniziato per gioco nel 2005, quando organizzavamo party privati per la nostra nicchia di amici, questo appuntamento veniva denominato con uno slogan “OH,NO!JOHN!”. Poi, questa situazione, ci sfuggì di mano e questo richiamo sottoforma di adesivo, si espanse in modo virale tra i giovani di Firenze. Noi, a nostra volta, abbiamo amplificato autonomamente questo passamano e la comunicazione dello sticker. Il risultato è straordinario!».

Ebbene sì, tutto nasce per gioco da Tony e Sancho, due ragazzi fiorentini, che, organizzando feste tra amici, sono riusciti a far circolare gli sticker con lo slogan OH,NO!JOHN! che poi hanno riscosso un successo straordinario che neanche gli ideatori avrebbero mai potuto immaginare. Nel 2007 erano in molti che si chiedevano cosa stesse a significare la scritta riportata nell’adesivo: ottimo punto di partenza, quello di creare attese e aspettative nel pubblico di curiosi che veniva calamitato da questo logo senza saperne il reale significato. Addirittura anche la stampa internazionale se ne era accorta ed aveva dedicato foto e articoli a questa campagna di comunicazione un po’ bizzarra.

Sancho e Tony raccontano: «Poi abbiamo messo on-line un sito che racconta tramite le immagini sia nostre che quelle inviate dai “fans” dell’adesivo i viaggi che lo stickers-slogan è riuscito a fare proprio grazie agli innumerevoli nostri interlocutori!».

Si tratta di un vero e proprio gioco: l’obiettivo è quello di farsi fotografare con l’adesivo o immortalare l’adesivo stesso sui muri delle varie città. Sì, perché questo stickergame è partito da Firenze e poi ha fatto il giro del mondo. Infatti, se visitate il sito di OH,NO!JOHN! potrete trovare tantissime foto di persone con gli adesivi. Cina, Patagonia, Francia, Nepal, Colombia, Sud Africa, Argentina, Egitto… gli sticker sono arrivati in ogni parte del pianeta!

Quindi, gli sticker, che inizialmente servivano per pubblicizzare qualcosa (una festa fiorentina), sono diventati un modo per creare viralità. Questo è ciò che si può chiamare una campagna di guerilla marketing, cioè una forma di marketing non convenzionale che riguarda una promozione pubblicitaria originale e a basso costo ottenuta attraverso l’utilizzo creativo di mezzi e strumenti aggressivi che fanno leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici degli utenti finali.

Purtroppo però i due giovani fantasiosi non hanno saputo sfruttare al meglio il virus di OH,NO!JOHN!, così oltre ad alcune t-shirt e prodotti con il marchio messi in vendita soltanto in negozi selezionatissimi e solo in certi periodi, il potenziale mercato non è mai stato ampliato. Di OH,NO!JOHN! oggi non resta altro che il sito web e qualche adesivo stropicciato a giro per Firenze.

È molto interessante notare la serendipity che deriva da questo evento, ovvero la scoperta imprevista di qualcosa mentre si stava cercando tutt’altro.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)

57° posto

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Il 3 maggio era la giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa e alla sicurezza dei giornalisti. Indetta dall’Unesco, si celebra ormai da dieci anni. Se dovessi spiegare la libertà di stampa utilizzerei questa frase di Evelyn Beatrice Hall: «Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo».

Purtroppo però in molti Paesi, ancora oggi, la situazione è critica: ci sono giornalisti rapiti, uccisi, picchiati, ricattati, dispersi (l’ultimo è Domenico Quirico scomparso in Siria). Il mestiere del giornalista non è facile: ci vuole tanta passione, ma anche molto coraggio. Non è un lavoro convenzionale.

Un giornalista durante il suo percorso può trovare molte difficoltà. Spesso non solo il luogo è un pericolo, ma anche l’argomento trattato può essere un problema. In Italia, ad esempio, non è facile fare inchieste su mafia, camorra, ‘ndrangheta. E mi raccomando state attenti anche a critiche aspre nei confronti dei politici! Due su tutti: Saviano e Travaglio. Il primo sempre accompagnato dalla scorta e il secondo dalle numerose denunce che riceve. Entrambi non hanno vite facili.

Tra giornalisti che ci lasciano la pelle, denunce, querele e minacce, l’Italia sembra un Paese intollerante alla libertà di informazione. Eppure, la libera manifestazione del pensiero, declinata in libertà di cronaca, di critica e di satira, è sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». 

Secondo un rapporto di Reporters sans frontières pubblicato il 30 gennaio l’Italia è al 57° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa. La classifica viene compilata in base ai «comportamenti e alle intenzioni dei governi verso la libertà di stampa a medio o lungo termine». E l’Italia non se la passa tanto bene.

In fondo alla classifica troviamo l’Eritrea, la Corea del Nord, il Turkmenistan, la Siria, la Somalia, la Cina, il Vietnam e Cuba. Mentre sul podio ci sono Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia. E se i Paesi del nord sono efficientissimi nel riuscire a mantenere un clima ottimale per i giornalisti e a far rispettare la libertà di stampa, l’Italia rimane imbavagliata: «la diffamazione è ancora un reato» (cito dal rapporto francese).

Fare il giornalista… non solo passione, coraggio e tanta voglia di fare. Non solo dovere di informare, dovere di obiettività, imparzialità, verità e rispetto della forma civile dell’esposizione dei fatti narrati. Ci vuole qualcosa in più per svolgere questo mestiere. Bisogna crederci.

Pubblicità intelligenti

“Alcune cose non possono essere coperte. Combattiamo l’abuso delle donne insieme”.

Prima pubblicità araba contro l’abuso delle donne.
(King Khalid Foundation)

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Ceres, elezioni 2013.

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Cartelloni pubblicitari in strada. Scetticismo politico.

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“Tutto è più divertente con un frisbee”.

(Danish Frisbee Sports Union)

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