57° posto

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Il 3 maggio era la giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa e alla sicurezza dei giornalisti. Indetta dall’Unesco, si celebra ormai da dieci anni. Se dovessi spiegare la libertà di stampa utilizzerei questa frase di Evelyn Beatrice Hall: «Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo».

Purtroppo però in molti Paesi, ancora oggi, la situazione è critica: ci sono giornalisti rapiti, uccisi, picchiati, ricattati, dispersi (l’ultimo è Domenico Quirico scomparso in Siria). Il mestiere del giornalista non è facile: ci vuole tanta passione, ma anche molto coraggio. Non è un lavoro convenzionale.

Un giornalista durante il suo percorso può trovare molte difficoltà. Spesso non solo il luogo è un pericolo, ma anche l’argomento trattato può essere un problema. In Italia, ad esempio, non è facile fare inchieste su mafia, camorra, ‘ndrangheta. E mi raccomando state attenti anche a critiche aspre nei confronti dei politici! Due su tutti: Saviano e Travaglio. Il primo sempre accompagnato dalla scorta e il secondo dalle numerose denunce che riceve. Entrambi non hanno vite facili.

Tra giornalisti che ci lasciano la pelle, denunce, querele e minacce, l’Italia sembra un Paese intollerante alla libertà di informazione. Eppure, la libera manifestazione del pensiero, declinata in libertà di cronaca, di critica e di satira, è sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». 

Secondo un rapporto di Reporters sans frontières pubblicato il 30 gennaio l’Italia è al 57° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa. La classifica viene compilata in base ai «comportamenti e alle intenzioni dei governi verso la libertà di stampa a medio o lungo termine». E l’Italia non se la passa tanto bene.

In fondo alla classifica troviamo l’Eritrea, la Corea del Nord, il Turkmenistan, la Siria, la Somalia, la Cina, il Vietnam e Cuba. Mentre sul podio ci sono Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia. E se i Paesi del nord sono efficientissimi nel riuscire a mantenere un clima ottimale per i giornalisti e a far rispettare la libertà di stampa, l’Italia rimane imbavagliata: «la diffamazione è ancora un reato» (cito dal rapporto francese).

Fare il giornalista… non solo passione, coraggio e tanta voglia di fare. Non solo dovere di informare, dovere di obiettività, imparzialità, verità e rispetto della forma civile dell’esposizione dei fatti narrati. Ci vuole qualcosa in più per svolgere questo mestiere. Bisogna crederci.

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