Vita social

Social media

In questa infographic ho raccolto un po’ di percentuali per far capire come, ormai da diversi anni, i social media hanno rivoluzionato la nostra vita (quella vera e non quella online). Questi strumenti non sono altro che spazi virtuali per poter condividere messaggi, video, audio, immagini e tutto ciò che ci passa per la testa.

Non solo i social media hanno cambiato il nostro modo di vivere, ma hanno persino rivoluzionato il modo di comunicare delle imprese e la modalità di presentazione delle notizie su TV e giornali. Non è azzardato affermare che i social network (Facebook in primis) dettano l’agenda giornaliera dei principali mezzi di comunicazione di massa. E non è per nulla scontato sostenere che un’azienda, tramite i social network, costruisca brand awareness (consapevolezza che i clienti hanno del marchio) e customer relationship (relazioni di fiducia con i clienti).

Se la prima parola che si può associare ai social media è, abbiamo detto, “condivisione”, la seconda che viene a mente è “approvazione”. Sì, perché si realizza «che non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda», se non trovi accondiscendenza dalle altre persone, se la foto o il post che pubblichi non trovano accettazione dalla tua cerchia di amicizie. È tutta una questione di immagine, apparenza, dissimulazione, felicità a breve termine, valori effimeri. Ne avevo già parlato qui.

E se il dissenso sui social media è scarsamente valorizzato (puoi mettere tutti i “like” che vuoi, ma non c’è mai il pulsante “non mi piace”), come è possibile costruire un contesto costruttivo e intelligente?

Nei social media siamo tutti d’accordo. Nei social media siamo tutti un po’ fake.

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Ancora stereotipi nelle pubblicità

 fiat-ad

L’ultima trovata della Fiat è stata quella di pubblicizzare, negli Stati Uniti, la 500 Abarth con delle donne nude. Embè?!, mi direte! Una pubblicità con donne nude, qual è la novità? Ormai siamo completamente assuefatti a questo genere di promozioni che non ci facciamo neanche più caso. È qualcosa (di trito e ritrito) che da anni fa parte del nostro immaginario collettivo.

Nello spot compaiono una dozzina di donne, tra artiste, modelle e contorsioniste, avvinghiate a formare la vettura. Un’auto fatta interamente da corpi umani tutti dipinti grazie all’arte del bodypainting. Qui il video del backstage del servizio fotografico.

Le donne sono passate dallo stereotipo della modella seminuda e ammiccante che sta sopra la macchina ad essere parte integrante di essa. “Fatta di puri muscoli”, questa la headline dello spot. Una carrozzeria umana fatta di corpi perfetti. Corpi che stanno muti e immobili, che si sostituiscono all’oggetto, che diventano essi stessi l’oggetto. L’auto, il più classico oggetto del desiderio maschile. E questo perché la pubblicità vive di stereotipi creati da una cultura prevalentemente maschile.

Ancora una volta il connubio “donne e motori”. Ancora una volta corpi di donne nude. Sono i soliti stereotipi di genere a cui la TV, la carta stampata o il web ci hanno abituato. E la caratteristica principale di uno stereotipo è la sua larga accettazione e condivisione da parte del grande pubblico di massa. È quindi difficile aspettarsi momenti di svolta nelle pubblicità. Cambi repentini no, semmai una lenta, lentissima evoluzione verso una parità di genere. Lo spiega bene Annamaria Testa:

«La pubblicità non si colloca mai all’avanguardia proprio perché la sua vocazione è farsi accettare facilmente, rispecchiando il sentimento medio del pubblico. Possono spingersi un po’ più in là prodotti d’élite che appaiono su mezzi di comunicazione segmentati e rivolti a un pubblico ristretto. Ma non si può chiedere alla pasta o ai Sofficini che appaiono in prima serata su Rai Uno o su Canale 5 di proporre modelli non condivisi dalla maggioranza degli spettatori. O meglio ancora: di proporre modelli che il management delle imprese (costituito, nel nostro Paese, da una stragrande maggioranza di maschi in età non giovanissima) ritiene non condivisi. […]

Insomma, poiché la pubblicità, come ogni altra forma di discorso persuasivo, si fonda sul consenso, e poiché il consenso si guadagna essendo conformisti (e magari trasgressivi nelle forme, giusto per colpire e farsi ricordare. Ma difficilmente nella sostanza), non appena cambierà davvero il ruolo delle donne cambierà anche il ruolo delle donne negli spot. La pubblicità non mancherà di registrare il cambiamento, magari amplificandolo. Ma un attimo dopo. Di sicuro, nemmeno un attimo prima».

(Citata in L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 73-74).

Ora, parliamoci chiaro, ne abbiamo viste di peggio. A molti la pubblicità è piaciuta e diversi utenti su YouTube l’hanno valutata positivamente: “Nice work!”, “Amazing”, “Very creative! Love it”. Ma cosa c’è di creativo in uno spot che rinforza valori negativi? Come ci si può complimentare con quei cliché che le pubblicità, invece di alimentare, dovrebbero scardinare?

Ok, è vero, c’è di peggio. Ma ridere degli stereotipi non ha mai portato ad eliminarli.

L’Italia non è un Paese razzista

kyenge-calderoli

A volte può capitare che il linguaggio politico sfoci nel turpiloquio, cioè il peggior esempio di comunicazione che può accadere. L’ultimo episodio riguarda la questione Calderoli-Kyenge: il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, ha paragonato il ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge, a un orango. La vicenda è stata ripresa dai maggior quotidiani internazionali. Tutti, in Italia e all’estero, aspettano le dimissioni.

La trascrizione delle sue dichiarazioni qui di seguito:

«Il principio che noi abbiamo sempre portato avanti – aiutiamoli a casa loro – sia il principio più realista. E rispetto al ministro Kyenge, veramente voglio dirgli, sarebbe un ottimo ministro, forse lo è. Ma dovrebbe esserlo in Congo, non in Italia. Perché se in Congo c’è bisogno di un ministro per le Pari Opportunità per l’Integrazione, c’è bisogno là, perché se vedono passare un bianco là gli sparano. E allora, perché non va là? Che mi rallegro un pochino l’anima, perché rispetto a quello che io vivo ogni volta, ogni tanto smanettando con Internet, apro “il governo italiano”, e cazzo cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali eh, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie, e tutto il resto. I lupi anche c’ho avuto. Però quando vedo uscire delle – non dico che è – delle sembianze di oranghi io resto ancora sconvolto».

Intanto, caro onorevole, il congiuntivo. «Non dico che lo sia» sarebbe stato molto più corretto. Ma si sa, voi della Lega non siete mai andati molto d’accordo con l’italiano. Ora però lasciamo stare il piano dell’espressione e concentriamoci su quello del contenuto. Il primo pensiero che viene a mente è: ma che figura ci fa l’Italia davanti al resto del mondo?

Onorevole Calderoli… onorevole a chi?! Questa sì che è un’offesa bella e buona! Se penso a lei (non dico che lo sia) mi immagino un politico coscienzioso e rispettoso dei diritti altrui. Questa non è soltanto una battuta razzista. È qualcosa che va a intaccare quelle condizioni sociali e quei diritti inalienabili delle persone, tra cui il diritto all’identità personale, il diritto all’immagine e alla reputazione. Il diritto ad esser trattati per come si è, senza ricevere insulti alla nazionalità, al colore della pelle, al sesso e a quant’altro. E invece, nel 2013, ancora pregiudizi, ancora divisioni tra “noi” e “loro”.

Cécile Kyenge, prima donna nera a diventare ministro. Abolire il reato di clandestinità e introdurre lo ius soli, questi i suoi obiettivi primari. Neanche a dirlo, ha trovato nella Lega i suoi nemici principali e più volte è stata vittima di insulti razzisti.

«L’Italia non è un Paese razzista», dice la Kyenge. Più che un’affermazione sembra un grido di speranza.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it con qualche modifica)

Ad ogni politico il suo linguaggio

 Linguaggio politico

Cosa ha di particolare il linguaggio politico? Niente. Se pensate che questa sia una risposta provocatoria o ironica, vi state sbagliando. Il linguaggio dei politici non ha realmente delle caratteristiche proprie da poterlo catalogare in un determinato ambito. Ecco perché:

  • il linguaggio politico non è una lingua specialistica (come quella matematica, informatica, fisica, medica, ecc.);

  • è detto infatti “linguaggio settoriale”, cioè privo di un lessico specialistico vero e proprio e di regole convenzionali particolari;

  • è ricco di ambiguità, reticenze e polisemie;

  • attinge spesso dalla lingua comune o da altre lingue settoriali;

  • è rivolto ad un’utenza molto più ampia e indifferenziata rispetto alle lingue specialistiche;

  • la forza di un linguaggio settoriale si evidenzia nella capacità di imporre il proprio lessico e nella propensione a spostarsi nel linguaggio comune.

Dunque, in breve, il linguaggio dei politici non segue regole particolari, ma è un linguaggio plasmabile a seconda di chi lo utilizza. Ne consegue che ogni politico ha un suo linguaggio specifico. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, se leggiamo o ascoltiamo distrattamente una dichiarazione, sappiamo subito a quale attore politico attribuirla.

Facciamo qualche esempio (qui potete vederlo graficamente nel mio quadrato semiotico).

Bersani e Monti utilizzano un linguaggio tradizionale, infarcito di tecnicismi, politichese e burocratese propri della Prima Repubblica. A Bersani si associa bene un linguaggio astratto pieno di metafore e il suo modo “ondeggiante” di parlare rivela la sua indignazione. Monti invece è la sobrietà in persona e questo si riflette anche nella sua compostezza nel parlare. Sia Monti che Letta usano un linguaggio monotono che calma e rassicura (o fa addormentare, dipende dai punti di vista), mai incisivo.

Al polo opposto Renzi trasmette grinta ed energia, perché usa un linguaggio colorato, con termini giovanili, nuovi o presi in prestito agli inglesi. Infarcisce spesso i suoi discorsi con figure retoriche e slogan facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media. I suoi attacchi acuti rapidi e improvvisi danno luogo a un mix fra lo stile esortativo (molto forte, per esempio, in Beppe Grillo) e quello pacato-rassicurante (tipico di Monti e Vendola). Il suo linguaggio politico dunque destabilizza, caratteristica perfetta da attribuire al rottamatore.

Bossi è l’emblema del turpiloquio e Grillo urla, sbraita, dice spesso parolacce, incita, accusa, usa l’ironia (ne avevo parlato qui: “Grillo, l’eccesso fa il successo?”).

Se l’eloquio dell’ex comico è maggiormente esortativo, quello di Vendola è pacato, fa discorsi che sembrano un’omelia, ama le citazioni colte e religiose e proferisce spesso frasi a effetto. Con la sua pronuncia tutta particolare (ha qualche problema col fonema /s/), non è semplice seguire un discorso di Vendola dall’inizio alla fine: il lessico colto, il tono aulico, il politichese, le figure retoriche, le citazioni, la paratassi (troppe subordinate), gli impliciti, i simbolismi, le divagazioni… fanno perdere il filo del discorso, soprattutto a chi non conosce tutte le implicazioni di Vendola o lo sta ascoltando en passant mentre sta facendo altro.

E Berlusconi? Beh, lui si fa riconoscere, sia perché ormai il suo accento milanese, stra-sentito in tv e stra-imitato, si è ben fissato nell’immaginario collettivo, sia per il contenuto delle sue sempre più bizzarre dichiarazioni (che anche quello, solitamente, rimane impresso ai cittadini-elettori!). Nonostante dopo i primi scandali sessuali (vedi il caso Noemi e il Rubygate) B. abbia perso il suo smalto iniziale del grande comunicatore e dell’uomo di spettacolo, riesce comunque ad accaparrarsi un posto nell’agenda mediatica e a farsi sentire con il suo timbro caldo, gli attacchi energetici e l’innalzamento del tono di voce sulle parole-chiave. Il suo linguaggio televisivo, tanto caro al formato politainment, rispecchia alla perfezione il suo modo di essere da chansonnier, gigolò e dell’uomo sempre dalla battuta pronta.

Insomma, riprendendo la questione iniziale: cosa ha in particolare il linguaggio politico? Niente (per i motivi detti in apertura), ma grazie alla sua capacità di modellarsi sulla persona che lo utilizza si può sostenere che esistono tanti tipi di linguaggi politici. È qualcosa che viene fatto proprio dall’oratore, gli si cuce addosso.

E allora qui può nascere un’altra questione: se quando parliamo di calcio col suo lessico specifico non stiamo facendo sport… un politico che utilizza il “suo” linguaggio politico, di fatto, fa già politica?

Egitto. Una democrazia imperfetta

 egitto

24 giugno 2012. Un anno fa, con il 51,7% dei voti, saliva al potere Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente nella storia d‘Egitto. Esponente dei Fratelli Musulmani, durante il suo primo discorso disse: «Sarò il presidente di tutti gli egiziani», mentre dalla Casa Bianca la sua elezione veniva definita «una pietra miliare nella transizione dell’Egitto verso la democrazia». All’annuncio della vittoria di Morsi, in piazza Tahrir, scoppia un boato con urla di gioia, canti e balli.

3 luglio 2013. A distanza di un anno la solita piazza è gremita di gente che spara fuochi d’artificio, urla e sbraita. Stavolta però si festeggia per le dimissioni del presidente Morsi, dopo l’ultimatum imposto dai militari. Destituito dal potere il leader islamista dei Fratelli Musulmani, adesso ci si interroga sulle sorti del Paese.

Proprio un anno fa partivo per l’Egitto, destinazione Cairo per circa un mese e mezzo. Mi ricordo di un episodio in particolare. Ero seduta a un tavolo con un signore egiziano, scuro di pelle, avrà avuto sulla cinquantina. Non ricordo più il suo nome, mettiamo si chiamasse Ahmed. Suo figlio giocava ai nostri piedi con i suoi amici estivi. Il caldo torrido di luglio, il chiasso dei bambini e la stanchezza accumulata durante la mia permanenza in Egitto, avrebbero scoraggiato qualsiasi tipo di conversazione. E invece no, Ahmed ed io cominciammo a parlare (in inglese per intenderci). E non era una banalissima conversazione quotidiana. Parlammo proprio della politica egiziana e delle loro prime elezioni libere. Ahmed dimostrò subito il suo scetticismo riguardo i Fratelli Musulmani e il concetto di democrazia che si portavano dietro. Mi raccontò dell’indizione di queste nuove elezioni che susseguirono alla primavera araba e alla conseguente caduta di Mubarak: finalmente, per la prima volta, venne data voce al popolo. Ma non tutto era come i media ci raccontavano. Mi spiegò che di democratico anche questa volta c’era ben poco e che l’elezione era stata in gran parte pilotata da Washington. Ciò che mi fece capire Ahmed fu che, prima di tutto, la democrazia è un meccanismo per la sostituzione dei governanti tramite elezioni e non grazie a rivolte armate dei militari o del popolo.

Che il governo di Morsi sarebbe stato diverso dalla dittatura di Mubarak era chiaro. Che per la prima volta il leader fosse stato scelto dalla massa anche (o almeno così sembrava all’apparenza). Ma bastavano questi due concetti per sostenere che l’Egitto fosse un Paese democratico?

Gli eventi di questi ultimi giorni ci dicono di più e ci fanno capire quanto la democrazia in Egitto fosse soltanto una dissimulazione. Sì, perché non è sufficiente che i governanti siano stati liberamente votati da una maggioranza per dire di essere in un Paese democratico. La democrazia funziona così: occorre anche la presenza di un’opposizione della quale bisogna rispettarne i diritti. E questo non è accaduto in Egitto. I Fratelli Musulmani anziché aprirsi alle altre correnti hanno voluto monopolizzare lo stato. Ecco perché oggi si protesta e si fa un golpe. Che anche questo di democratico non ha nulla, perché portatore di rivoluzione e violenza. Ma è un colpo di stato applaudito e fortemente voluto dagli egiziani. Non sarà democratico, ma ha un gran consenso popolare alla base. E non è roba da poco.