Egitto. Una democrazia imperfetta

 egitto

24 giugno 2012. Un anno fa, con il 51,7% dei voti, saliva al potere Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente nella storia d‘Egitto. Esponente dei Fratelli Musulmani, durante il suo primo discorso disse: «Sarò il presidente di tutti gli egiziani», mentre dalla Casa Bianca la sua elezione veniva definita «una pietra miliare nella transizione dell’Egitto verso la democrazia». All’annuncio della vittoria di Morsi, in piazza Tahrir, scoppia un boato con urla di gioia, canti e balli.

3 luglio 2013. A distanza di un anno la solita piazza è gremita di gente che spara fuochi d’artificio, urla e sbraita. Stavolta però si festeggia per le dimissioni del presidente Morsi, dopo l’ultimatum imposto dai militari. Destituito dal potere il leader islamista dei Fratelli Musulmani, adesso ci si interroga sulle sorti del Paese.

Proprio un anno fa partivo per l’Egitto, destinazione Cairo per circa un mese e mezzo. Mi ricordo di un episodio in particolare. Ero seduta a un tavolo con un signore egiziano, scuro di pelle, avrà avuto sulla cinquantina. Non ricordo più il suo nome, mettiamo si chiamasse Ahmed. Suo figlio giocava ai nostri piedi con i suoi amici estivi. Il caldo torrido di luglio, il chiasso dei bambini e la stanchezza accumulata durante la mia permanenza in Egitto, avrebbero scoraggiato qualsiasi tipo di conversazione. E invece no, Ahmed ed io cominciammo a parlare (in inglese per intenderci). E non era una banalissima conversazione quotidiana. Parlammo proprio della politica egiziana e delle loro prime elezioni libere. Ahmed dimostrò subito il suo scetticismo riguardo i Fratelli Musulmani e il concetto di democrazia che si portavano dietro. Mi raccontò dell’indizione di queste nuove elezioni che susseguirono alla primavera araba e alla conseguente caduta di Mubarak: finalmente, per la prima volta, venne data voce al popolo. Ma non tutto era come i media ci raccontavano. Mi spiegò che di democratico anche questa volta c’era ben poco e che l’elezione era stata in gran parte pilotata da Washington. Ciò che mi fece capire Ahmed fu che, prima di tutto, la democrazia è un meccanismo per la sostituzione dei governanti tramite elezioni e non grazie a rivolte armate dei militari o del popolo.

Che il governo di Morsi sarebbe stato diverso dalla dittatura di Mubarak era chiaro. Che per la prima volta il leader fosse stato scelto dalla massa anche (o almeno così sembrava all’apparenza). Ma bastavano questi due concetti per sostenere che l’Egitto fosse un Paese democratico?

Gli eventi di questi ultimi giorni ci dicono di più e ci fanno capire quanto la democrazia in Egitto fosse soltanto una dissimulazione. Sì, perché non è sufficiente che i governanti siano stati liberamente votati da una maggioranza per dire di essere in un Paese democratico. La democrazia funziona così: occorre anche la presenza di un’opposizione della quale bisogna rispettarne i diritti. E questo non è accaduto in Egitto. I Fratelli Musulmani anziché aprirsi alle altre correnti hanno voluto monopolizzare lo stato. Ecco perché oggi si protesta e si fa un golpe. Che anche questo di democratico non ha nulla, perché portatore di rivoluzione e violenza. Ma è un colpo di stato applaudito e fortemente voluto dagli egiziani. Non sarà democratico, ma ha un gran consenso popolare alla base. E non è roba da poco.

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  1. Pingback: la democrazia non è…. | Cor-pus

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