L’Italia non è un Paese razzista

kyenge-calderoli

A volte può capitare che il linguaggio politico sfoci nel turpiloquio, cioè il peggior esempio di comunicazione che può accadere. L’ultimo episodio riguarda la questione Calderoli-Kyenge: il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, ha paragonato il ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge, a un orango. La vicenda è stata ripresa dai maggior quotidiani internazionali. Tutti, in Italia e all’estero, aspettano le dimissioni.

La trascrizione delle sue dichiarazioni qui di seguito:

«Il principio che noi abbiamo sempre portato avanti – aiutiamoli a casa loro – sia il principio più realista. E rispetto al ministro Kyenge, veramente voglio dirgli, sarebbe un ottimo ministro, forse lo è. Ma dovrebbe esserlo in Congo, non in Italia. Perché se in Congo c’è bisogno di un ministro per le Pari Opportunità per l’Integrazione, c’è bisogno là, perché se vedono passare un bianco là gli sparano. E allora, perché non va là? Che mi rallegro un pochino l’anima, perché rispetto a quello che io vivo ogni volta, ogni tanto smanettando con Internet, apro “il governo italiano”, e cazzo cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali eh, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie, e tutto il resto. I lupi anche c’ho avuto. Però quando vedo uscire delle – non dico che è – delle sembianze di oranghi io resto ancora sconvolto».

Intanto, caro onorevole, il congiuntivo. «Non dico che lo sia» sarebbe stato molto più corretto. Ma si sa, voi della Lega non siete mai andati molto d’accordo con l’italiano. Ora però lasciamo stare il piano dell’espressione e concentriamoci su quello del contenuto. Il primo pensiero che viene a mente è: ma che figura ci fa l’Italia davanti al resto del mondo?

Onorevole Calderoli… onorevole a chi?! Questa sì che è un’offesa bella e buona! Se penso a lei (non dico che lo sia) mi immagino un politico coscienzioso e rispettoso dei diritti altrui. Questa non è soltanto una battuta razzista. È qualcosa che va a intaccare quelle condizioni sociali e quei diritti inalienabili delle persone, tra cui il diritto all’identità personale, il diritto all’immagine e alla reputazione. Il diritto ad esser trattati per come si è, senza ricevere insulti alla nazionalità, al colore della pelle, al sesso e a quant’altro. E invece, nel 2013, ancora pregiudizi, ancora divisioni tra “noi” e “loro”.

Cécile Kyenge, prima donna nera a diventare ministro. Abolire il reato di clandestinità e introdurre lo ius soli, questi i suoi obiettivi primari. Neanche a dirlo, ha trovato nella Lega i suoi nemici principali e più volte è stata vittima di insulti razzisti.

«L’Italia non è un Paese razzista», dice la Kyenge. Più che un’affermazione sembra un grido di speranza.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it con qualche modifica)

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