Parole che ti fregano

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Domenica Beppe Grillo ha pubblicato un nuovo post sul suo ormai famosissimo blog dal titolo “Gli Houdini della parola”. In questo articolo Grillo parla del politically correct che, dice, «ha trasformato le nostre conversazioni in parole sintetiche. Di plastica. Le ha svirilizzate. Parlare come si pensa è diventato uno scandalo». Oggi tutto deve essere “politicamente corretto” e quindi non dovremmo più dire “spazzino” ma “operatore ecologico”, non più “handicappato”, “cieco” o “frocio”, ma “disabile”, “non vedente” e “gay”. Esisterebbe dunque un modo “giusto” di dire le cose o, secondo Grillo, una «piaga ipocrita, una mascherata che sta travolgendo tutto e tutti».

Poi Grillo fa diversi esempi di “parole che ci fregano”, cioè di quelle che col tempo abbiamo reso più corrette per non urtare la sensibilità delle persone. Ad esempio non siamo paralizzati, ma affetti da tetraplegia, un immigrato clandestino diventa un rifugiato alla luce del sole e un vecchio rincoglionito si trasforma in un anziano saggio. E se un cadavere andrebbe chiamato persona non vivente, allora un cadavere grasso sarà una persona non vivente portatrice di adipe.

Poi passa al piano politico. E allora non diamo dell’ignorante a Razzi, ma possiamo solo dire che non ha una perfetta padronanza della lingua italiana. Oppure Berlusconi non è un evasore fiscale, ma uno statista.

Scrive Grillo (citando Robert Hughes, autore de La cultura del piagnisteo): «L’omosessuale pensa forse che gli altri lo amino di più, o lo odino di meno, perché viene chiamato “gay” (un termine riesumato dal gergo criminale settecentesco, dove stava a indicare chi si prostituisce e vive di espedienti)? L’unico vantaggio è che i teppisti che una volta pestavano i froci adesso pestano i gay».

Sì ok, tutto vero. Ma forse Grillo dovrebbe tenere bene a mente che tra il politicamente corretto e il turpiloquio/l’offesa/l’invettiva, c’è qualcos’altro che sta proprio lì, nel mezzo. Ed è la buona educazione. Sì perché una parolaccia può scappare a tutti, ma un continuo linguaggio pesante e violento è spesso la causa di eventi per nulla edificanti (come Calderoli che paragona la Kyenge a un orango o Piras che auspica lo stupro all’atleta russa).

Tutto ciò poi trova terreno fertile sui vari social network che fanno da cassa di risonanza alimentando con foto, video e immagini il cattivo esempio di turno. Ed ecco completato il quadro dell’Italia, il posto dove si confonde la libertà di espressione con la libertà di insultare.

Il linguaggio corretto politicamente è qualcosa di rigido, censorio, assolutista, limitante per la creatività, letale per la mente? Può darsi. Ma responsabilità e buon senso sono importanti. Pensare prima di parlare. Questa dovrebbe essere la regola generale. Per tutti.

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Le isotopie del linguaggio politico

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Quali sono le parole chiave della politica italiana? Ce lo fa notare Naomi O’Leary, corrispondente della nota agenzia stampa Reuters. Infatti, la giornalista ha provato a tradurre e spiegare per il pubblico statunitense le keywords presenti in modo più frequente nel linguaggio dei nostri politici. Ciò che le è venuto fuori è un simpatico articolo (ma sì, ridiamoci su) dal titolo «From “bunga bunga” to “pianists” – Italy’s political slang» e sottotitolo (traduco io): «Un’enciclopedia del gergo politico italiano ha messo in luce un mondo colorato e bizantino in cui legislatori e giornalisti parlano un linguaggio che non troverete in nessun comune dizionario».

Ed è vero, alcuni di questi termini non riusciremmo certo a trovali su un semplice dizionario, ma sono parole che ormai sono entrate ufficialmente a far parte del nostro linguaggio. Così, ho deciso di fare una prova e di suddividere questi termini in “categorie”, o meglio, in “isotopie”.

Se vi state chiedendo cos’è un’isotopia continuate a leggere, altrimenti, se ne avete già sentito parlare, passate al paragrafo successivo. In semiotica, un’isotopia (dal latino iso = uguale, topos = luogo) è «un insieme di categorie semantiche ridondanti che rendono possibile la lettura uniforme di una storia». Un’isotopia definisce un percorso di lettura omogeneo, poggiando sulla ripetizione di elementi semantici, in modo da indirizzare le attese del lettore. Come spiega Umberto Eco, la funzione delle isotopie è quella di facilitare l’interpretazione dei discorsi o dei testi e di individuare «la coerenza di un percorso di lettura».

In pratica, riprendendo le parole chiave tradotte dalla giornalista della Reuter e incasellandole nelle varie isotopie, è possibile farsi un’idea di come ci vedono al di là dei confini italiani, ovvero come viene considerato il linguaggio dei nostri politici e quali sono i temi di interesse maggiormente discussi nel dibattito politico.

Il linguaggio utilizzato riflette la politica odierna del nostro Belpaese? Eccome! Ecco infatti le isotopie che (ahimé) mi sono venute fuori: isotopia degli scandali sessuali, isotopia dell’inganno e dei privilegi, isotopia della crisi economica, isotopia dell’antipolitica.

Qui di seguito la lista delle parole con la traduzione in inglese proposta dalla giornalista (ma merita leggere tutto l’articolo qui):

1) Isotopia degli scandali sessuali

Bunga bunga (mysterious sexual ritual).

Olgettine (14 young women guests at parties at the home of the former prime minister).

2) Isotopia dell’inganno e dei privilegi

Inciucio (a deal done under the table).

Pianista (a pianst stretches out his arm to press the voting button on his colleague’s desk).

Compravendita (purchase agreement).

Casta (a clique of politicians keeping a grip on privilege and power).

3) Isotopia della crisi economica

Spread (Berlusconi declared in February 2013. «We lived happily for years without worrying about it. It’s an invention of two years ago»).

Esodati (exiled ones).

4) Isotopia dell’antipolitica

Grillini (little grillos or little crickets).

Celodurismo (neologismo nato dal grido del leghista Bossi, “Ce l’ho duro”, tradotto in inglese con “I have it hardism”).

Un bel quadro della politica italiana, no?!

Viva l’Italia (senza Berlusconi)

Giovedì 1 agosto durante la sentenza Mediaset della Corte di Cassazione, Silvio Berlusconi è stato condannato in via definitiva per frode fiscale a quattro anni di reclusione (di cui tre condonati per via dell’indulto e uno da scontare ai domiciliari o con l’affidamento ai servizi sociali). Inoltre è stato stabilito che i termini dell’interdizione dai pubblici uffici dovranno essere definiti in un altro processo d’appello (the neverending story).

Dopo la sentenza Mediaset, Berlusconi ha girato un video messaggio per parlare alla Nazione. Il frame (Palazzo Grazioli) è il solito, ma stavolta l’atmosfera è diversa, più tesa. Niente ironia o sorrisi. In circa nove minuti ha raccontato la storia della sua vita politica: dalla discesa in campo del ’94, passando poi dall’odierna sentenza, fino al richiamo dei «giovani migliori e le energie migliori» per rimettere in piedi Forza Italia. E il filo conduttore di questa storia, il fil rouge che intesse tutto il racconto, è la Magistratura. O meglio, «un vero e proprio accanimento giudiziario che non ha eguali nel mondo civile» (parole sue).

Questo è ciò che si chiama strategia di spostamento dell’attenzione. L’obiettivo è quello di distogliere l’interesse dei media dallo scandalo, rivolgendolo verso altre vicende. Ecco perché insiste tanto sulla Magistratura corrotta, i giudici di sinistra e «l’azione fuorviante della magistratura». E sempre la Magistratura viene definita come «un soggetto irresponsabile» la quale, grazie alla sua «azione ininterrotta», «fece cadere il governo nel ’94».

Ovviamente non è la prima volta che B. utilizza questo metodo: lo aveva già fatto durante il Rubygate o gli altri scandali sessuali, portando tutta l’attenzione sulla questione della privacy, cercando di difendere la sua sfera intima e personale.

In questo modo, Berlusconi si ritrova al centrocampo in posizione di attacco, non di difesa. Passa da accusato a vittima. Da colpevole a eroe.

Il video messaggio è una storia perfetta: c’è un antagonista (la Magistratura) e il paladino che è chiamato all’urgenza per risolvere i problemi che affliggono il Paese. E «in cambio di un impegno di 20 anni quale è il premio? In cambio dell’impegno che ho profuso nel corso di quasi vent’anni a favore del mio Paese, giunto ormai quasi al termine della mia vita attiva, ricevo in premio delle accuse e una sentenza fondata sul nulla assoluto, che mi toglie addirittura la mia libertà personale e i miei diritti politici». Già, non poteva certo mancare l’accusa di irriconoscenza che va ad accentuare ancora di più il suo status di vittima. Vittima dello stato, vittima della legge, vittima dell’intero Paese. Sembra un mondo coalizzato contro Mr. B., che tutto giri intorno a lui e che il resto non esista. Intanto l’Italia muore lentamente.

Infine, Berlusconi conclude il suo discorso con: «Viva l’Italia, viva Forza Italia». Uno slogan già sentito migliaia di volte. Uno slogan di una vecchia pubblicità ormai passata di moda.