«Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo»

Matteo Renzi a Leopolda 13

«Camicia sfilacciata, jeans skinny, linguaggio dinamico, abbronzato. That’s @matteorenzi at @Leopolda2013 #leopolda13 #americanism». Ho riassunto in questo tweet la kermesse della Leopolda 2013 avvenuta ieri a Firenze. Se ve la siete persa, qui il discorso conclusivo dell’ex-rottamatore Matteo Renzi.

Un uomo solo sul palco. Niente contradditorio. Davanti a lui il pubblico e un un microfono. Niente podio come l’anno precedente, «perché se parliamo solo con il microfono facciamo le conclusioni della Leopolda, se parliamo con il podio invece facciamo un discorso pomposo, serio», afferma Renzi. Anche la scenografia è un ritorno al passato, alla semplicità: «Oggi la semplicità è la via giusta. Questo è ciò che serve oggi: una rivoluzione della semplicità». Insomma, tutta la scenografia è una costruzione per non prendersi troppo sul serio, per tornare alla genuinità delle cose. Eppure, la “costruzione della semplicità” mi sembra quasi un ossimoro, una contraddizione. Come può una cosa semplice essere un artificio?

Inoltre, tante frasi a effetto: «La sinistra che non cambia è la destra», «Qualche politico in meno e qualche speranza in più» e, citando Baricco, «Il futuro è il luogo in cui stiamo andando, il futuro è tornare a casa». Ogni tanto torna anche la sua tipica comicità fiorentina e le tecniche del marketing politico. L’imitazione di Maurizio Crozza rende bene l’idea.

Si sa, lo stile comunicativo di Renzi è fresco, nuovo, dinamico, giovanile. E la sua immagine lo rispecchia alla perfezione. Con la sua camicia bianca arrotolata ai gomiti (a un certo punto si è persino sfilacciata) e i jeans aderenti riecheggia quel casual look degli anni ’80. Ma ciò che ricorda ancor di più è Mr. Obama e il modello politico americano (tra cui le famose convention per accaparrarsi i voti degli elettori).

Tutto ciò potrebbe essere un’arma a doppio taglio per il Sindaco di Firenze. Il suo stile comunicativo potrebbe non piacere all’elettorato di centro-sinistra al quale si sta rivolgendo. Potrebbe essere letto come uno stile troppo superficiale, in cui l’apparenza prende il sopravvento sull’essenza. E senza il contenuto la politica si trasforma in politainment, cioè politica-spettacolo adatta alle peggiori logiche mediatiche attuali. Ahimé, dobbiamo ormai rassegnarci alla politica-pop, perché, come recita il primo comandamento del Catechismo politico, «non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo». Parola di Barbara D’Urso e Matteo Renzi.

Così, quando il sipario si chiude, si prendono gli applausi, si firmano gli autografi. Arrivederci, al prossimo bluff.

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Ma le elezioni… si vincono vincendole?

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«Le cose cambiano, cambiandole». È lo slogan scelto da Giuseppe Civati per la corsa alla nuova segreteria del Partito Democratico. Neanche a dirlo in rete è partita subito l’ironia, o meglio, la parodia. Come ad esempio il “generatore automatico di slogan di Pippo Civati”, ideato dal blogger Alessandro Capriccioli. Facendo click sul refresh, la pagina ti tira fuori slogan come:

La panna monta, montandola.
L’acqua bolle, bollendola.
Le trombe suonano, suonandole.
Il tempo passa, passandolo.
Gli assegni girano, girandoli.
La carta igienica finisce, finendola.

Insomma, la fiera dell’ovvio e della banalità. A me inizialmente le frasi hanno strappato una risata, ma poi ci ho ripensato bene e mi sono accorta che, in fondo in fondo, non sono poi così lontane dalla realtà. Seguo Civati già da diverso tempo sia sul suo blog che su Twitter e Facebook, spazi digitali in cui il politico è molto attivo. E ad ogni suo nuovo “cinguettio” non posso fare a meno di notare i suoi neologismi: sul blog è Ciwati, sui link è civoti.it e ha addirittura il “CivaCalendar”. Insomma, tutte espressioni degne di “i petardi esplodono, esplodendoli”, oppure, Civati, fattelo dire, lo slogan è banale, banalizzandolo!

Eppure qualche esempio di buona comunicazione politica durante le campagne elettorali c’è stato. Adci (Art Directors Club Italiano), in questo slideshow, ha messo insieme queste idee semplici, ma allo stesso tempo concrete, per far capire che non bastano faccioni di politici su carta patinata o frasi a effetto per parlare ai cittadini. C’è un intero mondo di possibili discorsi da trasmettere agli elettori e, spesso, questo è la via giusta per stabilire un buon dialogo. Solo così il politico può avvicinarsi all’elettore e a conquistare la sua fiducia.

Eppure non sembra neanche troppo difficile. Io la ricetta per una buona comunicazione politica la farei così:

1. Procurarsi un’idea forte
2. Dare forma all’idea, magari in modo chiaro, nuovo e originale
3. Mettere in pratica l’idea
4. Tagliare a fette e servire ai cittadini

Ma, come sempre, i politici italiani, se riescono a superare il punto 1 e 2, poi si bloccano inevitabilmente al punto 3. È più forte di loro.

Non basta dire basta

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Le primarie per scegliere il nuovo segretario del Partito Democratico si terranno l’8 dicembre in tutta Italia. E Matteo Renzi ha già iniziato la sua campagna elettorale per affrontare questa «sfida molto affascinante» che racconterà durante le sue tappe (niente camper stavolta, dice che ha mal di schiena), perché vuole ottenere «un’Italia che cambia verso», come scrive nella sua enews.

E ovviamente non mancano gli slogan e i giochi di parole, tanto cari a Renzi (lo dice lui stesso in una recente intervista condotta da Massimo Gramellini «Come mai a vent’anni partecipò alla Ruota della Fortuna? Adoro i giochi di parole»). Ed eccovi servito lo slogan: “L’Italia cambia verso”. Semplice, chiaro e facilmente memorizzabile. Sì, tutto giusto, d’altronde uno slogan è così che deve essere! Ma guardando la messa in grafica di quanto appena detto, forse non valgono più le stesse osservazioni. Infatti, la campagna lanciata in rete è formata da 8 immagini in cui Renzi pone una serie di problemi ai quali la sinistra deve saper dare delle risposte. Le parole negative si leggono al contrario (da destra verso sinistra), mentre la risposta a questi problemi è scritta come di norma e, dunque, più facile da leggere. Non manca poi la firma “Renzi”, ma con la prima lettera a forma di freccia (sembra l’invito a prendere una rotonda contromano o il simbolo del riciclaggio o del refresh dei nostri PC) e l’immancabile hashtag per Twitter #cambiaverso (l’hashtag fa cool!).

Eppure i concetti renziani sono davvero semplificati, perché si riduce tutto a una dicotomia, a due termini messi in contrapposizione (burocrazia VS semplicità, conservazione VS futuro, raccomandati VS bravi, perdere bene VS vincere, lamentarsi VS cambiare, paura VS coraggio, il Palazzo VS la strada, il Cavaliere VS gli italiani). Ma guardando le grafiche il lettore deve soffermarsi, deve fare uno sforzo cognitivo per riuscire a leggere quelle parole al contrario e analizzare l’informazione. Non è una lettura immediata. Se davvero vuoi capirne il significato devi prenderti un attimo, fermarti e leggere con attenzione. Non puoi dare un’occhiata en passant mentre stai facendo altro.

Insomma, il giochino che l’elettore deve capire è il richiamo al cambiamento, al rinnovamento e al cambio di rotta che Renzi si auspica per tutta l’Italia per dire basta agli ultimi monotoni vent’anni. Mettiamo che l’elettore riesca a capire nell’immediato il messaggio. Mettiamo che riesca anche ad evitare un crampo mentale mentre cerca di leggere le parole al contrario. Mettiamo che per un attimo dimentichi l’amara politica italiana e trovi gradevoli i giochi di parole.

Oppure no. Mettiamo che l’elettore sia stanco di tutti questi giochini. Ecco, è qui che sorgono i problemi. Si sa, la comunicazione politica è fatta anche di immagine. Ma questa non serve a niente se manca tutto il resto. Allora adesso uno slogan lo suggerisco io: non basta dire basta.

Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it.

Ciao consumatore, diamoci del tu!

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E dopo “condividi una Coca-Cola” arriva “Nutella sei tu: il buongiorno ha un nuovo nome, il tuo”. È questo il nuovo claim di Nutella che, sulla scia del successo delle lattine di Coca, proprio in questo periodo sta entrando a far parte dell’arena del marketing partecipativo. E viva l’originalità, visto che non è certo la prima volta che un’azienda si cimenta in questo genere di strategia di mercato: infatti si possono ricordare le bottiglie fai da te di Heineken, la già citata Coca-Cola in vendita con i 150 nomi più diffusi in Italia, i gelati Magnum personalizzati o i bicchieri da asporto di Starbucks col nome scritto sopra.

È la tecnica del debranding: marchi famosi ormai conosciuti al grande pubblico decidono di eliminare (tutto o in parte) il proprio nome dai prodotti offerti. Sono tutte strategie personalizzanti, o meglio, per dirla in “semiotichese”, strategie soggettivizzanti che fanno perno sull’importanza assegnata al ruolo del consumatore e sulla dimensione passionale del processo comunicativo. Infatti, con questo metodo, si cerca di creare un legame tra produttore e cliente, il quale è messo al centro dell’attenzione e al quale viene chiesto di compiere delle azioni, come condividere la Coca-Cola con qualcuno o scattare una foto con il barattolo personalizzato di Nutella.

Il cliente dunque diventa creativo e si trasforma in “prosumer”, cioè un mix tra produttore (producer) e consumatore (consumer). Nell’era della globalizzazione e del consumismo di massa, il consumatore cerca delle vie d’uscita per differenziarsi per uscire dalla produzione seriale e aderire alla molteplicità di gusti e tendenze personali. E, ovviamente, gli aiutanti in grado di realizzare tutto questo sono i social network, la vetrina planetaria che realizza il bisogno di esibizionismo di ognuno di noi e con un click ci permette di condividere la foto con il nostro prodotto personalizzato. Così, il consumatore, devoto al must dell’apparire, ha l’illusione di essere il protagonista.

Dopodiché inizia il passaparola tra gli utenti in rete, le foto diventano virali, il marchio accresce la sua brand image, i consumatori si fidelizzano sempre di più e infine l’azienda aumenta i suoi volumi di produzione e chiude il bilancio in positivo. Facile no?! È un metodo semplice, a basso costo, virale, commerciale ed emozionale. Ecco perché, sempre più spesso, le aziende adottano e cavalcano questo trend.

È come se queste aziende ci stessero dicendo: non siete delle semplici matricole, dei numeri o dei codici a barre. Siete persone, ognuna con caratteristiche proprie e qualità distintive. Avete sentimenti, emozioni e un cuore palpitante. Siete Marco, Giovanna, Laura e Roberto. Siamo lieti di conoscervi e, per favore, diamoci del tu. Però adesso scattatevi una foto col nostro prodotto, mettetela online e fateci pubblicità. Grazie e alla prossima.

Pensateci bene… tra azienda e consumatore, chi è che, ancora una volta, tiene le fila del gioco?

Amenità a Palazzo

giornale-tasse-letta

Il peggio delle ultime due settimane riassunto nei tweet, negli stati di Facebook, nei siti web, nei commenti degli internauti o nelle foto virali che hanno circolato in rete.

Si parla di crisi di governo, fiducia, governo Letta, decadenza, falchi, colombe, IVA, Berlusconi, Alfano, Dudù… Come il popolo dei social media ha vissuto questi giorni politicamente pieni di eventi (e amenità).

Spinoza.it

Dal 1994 ad oggi, Berlusconi ha diffuso sette videomessaggi. Al quinto si vinceva una statuetta.

Berlusconi: «Mi rivolgo agli italiani di buon senso». Ma quelli avevano la tv spenta.

«Alle persone perbene dico: reagite, protestate, fatevi sentire». Tutti gli altri possono continuare a votarlo.

Berlusconi: «I processi mi hanno tolto tanto tempo». Bastava farsi condannare al primo.

Berlusconi fa dimettere i suoi a causa dell’aumento dell’iva. Ma perché, doveva ancora pagarli?

I berlusconiani più fedeli pronti a dimettersi. Dudù ha già restituito il collare.

Alfano: «Sarò diversamente berlusconiano». Bene, ti riserviamo un parcheggio.

Berlusconi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Confidiamo nella smentita.

Giovanardi sostiene il governo Letta. E tante altre stronzate.

Letta: «Rischiamo di consegnare il paese all’ingovernabilità». E se poi fa meglio?

Berlusconi è riuscito a saltare sul carro del vincitore e contemporaneamente a guidare quello del perdente.

Nunzia De Girolamo: «Berlusconi ha scelto con la testa e con il cuore». Era giusto far riposare un po’ l’uccello.

Facebook

Maurizio Crozza: «Care italiane, cari italiani, vorrei stipulare un nuovo contratto con voi… o preferite che facciamo in nero?».

Io: «Io sarò sempre con voi, decEduto o no». Grazie B. per averci ricordato che abbiamo 20 anni in più e non è cambiato nulla. Grazie davvero.

Io: 1994-2013: non è cambiato nulla (ad eccezione dei lifting)… Continuerà a fare politica da decaduto, da detenuto e da deceduto.

Io: Nel videomessaggio Berlusconi, nonostante tutto, ha saputo mantenere una certa salma… emmm… calma!

Andrea Scanzi: Berlusconi darà la fiducia. Così le colombe torneranno a non contare nulla e il Pd resterà sotto ricatto. Letta non ha ottenuto nulla (anzi), il Caimano ha fatto il teatrino smentendo se stesso per la trecentesima volta. E la buffonata continua. Contenti loro, scontenti tutti.

Leonardo Pieraccioni: Mettessero una tassa di 0,20 centesimi su tutte le prossime battute di Silvio ai servizio sociali si diventa la Germania.

Berlusconi: «Ho perso undici chili». È il suo classico falso in bilancia.

Prima pagina de Il Giornale del 29 settembre: «Le tasse di Letta fanno cadere il governo».

Lettera del cane di Francesca Pascale pubblicata in prima pagina de Il Giornale (davvero!): «Sono Dudù, per favore, lasciatemi in pace».

Twitter

Enrico Letta (@EnricoLetta): #IVA colpa dimissione parlamentari che ha provocato crisi e reso impossibile continuare. Berlusconi rovesciafrittata, italiani non abbocchino!

Beppe Severgnini (@beppesevergnini): Berlusconi, per il compleanno, si regala una #crisidigoverno. Non poteva andare a cena fuori, come tutti?

Io (@Isottaaa): Adesso piove e non so a chi dare la colpa… #disagio #crisidigoverno

Graber (@graber64): Il #PD ha paura di andare alle urne… Funerarie sottoforma di cenere.

Dio (@lddio): Letta cita Benedetto Croce, dimostrando così che l’unico modo per superare la DC è andare ancora più indietro. #direttaletta

L’Espresso (@espressonline): Non funzionava il microfono. Era la magistratura, sicuramente. #direttaletta

Roberto Tallei (@RobTallei): La #decadenza è una danza che si balla nella latitanza.

Renolto (@renolto): Schifani: «Copione già scritto e se ne conosceva la trama». È stato il maggiordomo.

Dio (@lddio): La #Giunta dice sì alla #decadenza di Berlusconi. Tutto l’Esercito di Silvio è pregato di indossare il perizoma nero in segno di lutto.

Dove c’è Barilla, c’è caos

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In questi giorni si è discusso molto delle affermazioni di Guido Barilla e delle conseguenti reazioni che si sono scatenate sul web (vedi l’hashtag #boicottaBarilla che è entrato subito nella top ten delle tendenze su Twitter). Per chi se le è perse queste sono state le parole di Barilla in risposta al conduttore de La Zanzara: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

In merito alla questione, che ha suscitato tanto polverone nell’opinione pubblica, le domande da porsi sono le più svariate: è contro gli omosessuali? È omofobo? Qual è la definizione di famiglia tradizionale? E le coppie di fatto, divorziate o ricostruite? È una forma di discriminazione? O ha espresso una sua opinione personale nel pieno dei suoi diritti? È la condotta dell’intera azienda? Ecc., ecc. Ma qui ci concentreremo più sul piano dell’espressione piuttosto che su quello del contenuto. E facendo un’analisi in quattro e quattr’otto non ci si mette molto a capire che Barilla, grande manager di una famosa multinazionale in tutto il mondo, ha commesso un grosso errore comunicativo, che probabilmente andrà ad incidere sui futuri profitti dell’azienda e sull’immagine dell’intero brand.

Perché? Beh, intanto stiamo parlando di una tematica che possiamo definire “wedge issue”, ovvero un argomento divisivo che da sempre crea polarizzazioni e schieramenti opposti nel nostro Belpaese. Ma l’errore principale (e qui arriviamo al punto) è stato quello di affermare pubblicamente di non voler mettere una famiglia gay nelle loro pubblicità, perché loro sono per la famiglia tradizionale. Opinione più che legittima, certo (anche se mi chiedo… ma un’azienda, per sopravvivere, non dovrebbe rivolgersi a tutti? L’omofobia non è mai stata una strategia di marketing particolarmente redditizia, ma vabè, affari sua). Il problema è il “noi siamo per la famiglia tradizionale”. Noi chi? È proprio questo noi inclusivo che stona. È un’opinione personale del proprietario, applicata a una marca. Quindi non meravigliamoci se poi i consumatori che non si rivedono in queste idee decidono di cambiare pasta sulla tavola. Adesso tutti i valori positivi associati al brand si sono persi e parte del pubblico faticherà a riconoscersi in Barilla. Il “noi” che prima era inclusivo, ora è diventato esclusivo.

Concludo citando un frammento di articolo che ho letto sul Corriere della Sera: «Alla piccola famiglia degli anni ’80 bastava il mulino per risuonare nei cuori degli italiani. Alla attuale famiglia liquida, frammentata, ricomposta occorrerà rispondere con narrazioni adeguate, capaci di coglierne il senso profondo».

Ed è proprio così che la pubblicità potrebbe salvarci dagli stereotipi: non più guardando alla nostalgia dell’edulcorato passato o anticipando il cambiamento futuro. Ma provando ad essere semplicemente lo specchio (non distorto) della realtà.