#Decadenza in 10 tweet

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Storytelling 2.0

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Potrei iniziare questo articolo in due modi: spiegandovi cos’è lo storytelling o raccontandovi una storia. Scelgo la seconda opzione.

Ho un’amica su Facebook che parla costantemente di sé: da quello che fa, a quello che dice, fino a quello che pensa o che avrebbe intenzione di fare. Il social network è il suo miglior confidente. È tutto lì, sulla sua bacheca. La foto dell’ultimo acquisto, la canzone sentita in auto, le frasi struggenti per l’ex fidanzato che le ha spezzato il cuore, il resoconto della sua giornata in palestra… tutto è pubblico, pronto alla lettura/visione da parte di chiunque capiti lì.

Son sicura che tutti hanno un personaggio del genere tra i propri amici. E anche non volendo, uno sguardo ce lo butti, anzi, per dirla tutta, vuoi proprio sapere come andrà a finire la storia col suo ex. Oppure, nei casi peggiori, l’unico pensiero che ti viene a mente è: «Sì, beh, hai proprio una vita interessante… ma anche basta!». Così succede che il contatto in questione, il bulimico di Facebook, viene bloccato o rimosso dalla cerchia di amici. Eliminato. Senza pietà.

Lo storytelling è (anche) questo. È l’arte del narrare storie. Le raccontiamo noi, il venditore, il politico. Perché raccontiamo storie? Per coinvolgere emotivamente, per catturare l’attenzione, per semplificare, per far ricordare, per vendere un prodotto, per prendere un voto alle elezioni. L’immagine che viene a mente è quella di una spiaggia al calar del sole e un gruppo di persone riunite intorno a un fuoco che esprimono ciò che, detto in un’altra maniera, non sarebbe oggetto di alcuna attenzione. Oppure l’immagine del nonno che prende sulle ginocchia il nipotino e, per spiegargli cos’è l’egoismo, gli racconta la favola del Lupo e dell’Agnello.

Insomma, prestiamo molta più attenzione a ciò che suscita in noi un’emozione, perché i contenuti puramente razionali non riescono a provocare alcuna implicazione emotiva sulle persone ed è quindi più difficile che si attivi un comportamento concreto di voto, di acquisto o in generale di mobilitazione a compiere una qualsiasi azione.

Anche Salmon in Storytelling. La fabbrica delle storie, spiega come oggigiorno siamo sommersi da narrazioni. Però, fate attenzione, alcune sono buone, mentre altre sono falsanti e propagandistiche: «Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni alle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino in senso inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories».

Ma come è possibile raccontare storie nell’era dei social network? Sì può essere bravi storyteller in 140 caratteri o in un post su Facebook? Si può. È solo diverso rispetto a qualche decennio fa, perché si usano nuovi formati di comunicazione. Il limite dei 140 caratteri su Twitter, ad esempio, fa riscoprire la creatività delle persone, una risorsa sempre rinnovabile con la produzione di hashtag diversi a seconda del fatto d’attualità che si impone nell’opinione pubblica. Certo, si tratta sempre di creatività a breve termine (fai click sul refresh e il tweet è già andato nel dimenticatoio) e di una rappresentazione del sé un po’ falsante (su Facebook ognuno di noi è ben attento a scegliere l’immagine che vuole dare di sé agli atri). Ma adesso funziona così. Roba da tempi moderni.

L’ingrediente principale di una buona narrazione in rete, oltre ad esser sostenuta da buone doti di scrittura, è l’originalità. Non importa se sia lunga o corta. Pensate che nel 1920 Hemingway vinse una scommessa scrivendo una storia di sole sei parole: «Vendesi: scarpe da bambino, mai usate». E poi c’è anche chi sette anni fa ci ha fatto sopra un progetto (guardatevi questo simpatico video di SMITH Magazine) ancora oggi aggiornato dagli utenti del web (qui).

Ammettiamolo, abbiamo bisogno di storie, soprattutto adesso che siamo costantemente bombardati dalle informazioni dei new media. Il sovraccarico mediatico a cui siamo esposti in questo universo iperveloce e atemporale esige una selezione dei racconti più inusuali, che suscitino in noi qualcosa, che riescano a fermare tutto il rumore che c’è intorno. Sì, perché quando leggiamo una storia il tempo si ferma, le emozioni si accavallano, cozzano tra loro e ci portano lontano con la mente.

Poi, si fa un bel respiro e si torna alla realtà.

[Articolo pubblicato anche su Mediumevo]

Primarie PD: istruzioni per l’uso

Tra meno di un mese si svolgeranno le primarie del PD. Un elettore di centro-sinistra si ritrova a scegliere tra le seguenti alternative:

  • l’autore delle “praline dell’ovvio”, il “nientalistaRenzi con i suoi discorsi privi di sostanza politica;

  • Cuperlo, il leader dal carisma sconvolgente che vuole un partito «bello e democratico» (se vabbè…);

  • Civati, il candidato social onnipresente su Facebook, Twitter e blog («Le cose cambiano, cambiandole» è il suo slogan e non c’è da aggiungere altro, è chiaro, no?! No);

  • Pittella e le sue 24 pagine di programma, parole vibranti e altisonanti che nessuno leggerà mai. Probabilmente nemmeno lui.

Per chiarirsi le idee ho fatto il quadrato semiotico delle primarie del PD (click per ingrandire):

Primarie PD

Ok, torniamo seri.

Leggendo i programmi dei candidati, l’elettore si ritrova sommerso da belle frasi a effetto, tanta retorica e politichese.

Pittella ad esempio scrive: «C’è l’urgenza di costruire un futuro che vale». Come, in che modo? Boh, si vedrà. Oppure: «Un nuovo tempo si sta affacciando». Sì, si è affacciato poi però è tornato indietro. E infine: «Dovremmo avvertire l’urgenza del fare». Poi quella del dire, del baciare, lettera e testamento.

Renzi ha riassunto tutte le sue proposte in 18 pagine, Civati invece il più prolisso (ben 70 pagine). Nei loro programmi ci sono tanti «è necessario», «dobbiamo», «bisogna», «occorre»… ma, di preciso, cosa dobbiamo fare?! Boh, metteteci un po’ quello che vi pare e se viene fuori una frase di senso compiuto, va bene.

Il programma dell’ex rottamatore/neo asfaltatore è diviso in tre punti consequenziali tra loro: Renzi può cambiare verso al PD, il PD può cambiare verso all’Italia e l’Italia può cambiare verso all’Europa. In pratica la storia dovrebbe andare così: il candidato vince le elezioni, porta una ventata d’aria fresca al suo partito, insieme possono lavorare per il bene dell’Italia e, infine, risanare i bilanci (e la credibilità) in Europa. Uno storytelling perfetto con lieto fine assicurato. Mah.

Del programma di Cuperlo è stato detto che propone «ricette vecchie e fallimentari». Si adegua ai giovanilismi quando scrive che vuole «un nuovo patto per l’Italia», «un’altra Europa» e soprattutto «un partito che pensa in grande, intelligente, aperto, che appassioni». In pratica un altro PD.

Poi, un po’ amareggiata, ho chiuso tutti i documenti dei candidati (sì, lo ammetto, ho letto anche quello di Pittella), ho sgombrato la mente da tutte quelle belle frasi e ho pensato che ne sarebbe bastata una, e una soltanto, per racchiudere tutto il mio pensiero in quel preciso momento. Ed è quella che Gino Bartali ripeteva ad ogni tappa persa: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare».

Beh, staremo a vedere e… che perda il peggiore!

Cani di distrazione di massa

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C’era un poeta latino (Giovenale) che scrisse: «duas tantum res anxius optat, panem et circenses» che, tradotto, viene fuori qualcosa del genere: «[il popolo] desidera ansiosamente solo due cose, pane e giochi circensi». «Panem et circenses». Ma oggi suona meglio «canem et circenses». Perché?! Non perché negli ultimi vent’anni i nostri politici “menano il can per l’aia”, no (beh, in realtà sì, ma magari ne parliamo un’altra volta). E nemmeno perché le opposte fazioni politiche si rincorrono come cani e gatti (anzi, tutt’altro! Vedi “larghe intese”). Il motivo è Dudù.

Chi è Dudù?! Se non sapete ancora chi è vuol dire che non siete al passo con i tempi, perché è il cane più chiacchierato del momento. È ormai diventato una celebrità in tutta Italia, viene fotografato, è sempre su tutti i giornali, ha blog e tantissimi articoli a lui dedicati. È l’indiscusso protagonista delle cronache politiche attuali. È lui, Dudù, il barboncino di Silvio Berlusconi e Francesca Pascale, l’attuale fidanzata. Fedele compagno del Cavaliere, ha accesso a tutte le stanze delle sue innumerevoli case. Si dice che ancora non abbia imparato dove fare i bisognini, ma Berlusconi ci assicura che «è un cane intelligentissimo, gli manca solo la parola». Indiscrezioni rivelano che se avesse parlato, a quest’ora avrebbe già ottenuto un posto a Palazzo Chigi, magari in sostituzione di Alfano. Quando non è impegnato in servizi fotografici o talk show, Dudù fa compagnia a Berlusconi rallegrando le sue intense e travagliate giornate post condanna.

Su L’Espresso Dudù scrive un diario giornaliero riportando gli innumerevoli articoli della stampa cartacea e digitale in cui compare. Alcuni esempi? “Dudù e mamma Trilly, Chi incontra la famiglia del cane di Berlusconi e Pascale, “Dudù, le foto segrete del cane di Berlusconi”, “Dudù da cagnolino a giornalista: ora scrive per L’Espresso”, “Il nuovo segretario di Forza Italia sarà Dudù?”. Oppure la lettera pubblicata su Il Giornale dal titolo “Sono Dudù, per favore lasciatemi in pace”. E chi più ne ha più ne metta. Insomma, in poco tempo il barboncino è entrato prepotentemente a far parte di tutta la stampa e la televisione. Un fenomeno nuovo mai visto in politica. La nuova frontiera del ridicolo.

Tutto ciò ricorda il genere del politainment, termine inglese che unisce la politica (politics) e l’intrattenimento (entertainment). O forse tutto questo interesse mediatico per Dudù non è altro che un metodo per far distogliere l’attenzione del pubblico dalle questioni più importanti del nostro Belpaese (come ad esempio una crisi economico-finanziaria senza precedenti o il baratro in cui è caduto il nostro sistema politico-istituzionale). Notizie di distrazione di massa. Non-notizie degne del salotto di Barbara D’Urso e dei suoi ospiti politicanti. Abracadabra, i fatti scompaiono e i media disinformano. Questo perché, come spiega il linguista statunitense Chomsky, «l’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti».

Dunque, nell’era del sovraccarico mediatico e dell’infobesità, l’obiettivo è farci tenere la mente sempre occupata. E non importa se sia occupata da Dudù, dalla questione Barilla, dal caso Pomì, da X-Factor o dall’ultima kermesse di Renzi alla Leopolda. L’importante è impedire al pubblico di pensare ai fatti importanti e ai problemi reali del Paese.

E allora, forse, tra altri vent’anni, l’immagine che ricorderemo di questi giorni, non sarà la crisi o il sistema politico a pezzi. No. Forse ci rimarrà impressa l’immagine di un cane su una copertina di un settimanale o sullo schermo della tv. E allora lì, proprio in quel momento, saremo davvero consapevoli che l’Italia ha toccato il fondo e che, più in basso di così, c’è solo da scavare.

[Questo articolo è stato pubblicato anche su Mediumevo]

Intervista a me stessa

Cliccando qui, potrete leggere la mia intervista per Comunicare sul web.

Ringrazio l’autore, Alessandro Scuratti, che mi ha permesso di esprimere il mio pensiero sul mondo della comunicazione e non solo… Buona lettura!