Tutto cambia affinché nulla cambi

Articolo scritto per il sito Comunicare sul Web di Alessandro Scuratti, per spiegare come la comunicazione sia radicalmente cambiata negli ultimi venti anni. In fondo in fondo, però, noi siamo sempre gli stessi.

Vintage social network

Marshall McLuhan, uno dei più importanti teorici della comunicazione, nel 1968 definì il mondo come un “villaggio globale”. Con questo ossimoro voleva spiegare come i mass media riuscissero a ridurre la distanza tra le persone e ad avvicinare (seppur virtualmente) civiltà, culture e idee tra loro diverse. Tutt’oggi questa affermazione rimane valida e, anzi, lo è ancora di più se si pensa alle moderne tecnologie, tra cui smartphone, Internet, Web 2.0 e social network.

La comunicazione muta continuamente, così come la rappresentazione della realtà che produce. Negli ultimi tempi si è assistito a un radicale cambiamento delle logiche mediali, ovvero dei criteri in base ai quali si selezionano e si categorizzano gli eventi. Ecco che il risultato è una continua enfatizzazione dell’immediato dovuta al moltiplicarsi delle informazioni che, al tempo di un battito di ciglia, ci bombardano su ogni fronte. Tutto è schiacciato sul presente, sul “tutto e subito” e come una notizia appare, poi, scompare poco dopo.

Così adesso, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si produce un’enorme quantità di materiali che vengono messi in circolazione e condivisi dagli utenti stessi. Basta avere una connessione ad Internet e il gioco è fatto: la società reale si trasforma una comunità immaginata, virtuale e interconnessa in un’unica rete. Tutti gli utenti possono generare e condividere contenuti sul web 2.0. Tutti, potenziali giornalisti, possono produrre e ricercare informazioni, di qualsiasi tipo. Non cerchiamo più le notizie, ma cerchiamo nelle notizie. I fatti non parlano da soli, ma vengono fatti parlare da una diversità enorme di prospettive e punti di vista. Si allarga così lo spazio sociale mediatizzato e si ridefinisce l’onnicomprendente termine di “giornalista”.

Quindi, per riassumere: velocizzazione del processo informativo e popolarizzazione del prodotto informativo attraverso l’allargamento dello spazio sociale. Poi aggiungiamo anche ipervelocità, atemporalità e condivisione. Ecco la ricetta della comunicazione sul web al giorno d’oggi. Tranquilli, per tutto c’è una messa in grafica.

E allora quando ci mettiamo a sedere davanti allo schermo del nostro PC come facciamo a sapere cosa è degno della nostra attenzione? Chi ci dice «hey, fermati qui, c’è qualcosa che ti può interessare»? Ammettiamolo, il lavoro di selezione dei giornalisti è ancora essenziale: questi si trasformano in bussole interpretative e ci aiutano a districarsi in questo sovraccarico mediatico. Inoltre, gli esperti in materia oggigiorno fanno ricorso al sensazionalismo, alla personalizzazione delle notizie e alla quotidianizzazione dei personaggi pubblici. Tecniche per semplificare la presentazione dei fatti, per facilitare la memorizzazione e la riconoscibilità delle notizie in questo mare magnum informativo. Ma il lavoro dei giornalisti non basta, perché si sa, non c’è tempo di interessarsi a tutto. Ci interessiamo solo a ciò che per noi ha importanza e valore e che, di solito, riesca a trasmetterci qualcosa anche a livello emotivo (una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla).

Insomma, l’abbiamo capito, la scrittura è decisamente cambiata rispetto a qualche decennio fa. Ma la lettura? Quanto è cambiata la lettura, soprattutto se si considera quella digitale? Abbiamo smesso di leccarci il dito e di sfogliare la pagine e abbiamo iniziato a scorrere giù con lo scroll del mouse. E quante volte ci siamo soffermati solo sui titoli o sui grassetti, senza leggere tutto il testo per intero? Titoli, sottotitoli, grassetti, corsivi, link, elenchi, numeri e simboli. Sono questi alcuni “indizi” che ci fanno scoprire il testo digitale. E fin troppe ricerche ci confermano il nostro comportamento sul web: cerchiamo di leggere il meno possibile e, per il principio del risparmio cognitivo, attuiamo diverse tecniche che ci lasciano sorvolare sulla superficie del testo, senza mai entrarci in profondità.

Ecco perché un testo, un racconto, una storia, un articolo o un libro possono essere visti sotto due punti di vista a seconda del metodo di lettura: un testo letto in modo omogeneo, dall’inizio alla fine, può essere paragonato a una strada, un percorso su cui ci si incammina. Se invece la lettura è discontinua, esplorativa, “a spizzichi e bocconi”, allora il racconto è come una finestra dalla quale è possibile entrare e uscire a nostro piacimento. O forse, l’immagine che più si avvicina a un testo, di qualsiasi natura, è quella di una casa, cioè un luogo in cui rifugiarsi e trovare protezione mentre, fuori, tutto scorre alla velocità della luce. Ed è proprio lì che incontriamo personaggi immaginari, visitiamo luoghi sconosciuti e proviamo infiniti sentimenti. Poi, quando torniamo nel nostro mondo, siamo profondamente cambiati. Dunque, cos’è la lettura, se non una garanzia di libertà? Ed è proprio di questo che abbiamo bisogno. Da sempre.

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In parole povere

Tag Cloud Renzi

Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.