In parole povere

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Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.

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