Perché piangiamo i morti di Parigi (e non quelli di Beirut)

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«Ma perché piangiamo solo i morti dei posti di cui abbiamo le calamite attaccate al frigo?». Questa è la domanda che ha posto Maurizio Crozza durante la copertina che apre il programma DiMartedì in onda su La7 (qui il video completo). Parlando degli attentati di Parigi, il comico ha detto: «A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, te la potevi cavare con un “Je suis Charlie”, ora con “Je suis Paris”. Ma due giorni prima c’è stato un attentato in Libano con 44 vittime e 239 feriti. Quindi, bisognerebbe scrivere sulle magliette anche “Je suis Beirut”». E ha aggiunto amaramente: «Quanto deve essere vicina una barbarie perché ci colpisca come esseri umani? Piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo?».

Crozza è un comico che riesce sempre a colpire il segno, che è in grado di spiegare i fatti di attualità meglio di chiunque altro e che può comunicare in modo più pertinente di tanti altri personaggi presenti sull’attuale scenario politico. Ma è eticamente giusto porre la domanda “perché parli solo della tragedia avvenuta nel Paese X e non delle persone morte nel Paese Y?”. Non si è più liberi nemmeno di piangere i morti che si vuole? E poi cos’è, una gara sulle tragedie nel mondo?. Tanti hanno anche cambiato la loro foto profilo su Facebook aggiungendo il tricolore francese. Di contro, tanti altri hanno sostenuto che questa scelta è solo un pensiero miope e ipocrita che supporta solo un tipo di visione predominante, quella occidentale.

Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’Università della California, ha affermato che «c’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo». Inoltre, «le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati».

In ogni caso, lasciando da parte le polemiche, proviamo a concentrarci sui cosiddetti “criteri di notiziabilità”, ovvero i requisiti che deve avere un evento per trasformarsi in notizia, cioè in una notizia di rilevante interesse per il pubblico e quindi meritevole di essere pubblicata sul giornale o lanciata durante il telegiornale. Cerchiamo di capire perché i mezzi di comunicazione (occidentali) hanno dato più spazio agli attentati di Parigi piuttosto che a quelli in Beirut e perché noi occidentali ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi.

Perché i media occidentali raccontano Parigi (e non Beirut)

Ciò che leggiamo o ascoltiamo ogni giorno sui fatti di Parigi è il frutto di una complessa serie di scelte effettuate dal sistema mediatico. I criteri valutativi che regolano la selezione delle notizie non sono altro che stereotipi che la notizia deve assumere per catturare l’attenzione del pubblico. I news values relativi all’interesse del pubblico possono essere 10:

  1. Novità: la notizia deve essere nuova, deve cioè riguardare fatti appena avvenuti.

  2. Vicinanza: quanto più una notizia appartiene al contesto culturale del pubblico, tanto più è probabile che venga selezionata (si tratta sia di una vicinanza sia fisica che culturale, ideologica, politica e psicologica).

  3. Dimensione: quanto più è grande la dimensione di un fatto, tanto più è rilevante il suo impatto sul pubblico.

  4. Comunicabilità: quanto più un fatto è semplice da comunicare e interpretare, tanto più è probabile che susciti un consenso di attenzioni.

  5. Drammaticità: “bad news is good news”, una notizia drammatica e che suscita emozioni (come tragedie, cataclismi, attentati, ecc.) ha più probabilità di coinvolgere emotivamente l’audience.

  6. Conflittualità: una notizia che è caratterizzata da una forte conflittualità e che vede contrapporsi “amici VS nemici” (come in dibattiti politici, scontri militari, guerre, elezioni, ecc.) è più probabile che coinvolga il pubblico.

  7. Conseguenze pratiche: rilevanza e significatività dell’evento rispetto a sviluppi futuri (ad esempio notizie di pubblica utilità o informazioni di pubblico servizio).

  8. Human interest: maggiore è la carica emotiva che una notizia trasmette, maggiore è l’interesse.

  9. Idea di progresso: la notizia che sviluppa un’idea condivisa di progresso (ad esempio una notizia scientifica) interessa maggiormente l’audience.

  10. Prestigio sociale: la notizia attrae di più se parla di persone e ambienti conosciuti o che appartengono all’élite della società.

Ora provate a rileggere i punti 1, 2, 3, 5, 6 e 8 pensando agli attacchi di Parigi.

Avrei potuto essere io”

La verità è che di fronte alla morte non ci sono persone più importanti di altre e che tutti i morti meritano di essere commemorati allo stesso modo. È così, però ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi soprattutto per un fatto di vicinanza fisica, culturale e ideologica. Volenti o nolenti, il nostro cervello ragiona così:

  • Gli attentati sono avvenuti a Parigi, ma poteva benissimo essere Roma o Milano. Quindi anch’io avrei potuto trovarmi in mezzo agli attentati.

  • Parigi, nota meta turistica a sole due ore d’aereo dall’Italia. Avrei potuto trovarmi lì in quel momento.

  • Parigi, come l’Italia, non è zona di guerra (Beirut invece è la capitale del Libano e confina con la Siria che è in piena guerra civile).

  • I terroristi hanno colpito ristoranti, strade, stadi. Luoghi comuni che anch’io frequento tutti i giorni. Tra le vittime, avrei potuto esserci io.

  • I terroristi hanno attaccato gente comune, non personaggi famosi o di rilevanza politica. Anch’io avrei potuto essere uno di loro.

Insomma, in seguito a una valutazione dei rischi, siamo più propensi a una maggiore vicinanza emotiva con Parigi rispetto a Beirut. Abbiamo paura di morire per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È quel “avrei potuto essere io” che ci frega. Solo questo ci terrorizza: la nostra egoistica (ma umana) paura di morire.

Comunicare il terrore

Paris

Proviamo a capire, leggiamo giornali, cerchiamo notizie online. C’è chi si stringe in un abbraccio solidale, chi alimenta polemiche, chi predica populismo, chi parla di guerra santa, chi cambia la foto di Facebook col tricolore francese, chi ha già iniziato la campagna elettorale sui corpi ancora caldi e chi “bastardi islamici vi ammazzerei tutti”. Ecco, nonostante tutto, non riusciamo a capire com’è che funziona il mondo.

Perché durante l’attacco a Parigi i terroristi non hanno colpito il Parlamento, il Palazzo dell’Eliseo, l’ambasciata o qualsiasi altro simbolo politico? No, hanno puntato su teatri, ristoranti, stadi, strade. Con feroce e disarmante follia. Luoghi comuni della nostra quotidianità, luoghi che frequentiamo sempre. E ancora le Torri Gemelle nel 2001, Gerusalemme bersagliata dal kamikaze palestinese su un autobus nel 2002, le bombe nella metropolitana di Londra nel 2005, la sparatoria nella sede di Charlie Hebdo a gennaio. E tanti altri esempi.

E allora il messaggio che stanno veicolando è chiaro: non potete stare tranquilli in nessun posto, dovete essere terrorizzati anche quando andate a lavoro o a fare la spesa, dovete avere paura di camminare per strada, di prendere un mezzo pubblico, dovete avere paura di andare a cena fuori con gli amici. Insomma, dovete avere paura. Sempre. Costantemente.

E, tutti d’accordo, non si può vivere con la paura. Ed è proprio l’angoscia che ci porta ad odiare il prossimo, a guardare male chi apparentemente è diverso da noi. La paura alimenta l’odio. E lo scopo dei terroristi è proprio questo, farci odiare l’un l’altro.

Allora possiamo passare tutto il resto della nostra vita ad amare o ad odiare il prossimo. È così, è una questione di scelta. E spetta solo a noi.

10 cose che ho imparato viaggiando

Travel

Viaggiare fa bene all’anima. E non lo dico io, lo dice la scienza. Il professore di psicologia Thomas Gilovich della Cornell University ha spiegato come la chiave della nostra felicità stia nelle nostre esperienze vissute piuttosto che nelle cose materiali che compriamo. Il nemico principale della nostra felicità sta nell’adattamento: «Compriamo cose per renderci felici e ci riusciamo. Ma solo per poco tempo. All’inizio le cose nuove sono eccitanti, poi però ci abituiamo ad esse». E ancora: «Ti possono davvero piacere le tue cose materiali. Puoi persino pensare che parte della tua identità sia collegata a queste cose, ma in realtà queste sono separate da te. Al contrario, le tue esperienze fanno veramente parte della tua persona. Siamo la somma totale delle nostre esperienze».

Niente di nuovo, è vero, ma dopo aver trascorso un anno all’estero tra Londra e Barcellona, mi son resa conto che non c’è niente di più vero di queste parole. Le cose materiali non contano e noi non siamo altro che un miscuglio di storie, di esperienze, di vicende e di momenti condivisi con altre persone. È questo che ci salva.

Così ho provato a stilare un elenco di cose che ho imparato viaggiando. Sta tutto qui:

  1. Ho imparato che è importantissimo imparare la lingua di chi hai di fronte, perché è il modo migliore per immergersi pienamente in una nuova cultura e nell’anima delle persone;

  2. Ho imparato a trovare sempre del buono anche nelle situazioni peggiori quando tutto sembrava perso, ho capito che buttarsi giù non serve a niente;

  3. Ho imparato a disconnettermi dal mondo, a spegnere il cellulare e a godermi il momento pienamente in prima persona;

  4. Ho imparato ad ascoltare gli altri e ad essere paziente;

  5. Ho imparato che esistono molte culture differenti, tanti modi di pensare e di vivere, ma, in fondo, siamo attratti tutti dalla stessa meta, la felicità;

  6. Ho imparato a non avere paura del mondo, a buttarmi anche quando non vedevo, ad accettare sfide che non credevo di poter realizzare;

  7. Ho imparato che i miei amici, quelli di sempre, resteranno sempre lì ad aspettarmi;

  8. Ho imparato che viaggiare è meraviglioso, ma che ogni tanto fa bene al cuore tornare a casa;

  9. Ho imparato ad aprire la mia mente e a comprendere gli altri come non avevo mai fatto prima;

  10. Ho imparato a ridere, ad amare, a ballare, a desiderare, ad emozionarmi, a piangere, a divertirmi e a osservare. Non che prima non lo sapessi fare. È solo che adesso ho imparato a farlo in modo diverso.

Viaggiare cambia la persona che sei. Adesso l’ho capito. E allora, biglietto di sola andata, valigia in mano e poche altre certezze. All’inizio non ero sicura di nulla. Ma ciò che sapevo era che avevo bisogno di viaggiare per salvarmi. Nient’altro. E sì, ha funzionato.

Intervista a me stessa

Cliccando qui, potrete leggere la mia intervista per Comunicare sul web.

Ringrazio l’autore, Alessandro Scuratti, che mi ha permesso di esprimere il mio pensiero sul mondo della comunicazione e non solo… Buona lettura!

Egitto. Una democrazia imperfetta

 egitto

24 giugno 2012. Un anno fa, con il 51,7% dei voti, saliva al potere Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente nella storia d‘Egitto. Esponente dei Fratelli Musulmani, durante il suo primo discorso disse: «Sarò il presidente di tutti gli egiziani», mentre dalla Casa Bianca la sua elezione veniva definita «una pietra miliare nella transizione dell’Egitto verso la democrazia». All’annuncio della vittoria di Morsi, in piazza Tahrir, scoppia un boato con urla di gioia, canti e balli.

3 luglio 2013. A distanza di un anno la solita piazza è gremita di gente che spara fuochi d’artificio, urla e sbraita. Stavolta però si festeggia per le dimissioni del presidente Morsi, dopo l’ultimatum imposto dai militari. Destituito dal potere il leader islamista dei Fratelli Musulmani, adesso ci si interroga sulle sorti del Paese.

Proprio un anno fa partivo per l’Egitto, destinazione Cairo per circa un mese e mezzo. Mi ricordo di un episodio in particolare. Ero seduta a un tavolo con un signore egiziano, scuro di pelle, avrà avuto sulla cinquantina. Non ricordo più il suo nome, mettiamo si chiamasse Ahmed. Suo figlio giocava ai nostri piedi con i suoi amici estivi. Il caldo torrido di luglio, il chiasso dei bambini e la stanchezza accumulata durante la mia permanenza in Egitto, avrebbero scoraggiato qualsiasi tipo di conversazione. E invece no, Ahmed ed io cominciammo a parlare (in inglese per intenderci). E non era una banalissima conversazione quotidiana. Parlammo proprio della politica egiziana e delle loro prime elezioni libere. Ahmed dimostrò subito il suo scetticismo riguardo i Fratelli Musulmani e il concetto di democrazia che si portavano dietro. Mi raccontò dell’indizione di queste nuove elezioni che susseguirono alla primavera araba e alla conseguente caduta di Mubarak: finalmente, per la prima volta, venne data voce al popolo. Ma non tutto era come i media ci raccontavano. Mi spiegò che di democratico anche questa volta c’era ben poco e che l’elezione era stata in gran parte pilotata da Washington. Ciò che mi fece capire Ahmed fu che, prima di tutto, la democrazia è un meccanismo per la sostituzione dei governanti tramite elezioni e non grazie a rivolte armate dei militari o del popolo.

Che il governo di Morsi sarebbe stato diverso dalla dittatura di Mubarak era chiaro. Che per la prima volta il leader fosse stato scelto dalla massa anche (o almeno così sembrava all’apparenza). Ma bastavano questi due concetti per sostenere che l’Egitto fosse un Paese democratico?

Gli eventi di questi ultimi giorni ci dicono di più e ci fanno capire quanto la democrazia in Egitto fosse soltanto una dissimulazione. Sì, perché non è sufficiente che i governanti siano stati liberamente votati da una maggioranza per dire di essere in un Paese democratico. La democrazia funziona così: occorre anche la presenza di un’opposizione della quale bisogna rispettarne i diritti. E questo non è accaduto in Egitto. I Fratelli Musulmani anziché aprirsi alle altre correnti hanno voluto monopolizzare lo stato. Ecco perché oggi si protesta e si fa un golpe. Che anche questo di democratico non ha nulla, perché portatore di rivoluzione e violenza. Ma è un colpo di stato applaudito e fortemente voluto dagli egiziani. Non sarà democratico, ma ha un gran consenso popolare alla base. E non è roba da poco.

40 regole per scrivere bene

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1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntigliosamente l’ortografia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

(Tratto da: Umberto EcoLa Bustina di Minerva, Bompiani 2000).

[Off-topic] Vita da mamme

Off-topic per il giorno della festa della mamma: l’Italia è un Paese per mamme?

La maternità è una cosa bellissima, ma spesso in Italia viene vissuta come un fardello: tra crisi economica, asili costosi e mobbing da maternità sul lavoro, le mamme si sentono sempre più sole.

(Foto by Blogguerilla)

(Foto by Bloguerilla)

Essere mamma è la cosa più bella del mondo. È quanto pensano la maggior parte delle mamme, ma quanti sacrifici fanno per essere tali? Da un giorno all’altro la loro vita cambia, si trasforma: la priorità diventa il bambino che ha bisogno di tutto. Non parla, ma urla, piange, mangia e dorme. E la mamma deve essere sempre lì pronta ad intervenire se qualcosa non va. La vita prima del parto sembra un ricordo lontano. Spesso le notti insonni si sostituiscono a una carriera lavorativa brillante.

Sì perché la maternità può far perdere il lavoro: circa l’8% delle lavoratrici subisce discriminazioni sul lavoro in conseguenza del fatto di avere un bambino. È il cosiddetto mobbing da maternità. Molte non ce la fanno e abbandonano la carriera dopo aver partorito. Le più fortunate hanno dei paracaduti, come i nonni, mentre chi se lo può permettere manda il bambino al nido o chiama la baby-sitter. Una recente indagine Istat rivela che non va al nido il 79,3% dei bambini tra 0 e 2 anni. È troppo caro. Sono davvero poche le famiglie che possono permettersi l’asilo nido a tempo pieno.

La situazione in un Paese come il nostro non è delle migliori. La crisi economica incide molto sulla decisione di fare o meno un figlio, perché la spesa media per un figlio che ha meno di 10 anni si aggira sui 300 euro al mese e le famiglie che hanno due o tre bambini arrivano a spenderne anche 1000. Per mantenere un bambino servono soldi, ma per guadagnare soldi bisogna avere un lavoro. È circolo vizioso da cui non se ne esce. La conciliazione maternità-lavoro in Italia è molto più difficile rispetto a molti altri Paesi europei, soprattutto quelli nordici. Al nord Europa, infatti, la partecipazione femminile alla forza lavoro è tra le più alte al mondo e gli investimenti negli asili nido sono una delle priorità dello Stato.

Alle difficoltà economiche si aggiunge anche la sensazione di solitudine. Le mamme si sentono sole, abbandonate a loro stesse. Una su quattro dichiara che la cosa che la fa soffrire di più è l’indifferenza degli altri di fronte alle proprie difficoltà.

È così che il tasso di natalità in Italia è tra i più bassi del mondo: da 2,4 figli per donna nel 1970 a poco più di 1,1 alla fine degli anni Novanta. Questo significa che il nucleo familiare è sempre più spesso costituito da padre, madre e un solo figlio. E non solo. Quest’unico figlio viene concepito sempre più tardi (in media attualmente le mamme partoriscono a 31,4 anni).

Insomma, l’Italia non è un Paese per mamme? La società sembra non voglia ascoltare le mamme d’Italia e aggancia la maternità allo stereotipo della mamma sofferente che deve fare sacrifici per far crescere il bambino nel migliore dei modi. Mamme con pochi riconoscimenti sociali, con soli doveri e pochi, pochissimi, diritti.

E forse in questo caso non vale il detto “di mamme ce n’è una sola”. Di mamme ce ne sono tante e lo Stato non può stare a guardare.

(Questo articolo è stato pubblicato oggi su 055firenze.it)

La crisi economica spiegata ai bambini (e non solo)

Ecco qui una favola dei tempi moderni per spiegare la crisi in modo semplice. Un eccellente esempio di comunicazione chiara, concreta e comprensibile.

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Quanto spesso sentiamo la parola “crisi” durante il giorno? In televisione, sui giornali, sul web e persino per strada, tutti parlano di crisi. È ormai un fatto tangibile e concreto che vede ogni giorno tragedie di persone che decidono di farla finita o di imprese schiacciate dai debiti e dalle tasse.

L’unica cosa certa in questo periodo instabile e vacillante è che l’Italia non ha ancora un governo, ma ha la crisi economica e finanziaria. Ma sappiamo da dove è nata e come ha fatto a progredire?

Questa storiella svizzera qui di seguito è stata scritta per capire la crisi economica che attualmente sta investendo molti Paesi europei. È una favola, ma non inizia con “c’era una volta”, perché è facilmente attualizzabile ai tempi moderni. L’obiettivo è quello di spiegare ai bambini, ma anche a molti adulti, la tremenda situazione di crisi in cui siamo coinvolti. Vale la pena prendersi cinque minuti e leggerla.

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 «Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte. Rendendosi conto che quasi tutti i clienti sono disoccupati e che dovranno ridurre le consumazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti).

La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città. Lei ogni tanto alza i prezzi e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga. La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito dai crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.

Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli “Sbornia Bond“. I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Dato che rendono bene, tutti li comprano.

Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di “Sbornia Bond”.

Un giorno però alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che sente odore di crisi e, per non rischiare, le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.

Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli «Sbornia Bond» crolla del 90%. La banca entra in crisi di liquidità e congela l’attività: niente più prestiti alle aziende, l’attività economica locale si paralizza. I fornitori di Helga, che in virtù del suo successo le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.

Purtroppo avevano anche investito negli “Sbornia Bond” sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce. Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.

Per fortuna la banca viene salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero. Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.

Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli “Sbornia Bond” alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio».

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it).

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