Politica, bellezza e altre amenità

bellezza politica

La bellezza in politica non importa, ce lo sentiamo ripetere sempre. Ciò che conta sono le idee, i contenuti, le azioni pratiche che un leader politico compie. L’essenza sopra l’apparenza, la competenza sopra la parvenza. Magari. Oggi l’immagine pubblica conta eccome, anche perché spesso c’è solo quella.

Quando si è iniziato a parlare di bellezza in politica? Beh, inizialmente ci ha pensato la destra, quella destra che già ai tempi del nazismo vedeva la razza ariana come la specie perfetta, bella e pura. Poi Berlusconi che diceva che voleva circondarsi di “belle ragazze”, che descrisse Obama come il “giovane, bello e abbronzato”, la Merkel come “culona inchiavabile” e la Bindi, si sa, è sempre stata “più bella che intelligente”. Poi anche Veltroni si scagliò contro la politica dell’immagine pubblicando il libro intitolato La bella politica e Nichi Vendola addirittura nel 2010 fece un elogio della bellezza. E infine è arrivato Renzi che ha invocato spesso lo storytelling della bellezza: “La bellezza come elemento fondamentale della nostra identità”, perché “l’Italia deve ripartire dalla bellezza”. Auguri.

Poi, neanche a dirlo, anche i media fanno la loro parte. Se prima si discuteva delle bandane di Berlusconi adesso siamo passati alle felpe di Salvini. E poi si commentano gli outfits della principessina Kate Middleton e “accidenti che bel tailleur blu si è messa oggi la Boschi!”. “Sì però, che credi, in costume anche lei ha la cellulite!”. “E guarda Michelle Obama, proprio elegante, un’icona di stile moderno”. Invece, Agnese, la moglie di Renzi, “lei sì che è sempre un bell’uomo”. “E Alfano? Ha più capelli che elettori, dai”. E ovviamente lui, Renzi, da statista a stilista, con il girovita che lievita sempre più, è passato dal giubbotto di pelle “gggiovane” alla Fonzie ai goffi pantaloncini corti in montagna, sfidando la neve e il senso del ridicolo.

Insomma, tutto ruota intorno al tema della bellezza, da sempre. E oggigiorno, tra crisi dei partiti e mediatizzazione della politica, ancora di più. E allora i politici diventano star politiche, intente a manipolare la loro immagine, sia pubblica che privata, in funzione dei media. Quell’immagine che è più influenzata da elementi affettivi ed emozionali, piuttosto che razionali. Ed è proprio il coinvolgimento emotivo che lega gli elettori a un leader. È la spettacolarizzazione della politica, quella che porta in scena un one-man show eliminando tutti gli altri, quella che personalizza le elezioni, che abolisce i partiti e democratizza la fama.

E chi è che detta i canoni della bellezza in politica? Ovviamente la comunicazione pubblicitaria, in particolare quella della cosmesi e della moda. Corpi perfetti, snelli al limite dell’anoressia, senza imperfezioni. Corpi femminili semi nudi, donne oggetto, mercificate e corpi maschili avvenenti, ammiccanti, “belli e dannati”, inarrivabili. È inevitabile, ogni giudizio viene ridefinito in base a questi stereotipi. E la gara estetica non trova mai fine. Ed è una dura, lunga gara al ribasso.

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Attenzione, questa notizia è CLAMOROSA (ma falsa)

Fatti annunciati e mai avvenuti. False dichiarazioni mai smentite. Balle mediatiche mai corrette. È il giornalismo, bellezza. O meglio, lo pseudo giornalismo, un concetto che si trova a metà tra il pressappochismo e l’incertezza, tra la trascuratezza e la mancanza del controllo delle fonti.

E poi ovviamente ci siamo noi, fruitori ingenui e lettori creduloni. Noi che tentiamo di salvarci con un “l’ho letto su Facebook” o un “l’hanno condiviso tutti”. E intanto sui social network condividiamo notizie false, articoli inesatti e foto ritoccate. E intanto il post diventa virale, viene letto decine di migliaia di volte e fa il giro del mondo istantaneamente. Così, alla fine della fiera, i media perdono di credibilità e autorevolezza, gli utenti perdono fiducia e gli unici chi ci guadagnano sono i siti web che, grazie alle pubblicità, riescono a monetizzare i clicks ricevuti. Le visite si trasformano in soldi e allora “venghino signori venghino”, “cliccate qui”, “è straordinario”, “notizia shock”, “leggete qui”, “è sorprendente”, “non ci crederete”!.

Siamo quotidianamente bombardati da notizie (reali e virtuali) e nell’era dei social media, si sa, un like tira l’altro e le bufale si diffondono alla velocità della luce: più un post è condiviso (soprattutto se questo include persone che già conosciamo) e più aumentano le possibilità di essere contagiati dalla bufala a nostra volta. Insomma, l’informazione è un virus e la nostra intelligenza collettiva ne è la cura. Sicuramente i media potrebbero fare di più in merito al fact-checking (che è l’essenza del giornalismo), ma spetta anche a noi utenti innescare un processo di verifica delle notizie che ogni giorno condividiamo. Ad esempio, possiamo controllare le citazioni, cercare la fonte di origine, controllare la data di pubblicazione, fare una semplice ricerca su Google, chiedere a esperti o a persone vicine ai fatti (ad esempio usando Twitter), dubitare delle fonti anonime, diffidare da titoli al condizionale o da formule dubitative. Tutti, in un modo o nell’altro, possiamo contribuire al debunking, cioè all’atto di smascherare le notizie false attivando un processo di verifica.

Una bufala molto ricorrente nel periodo natalizio riguarda la storia della festa di Natale cancellata in alcune scuole per non offendere i musulmani o quella della rimozione del crocifisso sempre per rispetto dei non cristiani. Come spiega anche Arianna Ciccone su Valigia Blu, la dinamica è sempre la stessa, ne ho fatto un’infografica:

Ciclo notizia falsa

Quello che ne viene fuori è la rappresentazione di una realtà distorta, ma nel frattempo la condivisione è virale e i vari siti web generano traffico, creano rumore, anestetizzano le persone scioccandole, ma non informandole. È come se si creasse un mondo parallelo, fatto di notizie false e di eventi “incredibili” fondati sullo “strano ma vero”.

Funziona così, quando il mondo in cui viviamo non ci piace, decidiamo ci crearne un altro. Uno peggiore.

Perché piangiamo i morti di Parigi (e non quelli di Beirut)

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«Ma perché piangiamo solo i morti dei posti di cui abbiamo le calamite attaccate al frigo?». Questa è la domanda che ha posto Maurizio Crozza durante la copertina che apre il programma DiMartedì in onda su La7 (qui il video completo). Parlando degli attentati di Parigi, il comico ha detto: «A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, te la potevi cavare con un “Je suis Charlie”, ora con “Je suis Paris”. Ma due giorni prima c’è stato un attentato in Libano con 44 vittime e 239 feriti. Quindi, bisognerebbe scrivere sulle magliette anche “Je suis Beirut”». E ha aggiunto amaramente: «Quanto deve essere vicina una barbarie perché ci colpisca come esseri umani? Piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo?».

Crozza è un comico che riesce sempre a colpire il segno, che è in grado di spiegare i fatti di attualità meglio di chiunque altro e che può comunicare in modo più pertinente di tanti altri personaggi presenti sull’attuale scenario politico. Ma è eticamente giusto porre la domanda “perché parli solo della tragedia avvenuta nel Paese X e non delle persone morte nel Paese Y?”. Non si è più liberi nemmeno di piangere i morti che si vuole? E poi cos’è, una gara sulle tragedie nel mondo?. Tanti hanno anche cambiato la loro foto profilo su Facebook aggiungendo il tricolore francese. Di contro, tanti altri hanno sostenuto che questa scelta è solo un pensiero miope e ipocrita che supporta solo un tipo di visione predominante, quella occidentale.

Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’Università della California, ha affermato che «c’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo». Inoltre, «le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati».

In ogni caso, lasciando da parte le polemiche, proviamo a concentrarci sui cosiddetti “criteri di notiziabilità”, ovvero i requisiti che deve avere un evento per trasformarsi in notizia, cioè in una notizia di rilevante interesse per il pubblico e quindi meritevole di essere pubblicata sul giornale o lanciata durante il telegiornale. Cerchiamo di capire perché i mezzi di comunicazione (occidentali) hanno dato più spazio agli attentati di Parigi piuttosto che a quelli in Beirut e perché noi occidentali ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi.

Perché i media occidentali raccontano Parigi (e non Beirut)

Ciò che leggiamo o ascoltiamo ogni giorno sui fatti di Parigi è il frutto di una complessa serie di scelte effettuate dal sistema mediatico. I criteri valutativi che regolano la selezione delle notizie non sono altro che stereotipi che la notizia deve assumere per catturare l’attenzione del pubblico. I news values relativi all’interesse del pubblico possono essere 10:

  1. Novità: la notizia deve essere nuova, deve cioè riguardare fatti appena avvenuti.

  2. Vicinanza: quanto più una notizia appartiene al contesto culturale del pubblico, tanto più è probabile che venga selezionata (si tratta sia di una vicinanza sia fisica che culturale, ideologica, politica e psicologica).

  3. Dimensione: quanto più è grande la dimensione di un fatto, tanto più è rilevante il suo impatto sul pubblico.

  4. Comunicabilità: quanto più un fatto è semplice da comunicare e interpretare, tanto più è probabile che susciti un consenso di attenzioni.

  5. Drammaticità: “bad news is good news”, una notizia drammatica e che suscita emozioni (come tragedie, cataclismi, attentati, ecc.) ha più probabilità di coinvolgere emotivamente l’audience.

  6. Conflittualità: una notizia che è caratterizzata da una forte conflittualità e che vede contrapporsi “amici VS nemici” (come in dibattiti politici, scontri militari, guerre, elezioni, ecc.) è più probabile che coinvolga il pubblico.

  7. Conseguenze pratiche: rilevanza e significatività dell’evento rispetto a sviluppi futuri (ad esempio notizie di pubblica utilità o informazioni di pubblico servizio).

  8. Human interest: maggiore è la carica emotiva che una notizia trasmette, maggiore è l’interesse.

  9. Idea di progresso: la notizia che sviluppa un’idea condivisa di progresso (ad esempio una notizia scientifica) interessa maggiormente l’audience.

  10. Prestigio sociale: la notizia attrae di più se parla di persone e ambienti conosciuti o che appartengono all’élite della società.

Ora provate a rileggere i punti 1, 2, 3, 5, 6 e 8 pensando agli attacchi di Parigi.

Avrei potuto essere io”

La verità è che di fronte alla morte non ci sono persone più importanti di altre e che tutti i morti meritano di essere commemorati allo stesso modo. È così, però ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi soprattutto per un fatto di vicinanza fisica, culturale e ideologica. Volenti o nolenti, il nostro cervello ragiona così:

  • Gli attentati sono avvenuti a Parigi, ma poteva benissimo essere Roma o Milano. Quindi anch’io avrei potuto trovarmi in mezzo agli attentati.

  • Parigi, nota meta turistica a sole due ore d’aereo dall’Italia. Avrei potuto trovarmi lì in quel momento.

  • Parigi, come l’Italia, non è zona di guerra (Beirut invece è la capitale del Libano e confina con la Siria che è in piena guerra civile).

  • I terroristi hanno colpito ristoranti, strade, stadi. Luoghi comuni che anch’io frequento tutti i giorni. Tra le vittime, avrei potuto esserci io.

  • I terroristi hanno attaccato gente comune, non personaggi famosi o di rilevanza politica. Anch’io avrei potuto essere uno di loro.

Insomma, in seguito a una valutazione dei rischi, siamo più propensi a una maggiore vicinanza emotiva con Parigi rispetto a Beirut. Abbiamo paura di morire per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È quel “avrei potuto essere io” che ci frega. Solo questo ci terrorizza: la nostra egoistica (ma umana) paura di morire.

Pubblicità alla prova (di commutazione)

pubblicità sessista

Quante pubblicità sessiste vediamo in televisione ogni giorno? Quante donne, ragazze, super modelle o starlette ammiccano alla telecamera per promuovere uno shampoo, l’ultimo modello di divano o la vernice per la ringhiera di casa? (Forse lo spot “Brava Giovanna” vi ricorda qualcosa).

Beh, è ormai una prassi consolidata molto utilizzata dalle più pigre agenzie pubblicitarie: far ricorso a stereotipi di genere, molto spesso distorti, come specchietto per le allodole per persuadere il grande pubblico di massa (di solito, quello di sesso maschile).

Ma che succede se al posto delle donne ci fossero degli uomini? L’effetto desiderato sarebbe lo stesso?Per rispondere a queste domande non resta altro che scomodare il linguista Hjelmslev e la prova di commutazione. Questo “giochino semiotico” consiste nel verificare se la sostituzione di un elemento sul piano dell’espressione comporta una differenza sul piano del contenuto, o viceversa. Esempio pratico: se nella parola “lana” si sostituisce la /l/ con la /s/ o con la /r/, si ottengono le parole “sana” e “rana”. Ciò significa che modificando il piano dell’espressione (una lettera), cambierà di conseguenza anche il significato di quella parola. Se volete altri esempi pratici leggete qui o qui.

Così, gli autori di BuzzFeed, magazine online su tecnologia, web e social media, hanno fatto un esperimento. Guardate questo simpatico video e traetene voi le conclusioni.

Coming out a tavola

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Dopo la bufera Barilla di qualche mese fa, si torna a parlare del tema dell’omosessualità con lo spot gay friendly della Findus. In soli 30 secondi si vede un ragazzo che prepara la cena per la madre, poi, a un certo punto, fa coming out proprio in cucina: «Mamma c’è un’altra piccola sorpresa: Gianni non è solo il mio coinquilino, è anche il mio compagno». «Tesoro mio, l’avevo capito», taglia corto la madre comprensiva. E via tutti contenti a mangiare cibo surgelato.

Bene, bravi sette più. Ma è uno spot buono a metà. Sì, perché guardando lo spot risalta agli occhi subito una cosa: come mai non si vedono le facce degli attori? Oltre alla pessima recitazione, i personaggi sono anonimi e privi di personalità. È un paradosso: sembra quasi che Findus abbia paura a mettere in scena ciò che in realtà vorrebbe valorizzare. Quindi, ben venga una pubblicità gay friendly in modo da ribaltare i soliti stereotipi presenti nell’odierno panorama mediale. Ma così non basta.

Capitan Findus hai fatto 30, perché non fai 31? Tutta la campagna pubblicitaria segue la stessa modalità, ok. Ma se questa volta hai deciso di esporti in favore delle coppie omosessuali, fallo bene no? Così riuscirai a radicarti meglio nella mente dei consumatori, a coinvolgere e a suscitare emozioni. O forse è la solita trovata strategica per far sì che se ne parli (bene o male poi non ha importanza)? Mah.

Ecco invece un buon esempio di comunicazione gay friendly. Lo spot “Basta poco per cambiare” di Ikea si distingue perché normale: volti e corpi normali, facce di tutti i giorni, storie del quotidiano. Niente frasi patetiche o strappalacrime. Insomma, un spot semplice, con toni pacati, sereni e musica rilassante. Uno spot in grado di “contenere” lo spettatore e di indurlo a divenire parte del messaggio stesso. Ed è proprio questo l’elemento indispensabile per una pubblicità davvero efficace e convincente.

Beh, in fondo, per ottenere una comunicazione vincente basta poco, per l’appunto.

PS Non accontentiamoci: è quello che vogliono.

C’è di strano che è normale

Dove-real-beauty-campaign

Si sa, gli stereotipi hanno per la pubblicità un ruolo fondamentale, cioè quello di ridurre la complessità della realtà e di rendere il messaggio più comprensibile, convincente e facilmente memorizzabile.

L’utilizzo dello stereotipo è strettamente legato al concetto di ideale, ovvero un modello di assoluta perfezione che la mente propone o raffigura, in cui l’uomo crede e al quale tende per realizzarlo. Ed è proprio questo che fa la pubblicità: punta sull’identificazione in stereotipi di bellezza attraverso l’uso di modelli di riferimento, testimonial famosi, belli e sorridenti. In una parola, perfetti. E il messaggio è: tutti possiamo diventare dei super modelli a condizione che si usi il prodotto della multinazionale di turno. Utilizzando concetti come “moda” e “tendenza”, la pubblicità propone sempre nuovi stereotipi sociali, nuovi modelli di comportamento e ridefinisce i canoni di bellezza.

Esiste però anche una pubblicità diversa che gioca la sua partita sul piano dei contro-stereotipi. È la pubblicità dei difetti: errori, sviste, difetti fisici, comportamenti non proprio eleganti, sopra le righe o decisamente immorali. Una nuova tendenza nel mondo della comunicazione di massa che esalta elementi anormali, ricerca i difetti e le imperfezioni, in alternativa a opzioni più tradizionaliste.

Oggigiorno, a causa del rumore informativo e del bombardamento mediatico a cui siamo esposti quotidianamente, non è un’impresa facile riuscire a convincere il futuro cliente. Così, il difetto si configura come un elemento destabilizzante all’interno di un sistema statico in grado di impressionare il consumatore o, se non altro, di richiamarne la sua attenzione nel surplus delle informazioni pubblicitarie.

Un esempio su tutti, il marchio Dove, che da anni tenta di combattere i cliché più diffusi nella nostra società. Tante le iniziative di Dove che puntano sulla rottura dei classici stereotipi e il ribaltamento delle omologazioni (ad esempio i video Real Beauty Sketches o Patches). Oppure la famosa campagna “Per la bellezza autentica”, in cui si mostrano donne comuni con tutte le loro imperfezioni (emblematico il video time-lapse che trasforma la ragazza acqua e sapone in una fotomodella da cartellone pubblicitario). Insomma, si rappresenta un mondo del tutto ordinario, che appare strano ai nostri occhi perché, appunto, normale.

In aumento anche la richiesta da parte del pubblico di vedere sfilare in passerella donne comuni, oversize, e non corpi morti scheletrici che camminano. L’overfashion, infatti, si sta affermando sempre più come alternativa a un modello di società perfetta e magrissima, e chissà, magari tra qualche anno, questo contro-stereotipo potrebbe diventare la norma negli ideali di bellezza dell’immaginario collettivo.

In conclusione, mi sorge spontanea una domanda: tutti questi tentativi di ribaltamento dei finti modelli di bellezza femminile da parte delle aziende dei cosmetici o del mondo della moda, sono autentici? Oppure è un bel marketing ingegnoso con il solo obiettivo di incrementare le vendite delle multinazionali? Beh, una cosa è certa: l’importante è che se ne parli. Perché non si tratta di un problema sociale legato solo all’universo femminile. È qualcosa che riguarda tutti. Nessuno escluso.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su Mediumevo)

Comunicare il movimento (dei Forconi)

Forconi

Durante alcune manifestazioni del movimento dei Forconi, a un certo punto i poliziotti si sono tolti il casco fra gli applausi dei manifestanti (qui il video). Il gesto è stato subito oggetto di diverse interpretazioni: per alcuni è stato una prova di solidarietà della polizia nei confronti dei motivi della protesta, mentre per altri è stato definito un «comportamento ordinario collegato al venir meno dello stato di tensione e delle esigenze di ordine pubblico». Nonostante le smentite ufficiali della Questura di Torino, c’è ancora chi continua a sostenere la tesi del gesto di solidarietà, come ad esempio i sindacati di polizia Ugl e Siulp e l’onnipresente del web Beppe Grillo. Sul suo blog infatti scrive: «Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà». Facile no?! No.

Insomma, cosa significa questo gesto? Condivisione della protesta mossa dai Forconi o comportamento che rientra nella prassi quotidiana?

È vero che in quel momento non c’era più uno stato di emergenza e che la situazione sembrava più calma. Ma il gesto è così ambivalente che non è facile trovare una risposta univoca. Come d’altronde sono ambivalenti i volti dei giovani poliziotti appena si tolgono il casco. Cosa stavano pensando in quel momento? Hanno solo ubbidito a degli ordini, hanno ragionato di testa loro o hanno escogitato una grande strategia comunicativa?

Sì, perché ciò che è sicuro è che questo evento ha fatto il giro di tutti i media. Giornali, televisioni, social network lo hanno ritenuto un evento newsworthy, cioè meritevole di esser trasformato in notizia. E ci marciano sopra da giorni.

Dunque che importa se i poliziotti si sono tolti il casco in segno di solidarietà o no? L’importante è che se ne parli. In fondo non è proprio questo lo scopo dei movimenti? Protestare nelle piazze, utilizzare slogan e striscioni, organizzare eventi spettacolari o inaspettati, creare conflitti (spesso anche molto violenti)… sono tutti metodi per dire “noi ci siamo”, o meglio, “noi non ci stiamo”.

Un movimento nasce proprio per denunciare i problemi della società, ma non per risolverli. È qualcosa di eterogeneo (nei Forconi confluiscono operai, imprenditori, agricoltori, disoccupati, studenti, mamme, ultras, ecc.) e di non organizzato (non c’è un interlocutore unico) che denuncia i disagi e i numerosi problemi che affliggono il nostro Paese. Il punto però è proprio questo: un movimento nasce dal caos, ma non gli dà ordine.

E adesso che i Forconi hanno tutta questa attenzione mediatica su di sé cosa intendono fare? Oltre alla violenza, che va condannata, c’è qualcos’altro? Una cosa è certa. Questo movimento è l’ennesima prova della sfiducia crescente nelle nostre istituzioni. Il loro dire “basta” si riflette nell’ormai noto slogan “Tutti a casa”. E non importa se stai a destra, a sinistra, in alto o in basso. È un grido liberatorio comune.

E se c’ero dormivo

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Nelle ultime settimane si è parlato tanto di rifiuti tossici, Terra dei fuochi, trattative Stato-Mafia. Proprio perché di recente sono state rese pubbliche le dichiarazioni del boss pentito dei Casalesi, Carmine Schiavone, sullo smaltimento illegale dei rifiuti tossici e radioattivi che avvelenano il casertano e che alimentano i profitti del buisness dell’ecomafia. Per evitare elevati costi di smaltimento si ricorre a metodi illegali. Così, si sotterrano o si bruciano rifiuti di ogni genere. Tutto è dato alle fiamme. E la terra si trasforma letteralmente in Terra dei fuochi e diventa un inferno, sia sopra che sotto.

Le parole del boss, pronunciate nel ’97 davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo rifiuti, erano coperte da segreto di stato e solo qualche giorno fa sono state portate alla luce. Le Iene lo hanno spiegato bene in questo servizio.

Sì, proprio così: lo stato (con Napolitano come ministro dell’Interno) nel ’97 appose il segreto di stato ai documenti di Schiavone contenenti le confessioni sui rifiuti seppelliti in Campania. Dichiarazioni tipo «tra vent’anni moriranno tutti di cancro». Ma si sbagliava. Come ha detto Saviano, «gli abitanti della Terra dei fuochi sono già morti. Civilmente morti».

Tante le responsabilità politiche e giudiziarie di questo disastro ambientale (e umano), ma la cosa che fa inorridire di più è il comportamento dello stato. Quello che prima si chiamava stato interventista adesso si potrebbe meglio chiamare stato assenteista. Sì, perché è un’istituzione ferma, immobile, che non agisce per risolvere la situazione. Anzi peggio. Mette tutto a tacere.

È un po’ come se ci dicessero: «Andate via signori, non c’è niente da vedere», e intanto gente innocente muore di tumore. È la politica del “non vedo, non sento, non parlo”. O del “non c’ero e se c’ero dormivo”. Così, l’omertà dilaga e la nostra fiducia nelle istituzioni sprofonda.

Ma perché? Perché privano ogni cittadino del diritto ad essere informato? Come mai viene sempre messo tutto a tacere? Ciò che serve, prima di tutto, è una comunicazione diversa, chiara e trasparente. In tal modo, oltre al rispetto della Costituzione, si otterrebbe un punto di partenza per combattere l’illegalità di questo Paese malato. Un Paese nel quale l’eroe si allea con il nemico. È la famigerata trattativa tra Stato e Mafia, due facce della stessa medaglia. Un’alleanza che diventa il simbolo (e l’ossimoro) più doloroso che incatena il Paese al suolo. E lo avvelena.

Proprio ieri, però, sembra che qualcosa si sia mosso. Per la prima volta le istituzioni nazionali hanno affrontato l’emergenza Terra dei fuochi. Tre i punti principali del nuovo decreto legge: 1) bruciare rifiuti è reato e chi appicca roghi a cumuli di rifiuti tossici abbandonati rischia da due a cinque anni di carcere. 2) Se non viene consentito all’autorità giudiziaria di effettuare controlli, i terreni verranno catalogati come zone no-food. 3) Infine, sono destinati 600 milioni di euro alla bonifica dei territori.

E finalmente. Finalmente la Terra dei fuochi può riprendersi, se non un presente, almeno un futuro dignitoso.

Dove c’è Barilla, c’è caos

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In questi giorni si è discusso molto delle affermazioni di Guido Barilla e delle conseguenti reazioni che si sono scatenate sul web (vedi l’hashtag #boicottaBarilla che è entrato subito nella top ten delle tendenze su Twitter). Per chi se le è perse queste sono state le parole di Barilla in risposta al conduttore de La Zanzara: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

In merito alla questione, che ha suscitato tanto polverone nell’opinione pubblica, le domande da porsi sono le più svariate: è contro gli omosessuali? È omofobo? Qual è la definizione di famiglia tradizionale? E le coppie di fatto, divorziate o ricostruite? È una forma di discriminazione? O ha espresso una sua opinione personale nel pieno dei suoi diritti? È la condotta dell’intera azienda? Ecc., ecc. Ma qui ci concentreremo più sul piano dell’espressione piuttosto che su quello del contenuto. E facendo un’analisi in quattro e quattr’otto non ci si mette molto a capire che Barilla, grande manager di una famosa multinazionale in tutto il mondo, ha commesso un grosso errore comunicativo, che probabilmente andrà ad incidere sui futuri profitti dell’azienda e sull’immagine dell’intero brand.

Perché? Beh, intanto stiamo parlando di una tematica che possiamo definire “wedge issue”, ovvero un argomento divisivo che da sempre crea polarizzazioni e schieramenti opposti nel nostro Belpaese. Ma l’errore principale (e qui arriviamo al punto) è stato quello di affermare pubblicamente di non voler mettere una famiglia gay nelle loro pubblicità, perché loro sono per la famiglia tradizionale. Opinione più che legittima, certo (anche se mi chiedo… ma un’azienda, per sopravvivere, non dovrebbe rivolgersi a tutti? L’omofobia non è mai stata una strategia di marketing particolarmente redditizia, ma vabè, affari sua). Il problema è il “noi siamo per la famiglia tradizionale”. Noi chi? È proprio questo noi inclusivo che stona. È un’opinione personale del proprietario, applicata a una marca. Quindi non meravigliamoci se poi i consumatori che non si rivedono in queste idee decidono di cambiare pasta sulla tavola. Adesso tutti i valori positivi associati al brand si sono persi e parte del pubblico faticherà a riconoscersi in Barilla. Il “noi” che prima era inclusivo, ora è diventato esclusivo.

Concludo citando un frammento di articolo che ho letto sul Corriere della Sera: «Alla piccola famiglia degli anni ’80 bastava il mulino per risuonare nei cuori degli italiani. Alla attuale famiglia liquida, frammentata, ricomposta occorrerà rispondere con narrazioni adeguate, capaci di coglierne il senso profondo».

Ed è proprio così che la pubblicità potrebbe salvarci dagli stereotipi: non più guardando alla nostalgia dell’edulcorato passato o anticipando il cambiamento futuro. Ma provando ad essere semplicemente lo specchio (non distorto) della realtà.

Ancora stereotipi nelle pubblicità

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L’ultima trovata della Fiat è stata quella di pubblicizzare, negli Stati Uniti, la 500 Abarth con delle donne nude. Embè?!, mi direte! Una pubblicità con donne nude, qual è la novità? Ormai siamo completamente assuefatti a questo genere di promozioni che non ci facciamo neanche più caso. È qualcosa (di trito e ritrito) che da anni fa parte del nostro immaginario collettivo.

Nello spot compaiono una dozzina di donne, tra artiste, modelle e contorsioniste, avvinghiate a formare la vettura. Un’auto fatta interamente da corpi umani tutti dipinti grazie all’arte del bodypainting. Qui il video del backstage del servizio fotografico.

Le donne sono passate dallo stereotipo della modella seminuda e ammiccante che sta sopra la macchina ad essere parte integrante di essa. “Fatta di puri muscoli”, questa la headline dello spot. Una carrozzeria umana fatta di corpi perfetti. Corpi che stanno muti e immobili, che si sostituiscono all’oggetto, che diventano essi stessi l’oggetto. L’auto, il più classico oggetto del desiderio maschile. E questo perché la pubblicità vive di stereotipi creati da una cultura prevalentemente maschile.

Ancora una volta il connubio “donne e motori”. Ancora una volta corpi di donne nude. Sono i soliti stereotipi di genere a cui la TV, la carta stampata o il web ci hanno abituato. E la caratteristica principale di uno stereotipo è la sua larga accettazione e condivisione da parte del grande pubblico di massa. È quindi difficile aspettarsi momenti di svolta nelle pubblicità. Cambi repentini no, semmai una lenta, lentissima evoluzione verso una parità di genere. Lo spiega bene Annamaria Testa:

«La pubblicità non si colloca mai all’avanguardia proprio perché la sua vocazione è farsi accettare facilmente, rispecchiando il sentimento medio del pubblico. Possono spingersi un po’ più in là prodotti d’élite che appaiono su mezzi di comunicazione segmentati e rivolti a un pubblico ristretto. Ma non si può chiedere alla pasta o ai Sofficini che appaiono in prima serata su Rai Uno o su Canale 5 di proporre modelli non condivisi dalla maggioranza degli spettatori. O meglio ancora: di proporre modelli che il management delle imprese (costituito, nel nostro Paese, da una stragrande maggioranza di maschi in età non giovanissima) ritiene non condivisi. […]

Insomma, poiché la pubblicità, come ogni altra forma di discorso persuasivo, si fonda sul consenso, e poiché il consenso si guadagna essendo conformisti (e magari trasgressivi nelle forme, giusto per colpire e farsi ricordare. Ma difficilmente nella sostanza), non appena cambierà davvero il ruolo delle donne cambierà anche il ruolo delle donne negli spot. La pubblicità non mancherà di registrare il cambiamento, magari amplificandolo. Ma un attimo dopo. Di sicuro, nemmeno un attimo prima».

(Citata in L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 73-74).

Ora, parliamoci chiaro, ne abbiamo viste di peggio. A molti la pubblicità è piaciuta e diversi utenti su YouTube l’hanno valutata positivamente: “Nice work!”, “Amazing”, “Very creative! Love it”. Ma cosa c’è di creativo in uno spot che rinforza valori negativi? Come ci si può complimentare con quei cliché che le pubblicità, invece di alimentare, dovrebbero scardinare?

Ok, è vero, c’è di peggio. Ma ridere degli stereotipi non ha mai portato ad eliminarli.