È tutta questione di storytelling (e Obama lo sa bene)

C’era una volta il racconto, poi è nata l’arte del raccontare. Lo storytelling viene utilizzato soprattutto da chi ha come obiettivo il comunicare qualcosa o, nel peggiore dei casi, vuole controllare le opinioni altrui. È una tecnica che ha invaso tutti i settori della nostra società, dalla pubblicità alla politica, perché narrare significa “far conoscere”. Come dice Roland Barthes, «il racconto è come la vita».

Come sempre, un esempio di comunicazione politica efficace ci arriva dall’oltreoceano, da Barack Obama, durante il suo discorso ai laureandi della Rutgers University, nel New Jersey (QUI il video e QUI la trascrizione). Un discorso accorato, ricco di stimoli e di significati. Uno speech con uno storytelling avvincente con le seguenti caratteristiche:

– favorisce la connessione emotiva tra chi parla e chi ascolta;
– permette di comprendere anche i passaggi più complessi;
– chiama all’azione (call to action);
– attiva e motiva il pubblico;
– porta il pubblico ad occuparsi della causa (caring of);
– rende il pubblico consapevole;
– favorisce la cooperazione;
– contiene messaggi dal forte significato politico ed emotivo
– sono presenti storie che raccontano identità e trasmettono valori;
– sono presenti storie che incorporano conoscenze tacite;
– è presente una buona dose di ironia.

È un discorso ben strutturato in grado di far comprendere bene i contenuti e le opportunità di attivazione del pubblico. Il discorso, intriso di storie, consigli, aneddoti e anche un po’ di ironia, tocca diversi punti: dai Padri Fondatori al surriscaldamento globale, dal tema della salute alla difesa dei fatti e della scienza contro una cultura che fa della menzogna e dell’ignoranza un vanto.

In politics and in life, ignorance is not a virtue.
It’s not cool to not know what you’re talking about.

Obama

Poi, siccome il discorso è rivolto a giovani studenti, cita persino una canzone di Bruce Springsteen che invita a non sprecare tempo, a non stare fermi ad aspettare “il momento giusto”.

A guy named Bruce Springsteen, once sang:
They spend their lives waiting for a moment that just don’t come”.
Don’t let that be you. Don’t waste your time waiting.

Obama non menziona mai il suo antagonista repubblicano direttamente anche se «il mondo è interconnesso», dice, «non abbiamo bisogno di muri, dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri e non sollevare il ponte levatoio e cercare di spingere il resto del mondo fuori», alludendo alla proposta di Donald Trump di costruire un muro tra i confini di Stati Uniti e Messico.

The world is more interconnected than ever before
and it’s becoming more connected every day.
Building walls won’t change that.

Poi invita all’azione incitando gli studenti ad andare a votare, perché è importante avere fiducia nella democrazia e perché i cambiamenti avvengono sempre grazie a semplici cittadini che si interessano e partecipano nel processo politico.

Have faith in democracy.  Look, I know it’s not always pretty.
Really, I know. I’ve been living it.
But it’s how, bit by bit, generation by generation,
we have made progress in this nation.

Infine, come ripete sempre alle sue figlie (ecco l’efficace storytelling personale), consiglia agli studenti di non perdere mai le speranze, di non scoraggiarsi, di provarci sempre, di puntare sempre al meglio. Non importa raggiungere la perfezione, dice, ma il successo, grande o piccolo che sia, perché è così che si realizza il progresso in una società e, in generale, nella vita.

 I always tell my daughters, you know, better is good.
It may not be perfect, it may not be great, but it’s good.
That’s how progress happens, in societies and in our own lives.

Ricordiamo infine che lo storytelling non funziona in assenza di contenuti, ovvero raccontare storie senza fatti comprovati e contenuti interessanti è un boomerang e gli effetti nell’audience si esauriscono in poche ore e in qualche titolo di giornale. Lo storytelling senza storie è inutile, se non dannoso. Invece un discorso con uno storytelling efficace significa parlare lo stesso linguaggio degli elettori (e non quello degli eletti), significa creare una connessione emotiva con il pubblico ponendosi sul suo stesso piano. È un metodo convincente per trasformare i punti di debolezza in punti di forza, fragilità biografiche o politiche in valori positivi.

Insomma, Obama riesce sempre a proporre racconti che colpiscono, che provocano sentimenti, a esprimere principi e posizioni in modo da sintonizzarsi con il proprio elettorato e condividere con questo tutti i valori della tradizione americana.

Dopo le elezioni presidenziali di novembre Obama ci lascerà, o meglio, lascerà la Casa Bianca, perché quando un presidente lascia il potere, dopo una sconfitta o, come in questo caso, alla fine del suo mandato, «occupa spesso gli anni successivi ad assicurarsi che la propria versione della presidenza corrisponda a quella che sarà ricordata dalla Storia. Senza una storia giusta non c’è né potere né gloria».

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Politica, bellezza e altre amenità

bellezza politica

La bellezza in politica non importa, ce lo sentiamo ripetere sempre. Ciò che conta sono le idee, i contenuti, le azioni pratiche che un leader politico compie. L’essenza sopra l’apparenza, la competenza sopra la parvenza. Magari. Oggi l’immagine pubblica conta eccome, anche perché spesso c’è solo quella.

Quando si è iniziato a parlare di bellezza in politica? Beh, inizialmente ci ha pensato la destra, quella destra che già ai tempi del nazismo vedeva la razza ariana come la specie perfetta, bella e pura. Poi Berlusconi che diceva che voleva circondarsi di “belle ragazze”, che descrisse Obama come il “giovane, bello e abbronzato”, la Merkel come “culona inchiavabile” e la Bindi, si sa, è sempre stata “più bella che intelligente”. Poi anche Veltroni si scagliò contro la politica dell’immagine pubblicando il libro intitolato La bella politica e Nichi Vendola addirittura nel 2010 fece un elogio della bellezza. E infine è arrivato Renzi che ha invocato spesso lo storytelling della bellezza: “La bellezza come elemento fondamentale della nostra identità”, perché “l’Italia deve ripartire dalla bellezza”. Auguri.

Poi, neanche a dirlo, anche i media fanno la loro parte. Se prima si discuteva delle bandane di Berlusconi adesso siamo passati alle felpe di Salvini. E poi si commentano gli outfits della principessina Kate Middleton e “accidenti che bel tailleur blu si è messa oggi la Boschi!”. “Sì però, che credi, in costume anche lei ha la cellulite!”. “E guarda Michelle Obama, proprio elegante, un’icona di stile moderno”. Invece, Agnese, la moglie di Renzi, “lei sì che è sempre un bell’uomo”. “E Alfano? Ha più capelli che elettori, dai”. E ovviamente lui, Renzi, da statista a stilista, con il girovita che lievita sempre più, è passato dal giubbotto di pelle “gggiovane” alla Fonzie ai goffi pantaloncini corti in montagna, sfidando la neve e il senso del ridicolo.

Insomma, tutto ruota intorno al tema della bellezza, da sempre. E oggigiorno, tra crisi dei partiti e mediatizzazione della politica, ancora di più. E allora i politici diventano star politiche, intente a manipolare la loro immagine, sia pubblica che privata, in funzione dei media. Quell’immagine che è più influenzata da elementi affettivi ed emozionali, piuttosto che razionali. Ed è proprio il coinvolgimento emotivo che lega gli elettori a un leader. È la spettacolarizzazione della politica, quella che porta in scena un one-man show eliminando tutti gli altri, quella che personalizza le elezioni, che abolisce i partiti e democratizza la fama.

E chi è che detta i canoni della bellezza in politica? Ovviamente la comunicazione pubblicitaria, in particolare quella della cosmesi e della moda. Corpi perfetti, snelli al limite dell’anoressia, senza imperfezioni. Corpi femminili semi nudi, donne oggetto, mercificate e corpi maschili avvenenti, ammiccanti, “belli e dannati”, inarrivabili. È inevitabile, ogni giudizio viene ridefinito in base a questi stereotipi. E la gara estetica non trova mai fine. Ed è una dura, lunga gara al ribasso.

La politica è questione di emozioni

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(Tratto dalla mia tesi di laurea in Scienze Politiche: La politica è questioni di emozioni. L’uso del linguaggio emotivo nelle campagne elettorali di Reagan e Obama)

Fidem facere et animos impellere. Ovvero: convincere razionalmente e persuadere emotivamente. Era con questa breve locuzione che gli antichi latini descrivevano il linguaggio politico classico. Indipendentemente dalla condivisione o meno degli argomenti trattati, i leader dell’epoca erano in grado di creare consenso grazie ad un attento uso dell’arte oratoria. Anche Cicerone nell’Oratore sintetizzava così i compiti del buon oratore per raggiungere il successo nelle cause e guadagnarsi il consenso del popolo: «Sarà dunque eloquente […] colui che nel foro e nelle cause civili parlerà in modo che convinca, diverta e commuova. Il convincere è necessario, il dilettare è piacevole, il commuovere è vincere». Possiamo dire lo stesso anche oggi? È naturale che dall’antica Roma ad oggi, la comunicazione politica abbia subito forti cambiamenti, ma l’uso delle emozioni nel linguaggio politico ha sempre un ruolo significativo. Le emozioni hanno un linguaggio universale: la rabbia, la tristezza, la paura, la felicità, la solitudine sono sentimenti che ci accompagnano lungo l’arco della nostra vita quotidiana e che possiamo esprimere attraverso le parole, la musica o qualsiasi altra forma d’arte. Anzi, le emozioni, più che esprimerle, si confessano.

Da quando le emozioni sono entrate nella sfera politica, il linguaggio ha conosciuto enormi cambiamenti. Fino a qualche decennio fa i politici sembravano figure distaccate, utilizzavano termini tecnici e un linguaggio freddo con pochi slanci e passioni. Secondo Umberto Eco, la comunicazione politica era intrisa di «apparente incomprensibilità, e talora pericolosa vacuità». Nella fase attuale della comunicazione, invece, le emozioni assumono un ruolo centrale in politica: i concetti vengono veicolati con un linguaggio chiaro e semplice, l’oratoria si fa più calda e avvolgente, i politici si mettono sempre più sullo stesso piano dei loro elettori. Poi, nuove tecnologie e moderne tecniche di comunicazione hanno fatto il resto. Il politico emozionale parla direttamente al cuore, piuttosto che alla mente. Così, le emozioni, con il loro potere di risonanza, veicolano complicati temi politici altrimenti poco comprensibili o poco memorizzabili dal cittadino medio. In questo modo, una volta svanita l’emozione, verranno ricordati solo i fatti e le proposte, influendo sul giudizio e sulle scelte dell’elettorato.

Ricordiamolo: le emozioni da sole non bastano, anzi, rischiano di dissolversi rapidamente se non vengono trasformate in progetti e fatti concreti. Dunque le idee in politica sono essenziali, però il professore Drew Westen afferma: «I programmi politici sono realmente collegati al voto, anche se in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori», cioè sui loro valori e i loro interessi personali. In generale gli individui prendono le loro decisioni in base a ciò che gli fa stare bene, a seconda delle sensazioni provocate da una determinata situazione.

Oggi, la persuasione politica si ritrova nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che le persone provano di fronte ai candidati. È proprio per questo che «in politica, quando ragione ed emozione si scontrano, vince invariabilmente la seconda».

Selfie europeo

Renzi europa

Obama, Bill Clinton, Papa Francesco, Madonna, Luca Parmitano, calciatori, politici, star dello spettacolo o del cinema, io, voi… tutti almeno una volta hanno ceduto alla moda del selfie, o semplicemente “autoscatto”, contribuendo alla mostra mondiale di ritratti autorealizzati.

Il selfie è diventato così virale tanto da entrare nell’Oxford Dictionary, il dizionario più famoso al mondo. Come ha spiegato Francesca in un interessantissimo articolo per SemioBo, il selfie è:

  • linguisticamente e convenzionalmente, la massima espressione del ;
  • tecnicamente, l’evoluzione della fototessera;
  • semioticamente, la morte definitiva della soggettività (non c’è un punto di vista preciso, ovvero un osservatore ben definito che vede il soggetto della foto o una prospettiva secondo cui è stata creata la scena osservata);
  • praticamente, un continuo appello allo spettatore, un’ossessiva ricerca del destinatario (il selfie non può rimanere nella galleria dello smartphone, ma deve essere condiviso sui social network istantaneamente).

E il selfie ha fatto capolino anche durante l’intervento di Matteo Renzi al Parlamento europeo di Strasburgo per l’avvio del semestre italiano di presidenza del Consiglio UE. «Se oggi l’Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Emergerebbe il volto della stanchezza, della rassegnazione, della noia», ha detto il premier tutto tronfio e pieno di sé davanti a una platea di europarlamentari.

Ma le metafore continuano. Ad esempio dice che «non ci sarà spazio per l’Europa se accetteremo di restare solo un puntino su Google Maps», poi passa a parlare di «climate exchange» e «smart Europe», senza però tralasciare miti classici come l’Odissea.

Le metafore 2.0 sono quelle che colpiscono di più e che riescono a destabilizzare la comunicazione politica tradizionale. Sì, perché ormai farsi un selfie o cercare un luogo su Google Maps sono tendenze così diffuse tanto da essere entrate nel nostro lessico quotidiano. Ecco perché il premier, nell’aula di Strasburgo, ha utilizzato tutte queste espressioni social: per aumentare la comprensione, per semplificare questioni complesse e per rendere il discorso più visibile usando concetti concreti. Dunque, oltre a mostrare tutta la sua fiducia nel futuro digitale, Renzi ha reso il suo discorso più efficace, memorizzabile, facile da riprendere dalle logiche mediatiche e, soprattutto, più emotivo.

Ovviamente, il giorno seguente, tutti i mass media che per loro natura utilizzano una comunicazione rapida e per slogan (con i cosiddetti sound bites, frammenti di dichiarazioni), hanno ripreso la metafora del selfie di Renzi. E anche Twitter e Facebook si sono riempiti di critiche e battute, ma anche qualche apprezzamento.

Insomma, Renzi si conferma il bravo comunicatore di sempre, disinvolto nel parlare, innovativo nel linguaggio. Ma spesso esagera. Infatti, non si limita solo ad utilizzare termini giovanili e informali, nuove tecniche di comunicazione e un linguaggio fresco, ma ostenta la propria bravura. Ed è proprio questo elemento che solitamente attrae i critici più spietati. Ma chissà, magari è davvero la svolta buona.

Chi vivrà vedrà. Intanto buona fortuna. Non a lui: a noi.

Perché Renzi ha (stra)vinto

renzi

In queste elezioni europee Renzi ha trovato quella legittimazione elettorale che gli mancava. Ma perché ha vinto? Anzi, stravinto? È ovvio che si potrebbe rispondere in tanti modi a questa domanda: “ha vinto per gli 80 euro”, “gode di un gran consenso mediatico”, “è un bravo comunicatore”, “adesso farà le riforme”, ecc. Tutte risposte riduttive in confronto alla portata della vittoria.

Il Pd di Renzi ha vinto soprattutto perché ha incarnato il cambiamento. Ma non il cambiamento violento, di protesta e rivolta in piazza, no. Al contrario di Grillo, Renzi ha proposto un cambiamento lento, graduale, rassicurante, dai toni contenuti e moderati. E soprattutto un cambiamento giocato tutto sul piano delle emozioni. Per spiegarlo partiamo da questo esempio, il tweet del premier del 22 maggio:

Tre gli elementi principali:

1) il derby: Renzi paragona le elezioni europee a un match, a una partita di calcio. La calciofilia nel linguaggio politico è ormai da tempo utilizzata dai maggiori esponenti della Seconda Repubblica (“scendere in campo”, “prendere in contropiede”, “fare spogliatoio”, “fare squadra”, ecc.) ed è un modo per ricondurre il dibattito politico sul piano del linguaggio semplice e quotidiano utilizzato da tutti noi;

2) la contrapposizione dicotomica noi VS loro, amici VS nemici, positivo VS negativo: un soggetto (l’eroe positivo) si contrappone a un anti-soggetto (il terribile nemico della blogosfera) per rendere la narrazione più semplice da capire e da ricordare. Questo, ovviamente, limita la reale comprensione dei fatti, ma rimane ben impresso nella mente dell’opinione pubblica;

3) le emozioni: Renzi contrappone la rabbia alla speranza. Il primo è un sentimento forte che spinge all’azione, mentre il secondo è più ambiguo e proiettato sulla dimensione presente dell’attesa o della fiducia verso il leader (lo spiega bene anche Giovanna Cosenza qui). Evidentemente la speranza ha vinto sulla paura, sulla violenza semantica e sulle esagerazioni verbali. Questo genere di comunicazione ha spaventato realmente gli elettori, tanto da far perdere a Grillo quasi 3 milioni di voti in 15 mesi.

Drew Westen dice: «Non prestiamo attenzione ad argomenti che non suscitino in noi interesse, entusiasmo, paura, rabbia o disprezzo. Non veniamo toccati da leader che non suscitino in noi una risonanza emotiva. Non troviamo i programmi politici degli di discussione se non hanno implicazioni emotive per noi, per la nostra famiglia o per ciò che ci è caro. […] Più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che si attivino i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto».

È proprio così: le emozioni sono il carburante di ogni azione che compiamo. Sono un’arma potentissima, una bussola che guida il nostro comportamento. Sono una delle fonti più potenti che alimentano il nostro agire. La ragione, i programmi politici, i dati, i numeri, le statistiche possono spronare, regolare e suggerire una direzione, ma da soli non funzionano. Certo, ci deve essere un giusto bilanciamento tra elementi emotivi e cognitivi, ma l’elettore sarà molto più impressionato da qualcosa di emotivamente forte rispetto ad appelli privi di emozione o dichiarazioni programmatiche esclusivamente razionali.

È ovvio, i programmi politici contano, ma contano solo in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori, cioè sui loro valori e i loro interessi personali. Ed ecco che i programmi dei partiti si trasformano in questioni di valore e, infine, in questioni emotive.

La persuasione politica oggigiorno sta tutta lì: nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che la gente prova di fronte ai candidati.

E Renzi stavolta ce l’ha fatta. È riuscito a stabilire un ordine di priorità emotive nell’elettorato, a massimizzare i sentimenti positivi nei suoi confronti e, contemporaneamente, a minimizzare quelli negativi. E di certo non si è dimenticato di guidare i sentimenti relativi alle caratteristiche personali del suo principale avversario politico. Questo ha fatto sì che la sua campagna elettorale fosse vincente. Irrazionale, pacata, non strillata. E vincente.

Hai ragione? In prigione!

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«Un Gesuita e un Domenicano stanno facendo esercizi spirituali e il Gesuita, mentre recita il breviario, fuma beatamente. Il Domenicano gli chiede come possa fare così e quello gli risponde che ha chiesto il permesso ai suoi superiori. L’ingenuo Domenicano dice che anch’egli ha chiesto il permesso e che gli è stato negato. “Ma come lo hai domandato?”, chiede il Gesuita. E il Domenicano: “Posso fumare mentre prego?”. Era ovvio che gli fosse stato risposto di no. Invece il Gesuita aveva chiesto “Posso pregare mentre fumo?” e i suoi superiori gli avevano detto che si può pregare in qualsiasi circostanza”».

(Tratto da Bustina di Minerva di Umberto Eco)

L’esempio dei due religiosi mette in risalto l’importanza di una buona strategia comunicativa, cioè di una combinazione ordinata gerarchicamente di tutti gli elementi linguistici di un enunciato. Chiarezza per ottenere efficacia, ordine dal caos. Ecco la prima regola per far sì che il messaggio arrivi dritto dritto al destinatario, senza interpretazioni distorte, ambigue o addirittura opposte alla volontà dell’emittente.

Ma i nostri politici… lo sanno? L’ambiguità è sempre dietro l’angolo, soprattutto nella comunicazione politica. Prendiamo Beppe Grillo e facciamo qualche esempio.

Il re dei social media e dello streaming ripete spesso che “i cittadini vogliono mandare tutti a casa”. Sì, è vero, ma di quali cittadini sta parlando? Sicuramente di quelli che lo hanno votato alle ultime elezioni politiche e che quindi si rivedono nei suoi ideali. Ecco, appunto, quindi stiamo parlando di un quarto degli elettori.

Oppure quando Grillo afferma che l’espulsione dei militanti del Movimento 5 Stelle è stata decisa dalla Rete non è del tutto corretto. La “simpatica” pratica dell’espulsione, è vero, avviene in Rete, ma attraverso una votazione online da parte dei militanti. E questo è cosa ben diversa.

Questi sono solo due esempi per far vedere come Grillo riesca bene a manipolare l’audience della cultura di massa tramite forme linguistiche appropriate. Nei due esempi precedenti ha fatto uso della sineddoche, una figura retorica che sostituisce il tutto con una parte (si parla di “cittadini” e non di “elettori” del M5S, si utilizza il termine “Rete” e non “militanti”).

Questo tipo di linguaggio, oltre a fuorviare l’opinione pubblica, riflette alla perfezione gli spasmi totalitari del leader stellato. Il suo comportamento autoritario e antidemocratico verso i dissidenti dimostra che la battaglia non è soltanto contro la casta, ma contro chiunque non sia grillino. Chi si oppone al leader maximo viene prima emarginato poi espulso. O con lui o contro di lui insomma.

La retorica antidemocratica di Grillo trasforma tutto in una contrapposizione tra il bene e il male, tra i detentori di una verità assoluta e il resto del mondo. Questa distorsione della realtà sembra creare un mondo parallelo, un non-luogo fatto di link, bit e wireless: il mondo del Movimento, appunto.

E forse è arrivato il momento di realizzare cosa comporta tutto ciò: una potenziale minaccia per la democrazia e la libertà di espressione.

È arrivato il momento di aprire bene gli occhi. Prima che sia troppo tardi.

La (non)comunicazione di Antonio Razzi

 

Razzi

Un linguaggio diverso, anomalo, singolare. Un linguaggio popolare, semplice, con un lessico vicino al parlato. Frequente uso di espressioni volgari e rozze. È il linguaggio dell’Onorevole (mica tanto onorevole) Antonio Razzi, ormai famosissimo per l’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. È il fenomeno Razzi, tanto che ha fatto stampare proprio una maglietta con una sua foto e la celebre frase: «Te lo dico da amico, fatti li cazzi tua». Se volete farvi un’idea del linguaggio di Razzi (e magari anche due risate) guardate questo suo intervento in Parlamento.

Razzi è abruzzese e si sente. Infatti, non si può non parlare di radicamento territoriale: il suo modo di parlare è ben ancorato alla sua terra di origine. Dal punto di vista della comunicazione politica questo significa cercare di creare un legame di appartenenza con tutto l’elettorato della regione Abruzzo. L’obiettivo è quello di costruire un rapporto di fiducia con il suo pubblico di riferimento.

Razzi irrompe nella scena politica come una una frattura in grado di destabilizzare il linguaggio politichese utilizzato da molti politici della scena nazionale. Lui è così, come si vede. E il suo modo di comunicare lo riflette alla perfezione: linguaggio quotidiano e popolare, semplice dal punto di vista sintattico e lessicale, con termini di uso comune e scarso ricorso a frasi lunghe subordinate. Talvolta utilizza termini dialettali che contribuiscono e rafforzare il suo radicamento territoriale. Ma c’è di più. Molto spesso rimane difficile seguire il suo discorso dall’inizio alla fine, perché le proposizioni sono sconnesse o di difficile interpretazione. Insomma, tra frasi lasciate a metà, errori, neologismi mai sentiti prima e termini storpiati, il senatore è difficile da capire. Ed è proprio questo elemento che ha fatto la fortuna di Crozza.

Una premessa: non esiste un linguaggio efficace in assoluto. Ma Razzi è senza dubbio quello che si avvicina meno all’efficacia comunicativa. C’è da dire che comunque ha contribuito alla rottura dei classici schemi linguistici (fenomeno già anticipato dal linguaggio rozzo e volgare dei leghisti).

Razzi è ormai diventato un comico a tutti gli effetti, difficile dargli credibilità politica (soprattutto dopo le affermazioni sul dittatore della Corea del nord). E ovviamente questo stile comunicativo rientra alla perfezione nel genere del politainment che trasforma i politici in star televisive o in personaggi divertenti. Neanche a dirlo, terreno fertile per talk show e spazi televisivi che mischiano serietà e leggerezza, notizie di cronaca e gossip. I politici-celebrità non ci parlano dei programmi da realizzare, ma degli aspetti più intimi della loro vita privata. E in questo clima di antipolitica e disaffezione alle tradizionali ideologie, le star della “politica pop” ricevono attenzione e seguito (Grillo docet, ma anche Renzi tiene testa).

È la videocrazia, bellezza. Il timore è quello che la logica dei media stia andando a sostituire la logica politica a tal punto da costruire un serio ostacolo al buon funzionamento dei sistemi democratici. La verità è che oggigiorno sono i mass media che ci insegnano a votare e la fabbrica del consenso mediatico è sempre in funzione, non conosce crisi.

La domanda invece è: dove andremo a finire?

Storie di ordinaria follia


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È l’ennesima prova dell’incompetenza dei nostri politici. È l’ennesima prova che un dialogo costruttivo ed edificante sui social network non è possibile. È l’ennesima guerra mediaticaIl web funziona così: devi sempre schierarti da una parte o dall’altra. Se non lo fai vieni stigmatizzato dalla tua società di appartenenza. Come al solito però, gli estremi non vanno mai bene. In questo caso, sessismo e antisessismo sono da condannare entrambi. Sto parlando dello scontro tra Grillo (e grillini) e il Presidente della Camera Laura Boldrini (e relativi boldriniani con il coro di femministe a seguito). Infatti, dopo che Grillo ha pubblicato un post sul suo blog dal titolo Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”, sono partite le offese, neanche a dirlo, a sfondo sessista. 

La Boldrini ha poi dichiarato che questa vicenda «è un’istigazione alla violenza, basta vedere i commenti, tutti a sfondo sessista. Vuol dire che chi partecipa al quel blog non vuole il confronto, ma offendere e umiliare. Sono potenziali stupratori». Ora, tralasciando l’ironia che si è scatenata anche su quest’ultima frase (è un po’ come dire «voi che esultate su Facebook per un goal, allora siete tutti potenziali centravanti!»), bisogna ricordare un dato di fatto: è Internet, bellezza. È così che va la rete, accessibile e usufruibile da tutti, senza distinzioni. Ma a tutto c’è un limite.

Indipendentemente dalle idee e dal colore politico, l’insulto sessista è riprovevole. Non dovrebbero essere proprio i politici a essere un punto di riferimento e a dover dare il buon esempio ai cittadini? Tra l’altro proprio Grillo, esperto di blog e di comunicazione online, non sospettava che quel post avrebbe prodotto commenti sessisti? Che Grillo abbia più volte utilizzato un linguaggio sessista lo sappiamo già (ad esempio quando fece l’esempio del punto G). Ma il suo essere sessista si può notare ancor di più in quello che non dice, ovvero quando non affronta la questione femminile in Italia.

Nemmeno la democrazia dei Paesi Occidentali sembra aver sconfitto la violenza domestica, il sessismo e la differenza di genere. La soluzione a questi problemi non è certo facile, ma parlarne sarebbe già un buon punti d’inizio. Il sessismo non si sconfigge certo con il silenzio, la censura, con i divieti o con la gogna mediatica. Il sessismo non scompare così. Bisogna discuterne, far emergere temi e difficoltà, creare un dialogo costruttivo. In tv, in radio, sui giornali. In Parlamento, nei programmi tv, per strada. Il problema è che l’agenda politica, così come quella mediatica, ha sempre ben altre priorità a cui rivolgersi. Le donne possono aspettare. È così da sempre.

Insomma, se una donna viene ritenuta incompetente ecco che scatta subito l’offesa sessista. Se l’incompetente fosse un uomo, varrebbe lo stesso? Il «Siete qui perché brave solo a fare i pompini» detto dal deputato grillino alle donne del Pd come sarebbe diventato a parti invertite?

In semiotica, per verificare se un’affermazione è sessista o meno, si utilizza la prova di commutazione: immaginate le stesse parole pronunciate da una donna verso un uomo. Fatto? Bene. Se l’effetto che ne è venuto fuori appare comico e ridicolo, allora significa che c’è disparità di genere. Una donna, per muovere delle critiche verso un uomo, avrebbe tirato in ballo la discriminazione in base al sesso di appartenenza?

Ancora una volta mi trovo a ribadire che il linguaggio è importante, perché il potere delle parole è talmente forte da rafforzare stereotipi sociali. Ancora una volta l’immagine della donna viene svilita e appiattita. Ancora una volta i nostri politici sembrano proprio aver toccato il fondo. Sono storie di ordinaria follia… e, ahimé, di ordinario sessismo. A volte non ci resta che piangere.

Primarie PD: istruzioni per l’uso

Tra meno di un mese si svolgeranno le primarie del PD. Un elettore di centro-sinistra si ritrova a scegliere tra le seguenti alternative:

  • l’autore delle “praline dell’ovvio”, il “nientalistaRenzi con i suoi discorsi privi di sostanza politica;

  • Cuperlo, il leader dal carisma sconvolgente che vuole un partito «bello e democratico» (se vabbè…);

  • Civati, il candidato social onnipresente su Facebook, Twitter e blog («Le cose cambiano, cambiandole» è il suo slogan e non c’è da aggiungere altro, è chiaro, no?! No);

  • Pittella e le sue 24 pagine di programma, parole vibranti e altisonanti che nessuno leggerà mai. Probabilmente nemmeno lui.

Per chiarirsi le idee ho fatto il quadrato semiotico delle primarie del PD (click per ingrandire):

Primarie PD

Ok, torniamo seri.

Leggendo i programmi dei candidati, l’elettore si ritrova sommerso da belle frasi a effetto, tanta retorica e politichese.

Pittella ad esempio scrive: «C’è l’urgenza di costruire un futuro che vale». Come, in che modo? Boh, si vedrà. Oppure: «Un nuovo tempo si sta affacciando». Sì, si è affacciato poi però è tornato indietro. E infine: «Dovremmo avvertire l’urgenza del fare». Poi quella del dire, del baciare, lettera e testamento.

Renzi ha riassunto tutte le sue proposte in 18 pagine, Civati invece il più prolisso (ben 70 pagine). Nei loro programmi ci sono tanti «è necessario», «dobbiamo», «bisogna», «occorre»… ma, di preciso, cosa dobbiamo fare?! Boh, metteteci un po’ quello che vi pare e se viene fuori una frase di senso compiuto, va bene.

Il programma dell’ex rottamatore/neo asfaltatore è diviso in tre punti consequenziali tra loro: Renzi può cambiare verso al PD, il PD può cambiare verso all’Italia e l’Italia può cambiare verso all’Europa. In pratica la storia dovrebbe andare così: il candidato vince le elezioni, porta una ventata d’aria fresca al suo partito, insieme possono lavorare per il bene dell’Italia e, infine, risanare i bilanci (e la credibilità) in Europa. Uno storytelling perfetto con lieto fine assicurato. Mah.

Del programma di Cuperlo è stato detto che propone «ricette vecchie e fallimentari». Si adegua ai giovanilismi quando scrive che vuole «un nuovo patto per l’Italia», «un’altra Europa» e soprattutto «un partito che pensa in grande, intelligente, aperto, che appassioni». In pratica un altro PD.

Poi, un po’ amareggiata, ho chiuso tutti i documenti dei candidati (sì, lo ammetto, ho letto anche quello di Pittella), ho sgombrato la mente da tutte quelle belle frasi e ho pensato che ne sarebbe bastata una, e una soltanto, per racchiudere tutto il mio pensiero in quel preciso momento. Ed è quella che Gino Bartali ripeteva ad ogni tappa persa: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare».

Beh, staremo a vedere e… che perda il peggiore!

«Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo»

Matteo Renzi a Leopolda 13

«Camicia sfilacciata, jeans skinny, linguaggio dinamico, abbronzato. That’s @matteorenzi at @Leopolda2013 #leopolda13 #americanism». Ho riassunto in questo tweet la kermesse della Leopolda 2013 avvenuta ieri a Firenze. Se ve la siete persa, qui il discorso conclusivo dell’ex-rottamatore Matteo Renzi.

Un uomo solo sul palco. Niente contradditorio. Davanti a lui il pubblico e un un microfono. Niente podio come l’anno precedente, «perché se parliamo solo con il microfono facciamo le conclusioni della Leopolda, se parliamo con il podio invece facciamo un discorso pomposo, serio», afferma Renzi. Anche la scenografia è un ritorno al passato, alla semplicità: «Oggi la semplicità è la via giusta. Questo è ciò che serve oggi: una rivoluzione della semplicità». Insomma, tutta la scenografia è una costruzione per non prendersi troppo sul serio, per tornare alla genuinità delle cose. Eppure, la “costruzione della semplicità” mi sembra quasi un ossimoro, una contraddizione. Come può una cosa semplice essere un artificio?

Inoltre, tante frasi a effetto: «La sinistra che non cambia è la destra», «Qualche politico in meno e qualche speranza in più» e, citando Baricco, «Il futuro è il luogo in cui stiamo andando, il futuro è tornare a casa». Ogni tanto torna anche la sua tipica comicità fiorentina e le tecniche del marketing politico. L’imitazione di Maurizio Crozza rende bene l’idea.

Si sa, lo stile comunicativo di Renzi è fresco, nuovo, dinamico, giovanile. E la sua immagine lo rispecchia alla perfezione. Con la sua camicia bianca arrotolata ai gomiti (a un certo punto si è persino sfilacciata) e i jeans aderenti riecheggia quel casual look degli anni ’80. Ma ciò che ricorda ancor di più è Mr. Obama e il modello politico americano (tra cui le famose convention per accaparrarsi i voti degli elettori).

Tutto ciò potrebbe essere un’arma a doppio taglio per il Sindaco di Firenze. Il suo stile comunicativo potrebbe non piacere all’elettorato di centro-sinistra al quale si sta rivolgendo. Potrebbe essere letto come uno stile troppo superficiale, in cui l’apparenza prende il sopravvento sull’essenza. E senza il contenuto la politica si trasforma in politainment, cioè politica-spettacolo adatta alle peggiori logiche mediatiche attuali. Ahimé, dobbiamo ormai rassegnarci alla politica-pop, perché, come recita il primo comandamento del Catechismo politico, «non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo». Parola di Barbara D’Urso e Matteo Renzi.

Così, quando il sipario si chiude, si prendono gli applausi, si firmano gli autografi. Arrivederci, al prossimo bluff.