Politica, bellezza e altre amenità

bellezza politica

La bellezza in politica non importa, ce lo sentiamo ripetere sempre. Ciò che conta sono le idee, i contenuti, le azioni pratiche che un leader politico compie. L’essenza sopra l’apparenza, la competenza sopra la parvenza. Magari. Oggi l’immagine pubblica conta eccome, anche perché spesso c’è solo quella.

Quando si è iniziato a parlare di bellezza in politica? Beh, inizialmente ci ha pensato la destra, quella destra che già ai tempi del nazismo vedeva la razza ariana come la specie perfetta, bella e pura. Poi Berlusconi che diceva che voleva circondarsi di “belle ragazze”, che descrisse Obama come il “giovane, bello e abbronzato”, la Merkel come “culona inchiavabile” e la Bindi, si sa, è sempre stata “più bella che intelligente”. Poi anche Veltroni si scagliò contro la politica dell’immagine pubblicando il libro intitolato La bella politica e Nichi Vendola addirittura nel 2010 fece un elogio della bellezza. E infine è arrivato Renzi che ha invocato spesso lo storytelling della bellezza: “La bellezza come elemento fondamentale della nostra identità”, perché “l’Italia deve ripartire dalla bellezza”. Auguri.

Poi, neanche a dirlo, anche i media fanno la loro parte. Se prima si discuteva delle bandane di Berlusconi adesso siamo passati alle felpe di Salvini. E poi si commentano gli outfits della principessina Kate Middleton e “accidenti che bel tailleur blu si è messa oggi la Boschi!”. “Sì però, che credi, in costume anche lei ha la cellulite!”. “E guarda Michelle Obama, proprio elegante, un’icona di stile moderno”. Invece, Agnese, la moglie di Renzi, “lei sì che è sempre un bell’uomo”. “E Alfano? Ha più capelli che elettori, dai”. E ovviamente lui, Renzi, da statista a stilista, con il girovita che lievita sempre più, è passato dal giubbotto di pelle “gggiovane” alla Fonzie ai goffi pantaloncini corti in montagna, sfidando la neve e il senso del ridicolo.

Insomma, tutto ruota intorno al tema della bellezza, da sempre. E oggigiorno, tra crisi dei partiti e mediatizzazione della politica, ancora di più. E allora i politici diventano star politiche, intente a manipolare la loro immagine, sia pubblica che privata, in funzione dei media. Quell’immagine che è più influenzata da elementi affettivi ed emozionali, piuttosto che razionali. Ed è proprio il coinvolgimento emotivo che lega gli elettori a un leader. È la spettacolarizzazione della politica, quella che porta in scena un one-man show eliminando tutti gli altri, quella che personalizza le elezioni, che abolisce i partiti e democratizza la fama.

E chi è che detta i canoni della bellezza in politica? Ovviamente la comunicazione pubblicitaria, in particolare quella della cosmesi e della moda. Corpi perfetti, snelli al limite dell’anoressia, senza imperfezioni. Corpi femminili semi nudi, donne oggetto, mercificate e corpi maschili avvenenti, ammiccanti, “belli e dannati”, inarrivabili. È inevitabile, ogni giudizio viene ridefinito in base a questi stereotipi. E la gara estetica non trova mai fine. Ed è una dura, lunga gara al ribasso.

Pubblicità alla prova (di commutazione)

pubblicità sessista

Quante pubblicità sessiste vediamo in televisione ogni giorno? Quante donne, ragazze, super modelle o starlette ammiccano alla telecamera per promuovere uno shampoo, l’ultimo modello di divano o la vernice per la ringhiera di casa? (Forse lo spot “Brava Giovanna” vi ricorda qualcosa).

Beh, è ormai una prassi consolidata molto utilizzata dalle più pigre agenzie pubblicitarie: far ricorso a stereotipi di genere, molto spesso distorti, come specchietto per le allodole per persuadere il grande pubblico di massa (di solito, quello di sesso maschile).

Ma che succede se al posto delle donne ci fossero degli uomini? L’effetto desiderato sarebbe lo stesso?Per rispondere a queste domande non resta altro che scomodare il linguista Hjelmslev e la prova di commutazione. Questo “giochino semiotico” consiste nel verificare se la sostituzione di un elemento sul piano dell’espressione comporta una differenza sul piano del contenuto, o viceversa. Esempio pratico: se nella parola “lana” si sostituisce la /l/ con la /s/ o con la /r/, si ottengono le parole “sana” e “rana”. Ciò significa che modificando il piano dell’espressione (una lettera), cambierà di conseguenza anche il significato di quella parola. Se volete altri esempi pratici leggete qui o qui.

Così, gli autori di BuzzFeed, magazine online su tecnologia, web e social media, hanno fatto un esperimento. Guardate questo simpatico video e traetene voi le conclusioni.

Politica e sessismo

MODA FEMMINILE, SFILATA DI COSTUMI DA BAGNO

Modelle bellissime, passerella, bikini griffati, stilisti, sfilate e politica. Non è il gioco “trova l’intruso”, ma soltanto l’ultima trovata del designer Jerry Tommolini, il quale ha fatto sfilare tre modelle con costumi da bagno con la scritta sul retro “We want Renzi”. Tv e giornali ormai oggi sono sorpassati e l’endorsement politico si fa addirittura in passerella.

È solo un modo efficace per far discutere e per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, direte voi. Certo! Ma facciamo un esperimento.

Questo “giochino” è ciò che il linguista Hjelmslev chiama “prova di commutazione”: verificare se la sostituzione di un elemento sul piano dell’espressione comporta una differenza sul piano del contenuto, o viceversa. Esempio pratico: se nella parola “lana” si sostituisce la /l/ con la /s/, o con la /r/, si ottengono le parole “sana” e “rana”. Ciò significa che modificando il piano dell’espressione (una lettera), cambierà di conseguenza anche il significato di quella parola.

Adesso torniamo alle “Renzine” e immaginate se al posto di quelle tre ragazze ci fossero stati dei modelli. Uomini al posto delle donne. Ed ecco che il significato cambia, il modo di vedere la trovata pubblicitaria di turno non è più lo stesso. Se dei modelli avessero avuto la scritta “We want Renzi” sul loro posteriore sarebbe stato paradossale, ridicolo e in qualche modo inaccettabile. Insomma, sarebbe risultato un po’ bizzarro agli occhi nel nostro banale immaginario collettivo.

E perché accade questo? Ancora una volta c’è di mezzo il sessismo, i soliti stereotipi e la mercificazione del corpo delle donne. Cosa si può definire sessista? «È sessista – spiega Annamaria Testa – una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l’identità delle donne all’essere “casalinghe” e basta. È sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono».

In queste ore, il “prodotto Renzi” che viene promosso e sponsorizzato dai corpi delle donne è apparso su tutte le più importanti testate giornalistiche. Ma si può dire che l’obiettivo è stato raggiunto?

Forse no. Forse il pubblico non recepisce neanche più trovate di questo genere. Forse siamo assuefatti alle immagini di corpi seminudi a cui i mezzi di comunicazione di massa ci espongono ogni giorno. Forse siamo immuni da quell’indignazione e quella repulsione che dovremmo provare. E forse, a pensarci bene, è proprio questo ciò che spaventa di più.

Mercificazione del corpo delle donne: quando l’apparenza prende il posto dell’essenza

donna-offerta-speciale

Voglio riflettere sull’immagine della donna che ci offrono oggi televisione e giornali. Sempre più spesso si vedono pubblicità con corpi semi nudi, donne prive di ogni personalità e identità assimilate ad oggetti, donne ben truccate, con pelle liscia e un corpo magrissimo. Insomma donne all’apparenza perfette, ma con poca o punta dignità. Tutte queste modelle che invadono le nostre televisioni e i nostri giornali sono rese “perfette” grazie a programmi di fotoritocco (vedi Photoshop).

Nei programmi televisivi vediamo sempre più donne come dame di compagnia, come presenza di quantità e non di qualità, con visi che sembrano maschere, senza qualità reali, visi occultati da ceroni, rossetti e silicone. Donne ridotte a oggetto di desiderio sessuale per gli uomini, donne che si guardano persino attraverso gli occhi degli uomini. Cosa ci dicono questi corpi senza un minimo di autenticità?

La mercificazione del corpo delle donne è purtroppo un tema sempre di attualità. Siamo ormai invasi da facce e corpi photoshoppati che appaiono ovunque e da diversi anni sono entrate nel nostro immaginario collettivo che non ce ne rendiamo neanche più conto. Siamo ormai assuefatti a questi corpi perfetti che la comunicazione di massa ci propone ogni giorno sottoponendoci ad un vero e proprio bombardamento mediatico. E, volenti o nolenti, questi sono i  modelli di riferimento designati dall’era contemporanea.

Anna Magnani, in tutta la sua autenticità, al truccatore che voleva coprire le rughe prima di entrare in scena, diceva: «Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele». Oggi è ancora così? Il passaggio del tempo viene considerato una vergogna, così il volto si modifica fino a non esprime nessuna tratto autentico, caratteristica che invece doverebbe essere alla base di tutte le relazioni umani. Abbiamo forse paura di mostrare la nostra vulnerabilità? In TV, sui giornali, nelle pubblicità, nessuno mostra più la sua vera faccia.

Il fotoritocco nel settore moda, fashion e make up fa discutere da sempre. L’uso eccessivo di Photoshop da parte di molti brand, di campagne pubblicitarie e dai media veicola un’immagine femminile irreale, una bellezza stereotipata ed estremizzata che ha pesanti ricadute sul senso comune. In particolare sulle giovani ragazze che tentano ad ogni costo di raggiungere simili risultati sottoponendosi a diete estreme fino ad arrivare all’anoressia. Per tutta risposta in televisione, le donne più anziane, ricorrendo alla chirurgia estetica, cercano di stare sempre al passo con le più giovani (molto spesso cadendo persino nel ridicolo).

Se siete interessati all’argomento sulla mercificazione del corpo delle donne consiglio il documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi, intitolato appunto Il corpo delle donne. Vale la pena prendersi mezz’ora e guardare il video. Anche se siete uomini.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)