La politica è questione di emozioni

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(Tratto dalla mia tesi di laurea in Scienze Politiche: La politica è questioni di emozioni. L’uso del linguaggio emotivo nelle campagne elettorali di Reagan e Obama)

Fidem facere et animos impellere. Ovvero: convincere razionalmente e persuadere emotivamente. Era con questa breve locuzione che gli antichi latini descrivevano il linguaggio politico classico. Indipendentemente dalla condivisione o meno degli argomenti trattati, i leader dell’epoca erano in grado di creare consenso grazie ad un attento uso dell’arte oratoria. Anche Cicerone nell’Oratore sintetizzava così i compiti del buon oratore per raggiungere il successo nelle cause e guadagnarsi il consenso del popolo: «Sarà dunque eloquente […] colui che nel foro e nelle cause civili parlerà in modo che convinca, diverta e commuova. Il convincere è necessario, il dilettare è piacevole, il commuovere è vincere». Possiamo dire lo stesso anche oggi? È naturale che dall’antica Roma ad oggi, la comunicazione politica abbia subito forti cambiamenti, ma l’uso delle emozioni nel linguaggio politico ha sempre un ruolo significativo. Le emozioni hanno un linguaggio universale: la rabbia, la tristezza, la paura, la felicità, la solitudine sono sentimenti che ci accompagnano lungo l’arco della nostra vita quotidiana e che possiamo esprimere attraverso le parole, la musica o qualsiasi altra forma d’arte. Anzi, le emozioni, più che esprimerle, si confessano.

Da quando le emozioni sono entrate nella sfera politica, il linguaggio ha conosciuto enormi cambiamenti. Fino a qualche decennio fa i politici sembravano figure distaccate, utilizzavano termini tecnici e un linguaggio freddo con pochi slanci e passioni. Secondo Umberto Eco, la comunicazione politica era intrisa di «apparente incomprensibilità, e talora pericolosa vacuità». Nella fase attuale della comunicazione, invece, le emozioni assumono un ruolo centrale in politica: i concetti vengono veicolati con un linguaggio chiaro e semplice, l’oratoria si fa più calda e avvolgente, i politici si mettono sempre più sullo stesso piano dei loro elettori. Poi, nuove tecnologie e moderne tecniche di comunicazione hanno fatto il resto. Il politico emozionale parla direttamente al cuore, piuttosto che alla mente. Così, le emozioni, con il loro potere di risonanza, veicolano complicati temi politici altrimenti poco comprensibili o poco memorizzabili dal cittadino medio. In questo modo, una volta svanita l’emozione, verranno ricordati solo i fatti e le proposte, influendo sul giudizio e sulle scelte dell’elettorato.

Ricordiamolo: le emozioni da sole non bastano, anzi, rischiano di dissolversi rapidamente se non vengono trasformate in progetti e fatti concreti. Dunque le idee in politica sono essenziali, però il professore Drew Westen afferma: «I programmi politici sono realmente collegati al voto, anche se in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori», cioè sui loro valori e i loro interessi personali. In generale gli individui prendono le loro decisioni in base a ciò che gli fa stare bene, a seconda delle sensazioni provocate da una determinata situazione.

Oggi, la persuasione politica si ritrova nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che le persone provano di fronte ai candidati. È proprio per questo che «in politica, quando ragione ed emozione si scontrano, vince invariabilmente la seconda».

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La politica è questione di racconto

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Vladimir Propp è un linguista russo che ha individuato una struttura narrativa costante rintracciabile in ogni fiaba. Ha così dimostrato che ogni storia inizia con la rottura dell’equilibrio iniziale (c’è un problema da risolvere), poi un eroe è chiamato a ristabilire l’ordine e, dopo aver superato varie prove e essersi confrontato con l’anti-eroe (o antagonista), riesce a vincere la propria missione e a concludere la storia con un lieto fine.

Solitamente il protagonista, per arrivare al suo scopo, deve superare tre prove: una prova qualificante, una prova decisiva e infine una prova glorificante. In semiotica, tutto ciò si concretizza in un programma narrativo (PN): una successione di stati e trasformazioni relativi a un soggetto e un oggetto di valore, cioè al suo scopo. Un programma narrativo è ciò che un soggetto vuole fare e si sviluppa sempre in relazione ad un programma inverso, quello dell’anti-soggetto/antagonista.

Come è possibile ricollegare Propp e le fiabe russe alla politica odierna? Molto semplice. I media, ormai pervasivi e ubiqui, non fanno altro che raccontare storie tutti i giorni. Storie mass-mediatiche a cui la politica si conforma alimentandole. In politica qualsiasi evento è sempre il racconto di un soggetto e di un anti-soggetto che gli si oppone. La fiaba mass-mediatica segue sempre uno schema binario, una continua dicotomia che porta l’elettore a schierarsi da una parte piuttosto che unʼaltra e costruisce la scelta tra lʼuno o lʼaltro campo non solo come semplice, ma come logica, inevitabile.

Ma non solo. Nell’epoca della personalizzazione, anche i politici stessi ci raccontano storie quotidianamente. Tramite vicende personali o di vita quotidiana alimentano il loro storytelling per rendere più efficace la comunicazione, per facilitare la memorizzazione di un discorso e per coinvolgere emotivamente chi ascolta. Insomma, per ottenere consensi e per entrare nel cuore degli elettori, è necessario che i politici siano in grado di comunicare la loro storia personale e attraverso questa conquistare la fiducia dei cittadini. Tutti i politici ci raccontano storie, a volte essi stessi diventano delle storie: «you are the story, tu sei un eroe».

Esempi pratici di storie contemporanee? Obama incarna il sogno americano, dell’uomo di colore che proviene da una famiglia di umili origini, il self made man che dopo molti sacrifici ce l’ha fatta. Berlusconi che con la sua discesa in campo nel 1994 ha costruito tutto il suo consenso sulla sua storia personale ed è riuscito a diventare Presidente del Consiglio candidandosi solamente alcune settimane prima del voto senza un passato politico alle spalle che potesse legittimarlo. Nichi Vendola, durante le sue lunghe omelie, ci ricorda la sua storia piena di contraddizioni (omosessuale e cattolico, orecchino e Bibbia). Di Pietro si associa subito all’immagine di Pubblico ministero nell’inchiesta Mani Pulite, Monti al tecnico subentrato per (tentare di) salvare l’Italia dal baratro, Renzi si racconta costantemente sui social network e Grillo porta con sé tutto il suo passato di comico.

Non c’è niente da fare. I leader che non suscitano in noi una risonanza emotiva non ci toccano. Una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla.

«La politica è questione di racconto», dice Drew Westen. E noi, come i bambini, sappiamo che il drago non esiste e che la storia è inventata. Ma ci crediamo lo stesso.