Amenità a Palazzo

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Il peggio delle ultime due settimane riassunto nei tweet, negli stati di Facebook, nei siti web, nei commenti degli internauti o nelle foto virali che hanno circolato in rete.

Si parla di crisi di governo, fiducia, governo Letta, decadenza, falchi, colombe, IVA, Berlusconi, Alfano, Dudù… Come il popolo dei social media ha vissuto questi giorni politicamente pieni di eventi (e amenità).

Spinoza.it

Dal 1994 ad oggi, Berlusconi ha diffuso sette videomessaggi. Al quinto si vinceva una statuetta.

Berlusconi: «Mi rivolgo agli italiani di buon senso». Ma quelli avevano la tv spenta.

«Alle persone perbene dico: reagite, protestate, fatevi sentire». Tutti gli altri possono continuare a votarlo.

Berlusconi: «I processi mi hanno tolto tanto tempo». Bastava farsi condannare al primo.

Berlusconi fa dimettere i suoi a causa dell’aumento dell’iva. Ma perché, doveva ancora pagarli?

I berlusconiani più fedeli pronti a dimettersi. Dudù ha già restituito il collare.

Alfano: «Sarò diversamente berlusconiano». Bene, ti riserviamo un parcheggio.

Berlusconi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Confidiamo nella smentita.

Giovanardi sostiene il governo Letta. E tante altre stronzate.

Letta: «Rischiamo di consegnare il paese all’ingovernabilità». E se poi fa meglio?

Berlusconi è riuscito a saltare sul carro del vincitore e contemporaneamente a guidare quello del perdente.

Nunzia De Girolamo: «Berlusconi ha scelto con la testa e con il cuore». Era giusto far riposare un po’ l’uccello.

Facebook

Maurizio Crozza: «Care italiane, cari italiani, vorrei stipulare un nuovo contratto con voi… o preferite che facciamo in nero?».

Io: «Io sarò sempre con voi, decEduto o no». Grazie B. per averci ricordato che abbiamo 20 anni in più e non è cambiato nulla. Grazie davvero.

Io: 1994-2013: non è cambiato nulla (ad eccezione dei lifting)… Continuerà a fare politica da decaduto, da detenuto e da deceduto.

Io: Nel videomessaggio Berlusconi, nonostante tutto, ha saputo mantenere una certa salma… emmm… calma!

Andrea Scanzi: Berlusconi darà la fiducia. Così le colombe torneranno a non contare nulla e il Pd resterà sotto ricatto. Letta non ha ottenuto nulla (anzi), il Caimano ha fatto il teatrino smentendo se stesso per la trecentesima volta. E la buffonata continua. Contenti loro, scontenti tutti.

Leonardo Pieraccioni: Mettessero una tassa di 0,20 centesimi su tutte le prossime battute di Silvio ai servizio sociali si diventa la Germania.

Berlusconi: «Ho perso undici chili». È il suo classico falso in bilancia.

Prima pagina de Il Giornale del 29 settembre: «Le tasse di Letta fanno cadere il governo».

Lettera del cane di Francesca Pascale pubblicata in prima pagina de Il Giornale (davvero!): «Sono Dudù, per favore, lasciatemi in pace».

Twitter

Enrico Letta (@EnricoLetta): #IVA colpa dimissione parlamentari che ha provocato crisi e reso impossibile continuare. Berlusconi rovesciafrittata, italiani non abbocchino!

Beppe Severgnini (@beppesevergnini): Berlusconi, per il compleanno, si regala una #crisidigoverno. Non poteva andare a cena fuori, come tutti?

Io (@Isottaaa): Adesso piove e non so a chi dare la colpa… #disagio #crisidigoverno

Graber (@graber64): Il #PD ha paura di andare alle urne… Funerarie sottoforma di cenere.

Dio (@lddio): Letta cita Benedetto Croce, dimostrando così che l’unico modo per superare la DC è andare ancora più indietro. #direttaletta

L’Espresso (@espressonline): Non funzionava il microfono. Era la magistratura, sicuramente. #direttaletta

Roberto Tallei (@RobTallei): La #decadenza è una danza che si balla nella latitanza.

Renolto (@renolto): Schifani: «Copione già scritto e se ne conosceva la trama». È stato il maggiordomo.

Dio (@lddio): La #Giunta dice sì alla #decadenza di Berlusconi. Tutto l’Esercito di Silvio è pregato di indossare il perizoma nero in segno di lutto.

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Auto usata

Immagine 1_Anne_Dirt

Pochi giorni fa Demos ha condotto un sondaggio per il quotidiano La Repubblica sul clima politico italiano e sugli orientamenti elettorali. Dalle percentuali emerge che Matteo Renzi si colloca al primo posto nelle preferenze degli italiani: il 32,8% lo vorrebbe come prossimo Presidente del Consiglio. Alle sue spalle Enrico Letta con il 17,2%, seguono Silvio Berlusconi (8,1%), Mario Monti (6,7%), Angelino Alfano (6,6%) e infine Beppe Grillo (4,5%).

Ma cosa ha portato gli elettori a preferire un politico rispetto a un altro? Naturalmente la risposta dipende in gran parte dalle caratteristiche che compongono il leader (la sua immagine, le sue doti comunicative, le sue azioni concrete, le sue competenze, il suo sapere, il suo carisma, ecc.). C’è però da aggiungere che tutta la partita si gioca sul piano della credibilità e della fiducia che l’opinione pubblica ripone nella propria “guida”.

Il tema della fiducia è un elemento essenziale del rapporto tra politica e cittadinanza. È certamente importante credere a “ciò che dice qualcuno”, ma oggigiorno si è più portati a credere (o non credere) a “colui che dice qualcosa”, perché ci si basa sulla coerenza e la credibilità che quel leader politico veicola attraverso la sua immagine e, sulle basi di questo, formuliamo previsioni su come si comporterà o giudizi con cui interpretare il suo frame di riferimento, la sua cornice di senso allʼinterno della quale agirà e grazie alla quale possiamo comprendere i suoi comportamenti e fare inferenze sulla sua identità. Ed e proprio grazie a questa relazione diretta e personale del politico con i cittadini che si contratta la fiducia di questʼultimi.

La credibilità dipende da diverse componenti che il politico cerca di sostenere (soprattutto in campagna elettorale) per poter mantenere la legittimazione del proprio ruolo. Le ho riassunte di seguito.

1) Attendibilità: il politico sa fare il suo mestiere e sa risolvere i problemi? Ci sono prove verificabili?

2) Responsabilità: il politico è capace di realizzare praticamente quello che propone? Agisce per il bene della comunità?

3) Affidabilità: qual è il rapporto tra politico ed elettori? Il politico tiene davvero a ciò che dice o lo dice solo per convincere gli elettori?

4) Reputazione: posso fidarmi di questo politico? Posso certificarne lʼautorevolezza?

In poche parole, i cittadini non dovrebbero far altro che rispondere alla domanda: «Comprereste unʼauto usata da questʼuomo?». Domanda diventata famosa nella storia dalla campagna elettorale statunitense Kennedy vs Nixon per misurare la fiducia che lʼelettorato riponeva nei politici.

Riportando tutto quanto detto al panorama politico italiano attuale… voi, da chi comprereste l’auto usata?! Forse i mezzi pubblici sono l’unica alternativa attualmente possibile.

(Questo articolo, un po’ modificato, è stato pubblicato anche su 055firenze.it)

Ad ogni politico il suo linguaggio

 Linguaggio politico

Cosa ha di particolare il linguaggio politico? Niente. Se pensate che questa sia una risposta provocatoria o ironica, vi state sbagliando. Il linguaggio dei politici non ha realmente delle caratteristiche proprie da poterlo catalogare in un determinato ambito. Ecco perché:

  • il linguaggio politico non è una lingua specialistica (come quella matematica, informatica, fisica, medica, ecc.);

  • è detto infatti “linguaggio settoriale”, cioè privo di un lessico specialistico vero e proprio e di regole convenzionali particolari;

  • è ricco di ambiguità, reticenze e polisemie;

  • attinge spesso dalla lingua comune o da altre lingue settoriali;

  • è rivolto ad un’utenza molto più ampia e indifferenziata rispetto alle lingue specialistiche;

  • la forza di un linguaggio settoriale si evidenzia nella capacità di imporre il proprio lessico e nella propensione a spostarsi nel linguaggio comune.

Dunque, in breve, il linguaggio dei politici non segue regole particolari, ma è un linguaggio plasmabile a seconda di chi lo utilizza. Ne consegue che ogni politico ha un suo linguaggio specifico. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, se leggiamo o ascoltiamo distrattamente una dichiarazione, sappiamo subito a quale attore politico attribuirla.

Facciamo qualche esempio (qui potete vederlo graficamente nel mio quadrato semiotico).

Bersani e Monti utilizzano un linguaggio tradizionale, infarcito di tecnicismi, politichese e burocratese propri della Prima Repubblica. A Bersani si associa bene un linguaggio astratto pieno di metafore e il suo modo “ondeggiante” di parlare rivela la sua indignazione. Monti invece è la sobrietà in persona e questo si riflette anche nella sua compostezza nel parlare. Sia Monti che Letta usano un linguaggio monotono che calma e rassicura (o fa addormentare, dipende dai punti di vista), mai incisivo.

Al polo opposto Renzi trasmette grinta ed energia, perché usa un linguaggio colorato, con termini giovanili, nuovi o presi in prestito agli inglesi. Infarcisce spesso i suoi discorsi con figure retoriche e slogan facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media. I suoi attacchi acuti rapidi e improvvisi danno luogo a un mix fra lo stile esortativo (molto forte, per esempio, in Beppe Grillo) e quello pacato-rassicurante (tipico di Monti e Vendola). Il suo linguaggio politico dunque destabilizza, caratteristica perfetta da attribuire al rottamatore.

Bossi è l’emblema del turpiloquio e Grillo urla, sbraita, dice spesso parolacce, incita, accusa, usa l’ironia (ne avevo parlato qui: “Grillo, l’eccesso fa il successo?”).

Se l’eloquio dell’ex comico è maggiormente esortativo, quello di Vendola è pacato, fa discorsi che sembrano un’omelia, ama le citazioni colte e religiose e proferisce spesso frasi a effetto. Con la sua pronuncia tutta particolare (ha qualche problema col fonema /s/), non è semplice seguire un discorso di Vendola dall’inizio alla fine: il lessico colto, il tono aulico, il politichese, le figure retoriche, le citazioni, la paratassi (troppe subordinate), gli impliciti, i simbolismi, le divagazioni… fanno perdere il filo del discorso, soprattutto a chi non conosce tutte le implicazioni di Vendola o lo sta ascoltando en passant mentre sta facendo altro.

E Berlusconi? Beh, lui si fa riconoscere, sia perché ormai il suo accento milanese, stra-sentito in tv e stra-imitato, si è ben fissato nell’immaginario collettivo, sia per il contenuto delle sue sempre più bizzarre dichiarazioni (che anche quello, solitamente, rimane impresso ai cittadini-elettori!). Nonostante dopo i primi scandali sessuali (vedi il caso Noemi e il Rubygate) B. abbia perso il suo smalto iniziale del grande comunicatore e dell’uomo di spettacolo, riesce comunque ad accaparrarsi un posto nell’agenda mediatica e a farsi sentire con il suo timbro caldo, gli attacchi energetici e l’innalzamento del tono di voce sulle parole-chiave. Il suo linguaggio televisivo, tanto caro al formato politainment, rispecchia alla perfezione il suo modo di essere da chansonnier, gigolò e dell’uomo sempre dalla battuta pronta.

Insomma, riprendendo la questione iniziale: cosa ha in particolare il linguaggio politico? Niente (per i motivi detti in apertura), ma grazie alla sua capacità di modellarsi sulla persona che lo utilizza si può sostenere che esistono tanti tipi di linguaggi politici. È qualcosa che viene fatto proprio dall’oratore, gli si cuce addosso.

E allora qui può nascere un’altra questione: se quando parliamo di calcio col suo lessico specifico non stiamo facendo sport… un politico che utilizza il “suo” linguaggio politico, di fatto, fa già politica?

Enrico Letta: più sobrio del sobrio

Che parole usereste per descrivere il linguaggio del neo Presidente del Consiglio Enrico LettaSobrietà, forse non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente.

Assemblea Nazionale del PD

Non è facile fare un’analisi del linguaggio politico di Letta, perché questo è in bilico tra passato e presente (futuro sarebbe troppo azzardato), tra e politichese e Twitter factor, tra astrattezza e chiarezza, tra TV e sobrietà, tra Vespa e Fazio (in realtà Porta a Porta se lo è risparmiato. Per ora).

Berlusconi è politainment, Grillo è l’eccesso e la protesta, Bersani il politichese, Renzi è il nuovo che avanza, Bossi è il turpiloquio, Monti è il sobrio. E Letta è più sobrio del sobrio. La differenza tra Monti e Letta? Che il primo non sapeva comunicare (né in Italia, né all’estero e nemmeno con i fogli sotto gli occhi), mentre il secondo almeno ci prova.

Lo dice lui stesso: «Concretezza, serietà e rispetto reciproco. Ora tutti facciamo parte di una squadra. Chiedo una grandissima attenzione nella sobrietà sull’organizzazione del lavoro. Se facciamo così, vincerà il Paese». Il campo semantico della sobrietà ricorre sempre: ha spesso infarcito i suoi discorsi con parole come franchezza, lealtà, buon senso, serietà, rispetto, chiarezza. Infatti, parla di «regole di linguaggio improntate sulla franchezza e lealtà reciproca».

Spesso il suo linguaggio riflette il suo comportamento sobrio fino a farlo diventare quasi trasparente. Forse ciò che gli occorre è un po’ più di concretezza. Infatti, c’è chi pensa che sia «inverosimile che il libro dei sogni del signor Letta diventi realtà». È quanto scrive il Financial Times sul governo del nuovo Premier. L’anti-austerità sembra un mondo utopico persino agli inglesi che ci osservano a distanza. Letta bocciato in partenza dalla giuria estera.

Pochi giorni fa, parlando del nuovo esecutivo, Letta ha detto: «È una decisione che ci è parsa di buon senso per superare problemi che ci sono e che non si risolvono con la bacchetta magica: per lavorare abbiamo bisogno di regole. Su questo punto non aggiungerò altro, spero che parlino i fatti». In questo caso si mescola un non poter fare (citando il tema della bacchetta magica più volte utilizzato da Bersani pre e post Primarie) a un voler fare, augurandosi che parlino i fatti al posto delle parole. Ancora però è troppo presto per parlare della reale fattività del leader. C’è molta comunicazione, ma poca sostanza. Le premesse (forse) ci sono, non ci resta che aspettare per giudicare. Intanto PD e PDL sono stati in un’abbazia a “fare spogliatoio”… è davvero questo il cammino verso la Terza Repubblica?

E se da una parte il linguaggio astratto ricorda i democristiani della Prima Repubblica, la comunicazione più efficace di Letta si vede quando utilizza Twitter: è molto attivo sul social network del pennuto e ha molti followers. In 140 caratteri esprime la sua comunicazione più genuina. È giovane e ha capito come sfruttare i social media del momento che ormai sono il primo biglietto da visita oltre i confini dell’Italia.

Inoltre usa spesso metafore. Prima su tutti la metafora calcistica che esprime tutta la sua fede per lo sport. Ha parlato spesso di governo come squadra. E se Berlusconi “scendeva in campo” nel ’94, Monti “saliva in politica”, Vendola voleva “riaprire la partita”, Letta vuole “fare spogliatoio” e Renzi consiglia di “non sbagliare il rigore”. Intanto i politici si ritrovano a giocare una partita truccata e gli italiani stanno a guardare.

Non è concesso il rimborso del biglietto.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)