Attenzione, questa notizia è CLAMOROSA (ma falsa)

Fatti annunciati e mai avvenuti. False dichiarazioni mai smentite. Balle mediatiche mai corrette. È il giornalismo, bellezza. O meglio, lo pseudo giornalismo, un concetto che si trova a metà tra il pressappochismo e l’incertezza, tra la trascuratezza e la mancanza del controllo delle fonti.

E poi ovviamente ci siamo noi, fruitori ingenui e lettori creduloni. Noi che tentiamo di salvarci con un “l’ho letto su Facebook” o un “l’hanno condiviso tutti”. E intanto sui social network condividiamo notizie false, articoli inesatti e foto ritoccate. E intanto il post diventa virale, viene letto decine di migliaia di volte e fa il giro del mondo istantaneamente. Così, alla fine della fiera, i media perdono di credibilità e autorevolezza, gli utenti perdono fiducia e gli unici chi ci guadagnano sono i siti web che, grazie alle pubblicità, riescono a monetizzare i clicks ricevuti. Le visite si trasformano in soldi e allora “venghino signori venghino”, “cliccate qui”, “è straordinario”, “notizia shock”, “leggete qui”, “è sorprendente”, “non ci crederete”!.

Siamo quotidianamente bombardati da notizie (reali e virtuali) e nell’era dei social media, si sa, un like tira l’altro e le bufale si diffondono alla velocità della luce: più un post è condiviso (soprattutto se questo include persone che già conosciamo) e più aumentano le possibilità di essere contagiati dalla bufala a nostra volta. Insomma, l’informazione è un virus e la nostra intelligenza collettiva ne è la cura. Sicuramente i media potrebbero fare di più in merito al fact-checking (che è l’essenza del giornalismo), ma spetta anche a noi utenti innescare un processo di verifica delle notizie che ogni giorno condividiamo. Ad esempio, possiamo controllare le citazioni, cercare la fonte di origine, controllare la data di pubblicazione, fare una semplice ricerca su Google, chiedere a esperti o a persone vicine ai fatti (ad esempio usando Twitter), dubitare delle fonti anonime, diffidare da titoli al condizionale o da formule dubitative. Tutti, in un modo o nell’altro, possiamo contribuire al debunking, cioè all’atto di smascherare le notizie false attivando un processo di verifica.

Una bufala molto ricorrente nel periodo natalizio riguarda la storia della festa di Natale cancellata in alcune scuole per non offendere i musulmani o quella della rimozione del crocifisso sempre per rispetto dei non cristiani. Come spiega anche Arianna Ciccone su Valigia Blu, la dinamica è sempre la stessa, ne ho fatto un’infografica:

Ciclo notizia falsa

Quello che ne viene fuori è la rappresentazione di una realtà distorta, ma nel frattempo la condivisione è virale e i vari siti web generano traffico, creano rumore, anestetizzano le persone scioccandole, ma non informandole. È come se si creasse un mondo parallelo, fatto di notizie false e di eventi “incredibili” fondati sullo “strano ma vero”.

Funziona così, quando il mondo in cui viviamo non ci piace, decidiamo ci crearne un altro. Uno peggiore.

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Tutto cambia affinché nulla cambi

Articolo scritto per il sito Comunicare sul Web di Alessandro Scuratti, per spiegare come la comunicazione sia radicalmente cambiata negli ultimi venti anni. In fondo in fondo, però, noi siamo sempre gli stessi.

Vintage social network

Marshall McLuhan, uno dei più importanti teorici della comunicazione, nel 1968 definì il mondo come un “villaggio globale”. Con questo ossimoro voleva spiegare come i mass media riuscissero a ridurre la distanza tra le persone e ad avvicinare (seppur virtualmente) civiltà, culture e idee tra loro diverse. Tutt’oggi questa affermazione rimane valida e, anzi, lo è ancora di più se si pensa alle moderne tecnologie, tra cui smartphone, Internet, Web 2.0 e social network.

La comunicazione muta continuamente, così come la rappresentazione della realtà che produce. Negli ultimi tempi si è assistito a un radicale cambiamento delle logiche mediali, ovvero dei criteri in base ai quali si selezionano e si categorizzano gli eventi. Ecco che il risultato è una continua enfatizzazione dell’immediato dovuta al moltiplicarsi delle informazioni che, al tempo di un battito di ciglia, ci bombardano su ogni fronte. Tutto è schiacciato sul presente, sul “tutto e subito” e come una notizia appare, poi, scompare poco dopo.

Così adesso, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si produce un’enorme quantità di materiali che vengono messi in circolazione e condivisi dagli utenti stessi. Basta avere una connessione ad Internet e il gioco è fatto: la società reale si trasforma una comunità immaginata, virtuale e interconnessa in un’unica rete. Tutti gli utenti possono generare e condividere contenuti sul web 2.0. Tutti, potenziali giornalisti, possono produrre e ricercare informazioni, di qualsiasi tipo. Non cerchiamo più le notizie, ma cerchiamo nelle notizie. I fatti non parlano da soli, ma vengono fatti parlare da una diversità enorme di prospettive e punti di vista. Si allarga così lo spazio sociale mediatizzato e si ridefinisce l’onnicomprendente termine di “giornalista”.

Quindi, per riassumere: velocizzazione del processo informativo e popolarizzazione del prodotto informativo attraverso l’allargamento dello spazio sociale. Poi aggiungiamo anche ipervelocità, atemporalità e condivisione. Ecco la ricetta della comunicazione sul web al giorno d’oggi. Tranquilli, per tutto c’è una messa in grafica.

E allora quando ci mettiamo a sedere davanti allo schermo del nostro PC come facciamo a sapere cosa è degno della nostra attenzione? Chi ci dice «hey, fermati qui, c’è qualcosa che ti può interessare»? Ammettiamolo, il lavoro di selezione dei giornalisti è ancora essenziale: questi si trasformano in bussole interpretative e ci aiutano a districarsi in questo sovraccarico mediatico. Inoltre, gli esperti in materia oggigiorno fanno ricorso al sensazionalismo, alla personalizzazione delle notizie e alla quotidianizzazione dei personaggi pubblici. Tecniche per semplificare la presentazione dei fatti, per facilitare la memorizzazione e la riconoscibilità delle notizie in questo mare magnum informativo. Ma il lavoro dei giornalisti non basta, perché si sa, non c’è tempo di interessarsi a tutto. Ci interessiamo solo a ciò che per noi ha importanza e valore e che, di solito, riesca a trasmetterci qualcosa anche a livello emotivo (una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla).

Insomma, l’abbiamo capito, la scrittura è decisamente cambiata rispetto a qualche decennio fa. Ma la lettura? Quanto è cambiata la lettura, soprattutto se si considera quella digitale? Abbiamo smesso di leccarci il dito e di sfogliare la pagine e abbiamo iniziato a scorrere giù con lo scroll del mouse. E quante volte ci siamo soffermati solo sui titoli o sui grassetti, senza leggere tutto il testo per intero? Titoli, sottotitoli, grassetti, corsivi, link, elenchi, numeri e simboli. Sono questi alcuni “indizi” che ci fanno scoprire il testo digitale. E fin troppe ricerche ci confermano il nostro comportamento sul web: cerchiamo di leggere il meno possibile e, per il principio del risparmio cognitivo, attuiamo diverse tecniche che ci lasciano sorvolare sulla superficie del testo, senza mai entrarci in profondità.

Ecco perché un testo, un racconto, una storia, un articolo o un libro possono essere visti sotto due punti di vista a seconda del metodo di lettura: un testo letto in modo omogeneo, dall’inizio alla fine, può essere paragonato a una strada, un percorso su cui ci si incammina. Se invece la lettura è discontinua, esplorativa, “a spizzichi e bocconi”, allora il racconto è come una finestra dalla quale è possibile entrare e uscire a nostro piacimento. O forse, l’immagine che più si avvicina a un testo, di qualsiasi natura, è quella di una casa, cioè un luogo in cui rifugiarsi e trovare protezione mentre, fuori, tutto scorre alla velocità della luce. Ed è proprio lì che incontriamo personaggi immaginari, visitiamo luoghi sconosciuti e proviamo infiniti sentimenti. Poi, quando torniamo nel nostro mondo, siamo profondamente cambiati. Dunque, cos’è la lettura, se non una garanzia di libertà? Ed è proprio di questo che abbiamo bisogno. Da sempre.