Il potere delle immagini (parte II)

Il caso di James Foley, il giornalista freelance 40enne di Boston decapitato dagli jihadisti, ha aperto nuovamente la questione sulle immagini da mostrare sui mass media: è necessario far vedere al mondo la decapitazione del giornalista? La notizia diventa “reale” solo dopo aver mostrato l’immagine?

Ancora una volta, giornali e televisioni si ritrovano in bilico tra dovere di cronaca e voyeurismo mediale, tra dovere di informare e informazione-spettacolo. Ad esempio, ieri, su Twitter, il Corriere della Sera ha lanciato la notizia di Foley corredata da un’immagine. Poi però questa è stata sostituita con la seconda che vedete:

Foley

Foley 1

Viviamo nell’era dei social network dove l’apparenza ha preso il posto dell’essenza. Ma è proprio nel momento in cui tutto è mostrato, che ci si rende conto che non c’è più nulla da vedere.

Come spiega Jean Baudrillard (ne Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?): «La violenza dell’immagine (e, in generale, dell’informazione o del virtuale) consiste nel far sparire il Reale. Tutto deve esser visto, tutto deve essere visibile. L’immagine è il luogo per eccellenza di questa visibilità. Tutto il reale deve convertirsi in immagine, ma quasi sempre è a costo della sua scomparsa. È d’altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’immagine-reportage, dell’immagine-messaggio, dell’immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale».

Pensiamoci su. Ne vale la pena.

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