Il potere delle immagini (parte II)

Il caso di James Foley, il giornalista freelance 40enne di Boston decapitato dagli jihadisti, ha aperto nuovamente la questione sulle immagini da mostrare sui mass media: è necessario far vedere al mondo la decapitazione del giornalista? La notizia diventa “reale” solo dopo aver mostrato l’immagine?

Ancora una volta, giornali e televisioni si ritrovano in bilico tra dovere di cronaca e voyeurismo mediale, tra dovere di informare e informazione-spettacolo. Ad esempio, ieri, su Twitter, il Corriere della Sera ha lanciato la notizia di Foley corredata da un’immagine. Poi però questa è stata sostituita con la seconda che vedete:

Foley

Foley 1

Viviamo nell’era dei social network dove l’apparenza ha preso il posto dell’essenza. Ma è proprio nel momento in cui tutto è mostrato, che ci si rende conto che non c’è più nulla da vedere.

Come spiega Jean Baudrillard (ne Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?): «La violenza dell’immagine (e, in generale, dell’informazione o del virtuale) consiste nel far sparire il Reale. Tutto deve esser visto, tutto deve essere visibile. L’immagine è il luogo per eccellenza di questa visibilità. Tutto il reale deve convertirsi in immagine, ma quasi sempre è a costo della sua scomparsa. È d’altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’immagine-reportage, dell’immagine-messaggio, dell’immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale».

Pensiamoci su. Ne vale la pena.

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Politainment: quando politica e spettacolo diventano un tutt’uno

Il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ieri sera ha partecipato alla trasmissione “Amici di Maria de Filippi” in onda ogni sabato su Canale 5 (clicca qui per vedere il video).

RENZI AD 'AMICI', APPLAUSI E PUBBLICO IN PIEDI

All’apertura della trasmissione Renzi, con giacchetto di pelle, t-shirt e jeans, inizia il suo monologo: «Quando penso alla mia città, penso a un personaggio strano, a Brunelleschi. Un personaggio che tutti consideravano mezzo matto perché continuava ad avere il desiderio profondo di costruire una cupola come non l’aveva mai fatta nessuno». Poi continua dicendo: «Era convinto che potesse stare in piedi. I fiorentini lo guardavano con la faccia un po’ schifata, “guarda che tanto non ti starà in piedi”. Brunelleschi ha avuto il coraggio di insistere, di crederci». Conclude infine rivolgendosi ai partecipanti del programma: «A me piace l’idea che voi ragazzi siate arrivati qui non semplicemente perché siete bravi, ma perché avete fatto fatica, perché il talento è anche fatica, è anche mettersi in gioco». La De Filippi cita Papa Francesco («Non fatevi rubare la speranza»), Renzi rilancia con qualche frase a effetto («Non perdonate i politici che vogliono cancellare il talento, perché si può perdere una battaglia, ma l’importante è non perdere la faccia») e infine lo studio si riempe di applausi e di urla. Una storia perfetta.

Adesso viene da domandarsi cosa ci fa un politico in un talent show (o forse, assuefatti dalle odierne logiche mediatiche, non ci si chiede neanche più). La conduttrice, intenzionata a trasformare il programma ogni anno con novità, ha spiegato che Renzi è solo il primo di una serie di personaggi che saranno invitati in trasmissione perché ritenuti in grado di parlare ai giovani. Questo fatto può certamente far bene ai giovani, ma quanto può giovare alla politica?

Tra critiche e dissensi, Renzi ha commentato così la sua partecipazione ad Amici: «Sinceramente tutta la polemica che c’è stata su Amici non la capisco. Alcuni hanno detto che io posso andare ovunque ma non da Amici oppure alcuni radical chic che mi dicono “come ti permetti di parlare al pubblico di Amici”, come se gli italiani che guardano Amici fossero un po’ meno italiani dei radical chic che contestano». Poi, sostenendo di non aver fatto un’omelia di 70 ore ma un semplice discorso di 3 minuti, aggiunge: «Non mi sono mica messo in tutù!».

Un politico ospite a un talent show, uno storytelling coinvolgente che fa salire gli ascolti della trasmissione e aumentare la popolarità del politico di turno. Politica e intrattenimento si mescolano, diventano un tutt’uno. Si chiama politainment, un termine inglese che unisce la politica (politics) e l’intrattenimento (entertainment). Si sa, ormai l’informazione e la politica sono succubi della televisione e ancor di più dei social network, i quali dettano l’agenda giornaliera delle notizie più rilevanti da portare all’attenzione del grande pubblico di massa.

Siamo immersi nell’informazione spettacolo che, seguendo le strategie dello scoop e della sovraesposizione dei sentimenti, mescola più generi in un unico programma televisivo (non a caso oggiogiorno un genere televisivo molto seguito è il talk show, come il salotto pomeridiano della D’Urso o l’Arena domenicale di Giletti).

Naturalmente, il re del politainment è Beppe Grillo, il prestato alla politica che inizia dalla carriera di comico per finire poi a Palazzo Chigi. Ma questa è un’altra storia.

E se le idee si sostituiscono alla risata, il dialogo pacifico agli insulti, le parole alle grida, la gestualità ai gestacci… dove andremo a finire? Daniele Silvestri cantava: «Più in basso di così c’è solo da scavare».

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)