La politica è questione di emozioni

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(Tratto dalla mia tesi di laurea in Scienze Politiche: La politica è questioni di emozioni. L’uso del linguaggio emotivo nelle campagne elettorali di Reagan e Obama)

Fidem facere et animos impellere. Ovvero: convincere razionalmente e persuadere emotivamente. Era con questa breve locuzione che gli antichi latini descrivevano il linguaggio politico classico. Indipendentemente dalla condivisione o meno degli argomenti trattati, i leader dell’epoca erano in grado di creare consenso grazie ad un attento uso dell’arte oratoria. Anche Cicerone nell’Oratore sintetizzava così i compiti del buon oratore per raggiungere il successo nelle cause e guadagnarsi il consenso del popolo: «Sarà dunque eloquente […] colui che nel foro e nelle cause civili parlerà in modo che convinca, diverta e commuova. Il convincere è necessario, il dilettare è piacevole, il commuovere è vincere». Possiamo dire lo stesso anche oggi? È naturale che dall’antica Roma ad oggi, la comunicazione politica abbia subito forti cambiamenti, ma l’uso delle emozioni nel linguaggio politico ha sempre un ruolo significativo. Le emozioni hanno un linguaggio universale: la rabbia, la tristezza, la paura, la felicità, la solitudine sono sentimenti che ci accompagnano lungo l’arco della nostra vita quotidiana e che possiamo esprimere attraverso le parole, la musica o qualsiasi altra forma d’arte. Anzi, le emozioni, più che esprimerle, si confessano.

Da quando le emozioni sono entrate nella sfera politica, il linguaggio ha conosciuto enormi cambiamenti. Fino a qualche decennio fa i politici sembravano figure distaccate, utilizzavano termini tecnici e un linguaggio freddo con pochi slanci e passioni. Secondo Umberto Eco, la comunicazione politica era intrisa di «apparente incomprensibilità, e talora pericolosa vacuità». Nella fase attuale della comunicazione, invece, le emozioni assumono un ruolo centrale in politica: i concetti vengono veicolati con un linguaggio chiaro e semplice, l’oratoria si fa più calda e avvolgente, i politici si mettono sempre più sullo stesso piano dei loro elettori. Poi, nuove tecnologie e moderne tecniche di comunicazione hanno fatto il resto. Il politico emozionale parla direttamente al cuore, piuttosto che alla mente. Così, le emozioni, con il loro potere di risonanza, veicolano complicati temi politici altrimenti poco comprensibili o poco memorizzabili dal cittadino medio. In questo modo, una volta svanita l’emozione, verranno ricordati solo i fatti e le proposte, influendo sul giudizio e sulle scelte dell’elettorato.

Ricordiamolo: le emozioni da sole non bastano, anzi, rischiano di dissolversi rapidamente se non vengono trasformate in progetti e fatti concreti. Dunque le idee in politica sono essenziali, però il professore Drew Westen afferma: «I programmi politici sono realmente collegati al voto, anche se in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori», cioè sui loro valori e i loro interessi personali. In generale gli individui prendono le loro decisioni in base a ciò che gli fa stare bene, a seconda delle sensazioni provocate da una determinata situazione.

Oggi, la persuasione politica si ritrova nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che le persone provano di fronte ai candidati. È proprio per questo che «in politica, quando ragione ed emozione si scontrano, vince invariabilmente la seconda».

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Perché Renzi ha (stra)vinto

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In queste elezioni europee Renzi ha trovato quella legittimazione elettorale che gli mancava. Ma perché ha vinto? Anzi, stravinto? È ovvio che si potrebbe rispondere in tanti modi a questa domanda: “ha vinto per gli 80 euro”, “gode di un gran consenso mediatico”, “è un bravo comunicatore”, “adesso farà le riforme”, ecc. Tutte risposte riduttive in confronto alla portata della vittoria.

Il Pd di Renzi ha vinto soprattutto perché ha incarnato il cambiamento. Ma non il cambiamento violento, di protesta e rivolta in piazza, no. Al contrario di Grillo, Renzi ha proposto un cambiamento lento, graduale, rassicurante, dai toni contenuti e moderati. E soprattutto un cambiamento giocato tutto sul piano delle emozioni. Per spiegarlo partiamo da questo esempio, il tweet del premier del 22 maggio:

Tre gli elementi principali:

1) il derby: Renzi paragona le elezioni europee a un match, a una partita di calcio. La calciofilia nel linguaggio politico è ormai da tempo utilizzata dai maggiori esponenti della Seconda Repubblica (“scendere in campo”, “prendere in contropiede”, “fare spogliatoio”, “fare squadra”, ecc.) ed è un modo per ricondurre il dibattito politico sul piano del linguaggio semplice e quotidiano utilizzato da tutti noi;

2) la contrapposizione dicotomica noi VS loro, amici VS nemici, positivo VS negativo: un soggetto (l’eroe positivo) si contrappone a un anti-soggetto (il terribile nemico della blogosfera) per rendere la narrazione più semplice da capire e da ricordare. Questo, ovviamente, limita la reale comprensione dei fatti, ma rimane ben impresso nella mente dell’opinione pubblica;

3) le emozioni: Renzi contrappone la rabbia alla speranza. Il primo è un sentimento forte che spinge all’azione, mentre il secondo è più ambiguo e proiettato sulla dimensione presente dell’attesa o della fiducia verso il leader (lo spiega bene anche Giovanna Cosenza qui). Evidentemente la speranza ha vinto sulla paura, sulla violenza semantica e sulle esagerazioni verbali. Questo genere di comunicazione ha spaventato realmente gli elettori, tanto da far perdere a Grillo quasi 3 milioni di voti in 15 mesi.

Drew Westen dice: «Non prestiamo attenzione ad argomenti che non suscitino in noi interesse, entusiasmo, paura, rabbia o disprezzo. Non veniamo toccati da leader che non suscitino in noi una risonanza emotiva. Non troviamo i programmi politici degli di discussione se non hanno implicazioni emotive per noi, per la nostra famiglia o per ciò che ci è caro. […] Più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che si attivino i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto».

È proprio così: le emozioni sono il carburante di ogni azione che compiamo. Sono un’arma potentissima, una bussola che guida il nostro comportamento. Sono una delle fonti più potenti che alimentano il nostro agire. La ragione, i programmi politici, i dati, i numeri, le statistiche possono spronare, regolare e suggerire una direzione, ma da soli non funzionano. Certo, ci deve essere un giusto bilanciamento tra elementi emotivi e cognitivi, ma l’elettore sarà molto più impressionato da qualcosa di emotivamente forte rispetto ad appelli privi di emozione o dichiarazioni programmatiche esclusivamente razionali.

È ovvio, i programmi politici contano, ma contano solo in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori, cioè sui loro valori e i loro interessi personali. Ed ecco che i programmi dei partiti si trasformano in questioni di valore e, infine, in questioni emotive.

La persuasione politica oggigiorno sta tutta lì: nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che la gente prova di fronte ai candidati.

E Renzi stavolta ce l’ha fatta. È riuscito a stabilire un ordine di priorità emotive nell’elettorato, a massimizzare i sentimenti positivi nei suoi confronti e, contemporaneamente, a minimizzare quelli negativi. E di certo non si è dimenticato di guidare i sentimenti relativi alle caratteristiche personali del suo principale avversario politico. Questo ha fatto sì che la sua campagna elettorale fosse vincente. Irrazionale, pacata, non strillata. E vincente.

In parole povere

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Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.

Berlusconi, il ritorno

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Ci sarebbero tanti elementi da poter discutere per poter analizzare al meglio il discorso fatto ieri da Silvio Berlusconi per rilanciare Forza Italia. Ho quindi cercato di riassumerli in questo elenco:

  • Incipit: siamo amici, siamo come una grande famiglia, ci vogliamo tutti bene.
  • Equazione del benessere: liberalismo = «meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse».
  • Sinistra (il male) VS destra (il bene). Contrapposizione dicotomica nemici VS amici. Un soggetto si contrappone a un anti-soggetto per rendere la narrazione più semplice da capire/ricordare (ma in questo modo se ne limita la comprensione).
  • Le tasse sono un «bombardamento fiscale». Metafora della guerra, dunque negativa.
  • Noi inclusivo: «siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti», «(crisi) che minaccia il nostro benessere e il nostro futuro», «(tassazione che) sta mettendo in ginocchio le nostre famiglie e le nostre imprese». Siamo tutti sulla stessa barca, siamo uniti in questo momento difficile.
  • Magistratura: aiutante dell’anti-soggetto, cioè della sinistra: «Questa magistratura […] credeva di aver spianato definitivamente la strada del potere alla sinistra».
  • «Successe invece quel che sapete: un estraneo alla politica, un certo Silvio Berlusconi, scese in campo»: scesa in campo dell’eroe, del paladino chiamato dai cittadini per risollevare il Paese. Richiamo al mondo del calcio (“scendere in campo”).
  • «Ero io»: etica della responsabilità e stile soggettivante (proietta nel discorso parte della sua identità, l’enunciatore si manifesta in modo più marcato ed esplicito).
  • Dichiarazione pubblica di innocenza (è entrato in casa di milioni di italiani a reti unificate, doveva dirlo): «Io non ho commesso alcun reato, io non sono colpevole di alcunché, io sono innocente, io sono assolutamente innocente».
  • «E sono davvero convinto di aver fatto del bene all’Italia, da imprenditore, da uomo di sport, da uomo di Stato»: immagine del politico tutto fare (politico, uomo d’affari, sportivo, ecc. Mentre le foto incorniciate dietro di sé con figli e nipoti ci ricordano che è anche un buon marito e un padre di famiglia).
  • Call to action, chiamata dei cittadini all’azione, mobilitazione delle masse: «Per questo, adesso, sono qui per chiedere a voi, a ciascuno di voi, di aprire gli occhi, di reagire e di scendere in campo per combattere questa sinistra e per combattere l’uso della giustizia a fini di lotta politica». Enfasi sul destinatario (reiterazione del “voi”).
  • «Avete il dovere di fare qualcosa di forte e di grande per uscire dalla situazione in cui ci hanno precipitati»: senso di responsabilità, dover fare.
  • Noi inclusivo e appello a ribellarsi: «È arrivato quindi davvero il momento di svegliarci, di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire, di farci sentire».
  • Forza Italia: valorizzata euforicamente con nomi e aggettivi positivi.
  • «Per questo vi dico: scendete in campo anche voi. Per questo ti dico: scendi in campo anche tu, con Forza Italia» e lo dice con l’indice verso la telecamera, a mo’ di Zio Sam (per ridurre la distanza emittente-destinatari).
  • «Diventa anche tu un missionario di libertà»: arruolamento nell’esercito di Silvio («I want you», vedi punto precedente).
  • «Io sarò sempre con voi, al vostro fianco, decaduto o no»: B. si mostra come un padre protettore (o è una minaccia?!).
  • Nota finale: «Forza Italia! Viva l’Italia, viva la libertà: la libertà è l’essenza dell’uomo e Dio creando l’uomo, l’ha voluto libero»: tema religioso per strizzare l’occhio anche all’elettorato cattolico.

Cosa c’è di nuovo? Niente! I concetti, le frasi e gli slogan sono sempre gli stessi. La faccia (tirata dai lifting) pure! I soliti ingredienti triti e ritriti di vent’anni fa. Ed è proprio su questo che fa leva Berlusconi, sull’inguaribile Italia nostalgica. Il ritorno del passato, soprattutto nei momenti di crisi e in un Paese composto per lo più da anziani, è rassicurante. Far resuscitare Forza Italia, far rivivere un partito del passato, richiama la nostalgia dei bei tempi andati. «Si stava meglio quando si stava peggio», dicono i nostri nonni.

E allora ti fermi un attimo a pensare, sospiri e ti accorgi che tutto sommato non è poi cambiato molto rispetto a vent’anni fa. Ma in fin dei conti sai che «the show must go on»… nonostante tu conosca già tutte le battute.

Le isotopie del linguaggio politico

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Quali sono le parole chiave della politica italiana? Ce lo fa notare Naomi O’Leary, corrispondente della nota agenzia stampa Reuters. Infatti, la giornalista ha provato a tradurre e spiegare per il pubblico statunitense le keywords presenti in modo più frequente nel linguaggio dei nostri politici. Ciò che le è venuto fuori è un simpatico articolo (ma sì, ridiamoci su) dal titolo «From “bunga bunga” to “pianists” – Italy’s political slang» e sottotitolo (traduco io): «Un’enciclopedia del gergo politico italiano ha messo in luce un mondo colorato e bizantino in cui legislatori e giornalisti parlano un linguaggio che non troverete in nessun comune dizionario».

Ed è vero, alcuni di questi termini non riusciremmo certo a trovali su un semplice dizionario, ma sono parole che ormai sono entrate ufficialmente a far parte del nostro linguaggio. Così, ho deciso di fare una prova e di suddividere questi termini in “categorie”, o meglio, in “isotopie”.

Se vi state chiedendo cos’è un’isotopia continuate a leggere, altrimenti, se ne avete già sentito parlare, passate al paragrafo successivo. In semiotica, un’isotopia (dal latino iso = uguale, topos = luogo) è «un insieme di categorie semantiche ridondanti che rendono possibile la lettura uniforme di una storia». Un’isotopia definisce un percorso di lettura omogeneo, poggiando sulla ripetizione di elementi semantici, in modo da indirizzare le attese del lettore. Come spiega Umberto Eco, la funzione delle isotopie è quella di facilitare l’interpretazione dei discorsi o dei testi e di individuare «la coerenza di un percorso di lettura».

In pratica, riprendendo le parole chiave tradotte dalla giornalista della Reuter e incasellandole nelle varie isotopie, è possibile farsi un’idea di come ci vedono al di là dei confini italiani, ovvero come viene considerato il linguaggio dei nostri politici e quali sono i temi di interesse maggiormente discussi nel dibattito politico.

Il linguaggio utilizzato riflette la politica odierna del nostro Belpaese? Eccome! Ecco infatti le isotopie che (ahimé) mi sono venute fuori: isotopia degli scandali sessuali, isotopia dell’inganno e dei privilegi, isotopia della crisi economica, isotopia dell’antipolitica.

Qui di seguito la lista delle parole con la traduzione in inglese proposta dalla giornalista (ma merita leggere tutto l’articolo qui):

1) Isotopia degli scandali sessuali

Bunga bunga (mysterious sexual ritual).

Olgettine (14 young women guests at parties at the home of the former prime minister).

2) Isotopia dell’inganno e dei privilegi

Inciucio (a deal done under the table).

Pianista (a pianst stretches out his arm to press the voting button on his colleague’s desk).

Compravendita (purchase agreement).

Casta (a clique of politicians keeping a grip on privilege and power).

3) Isotopia della crisi economica

Spread (Berlusconi declared in February 2013. «We lived happily for years without worrying about it. It’s an invention of two years ago»).

Esodati (exiled ones).

4) Isotopia dell’antipolitica

Grillini (little grillos or little crickets).

Celodurismo (neologismo nato dal grido del leghista Bossi, “Ce l’ho duro”, tradotto in inglese con “I have it hardism”).

Un bel quadro della politica italiana, no?!

L’Italia non è un Paese razzista

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A volte può capitare che il linguaggio politico sfoci nel turpiloquio, cioè il peggior esempio di comunicazione che può accadere. L’ultimo episodio riguarda la questione Calderoli-Kyenge: il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, ha paragonato il ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge, a un orango. La vicenda è stata ripresa dai maggior quotidiani internazionali. Tutti, in Italia e all’estero, aspettano le dimissioni.

La trascrizione delle sue dichiarazioni qui di seguito:

«Il principio che noi abbiamo sempre portato avanti – aiutiamoli a casa loro – sia il principio più realista. E rispetto al ministro Kyenge, veramente voglio dirgli, sarebbe un ottimo ministro, forse lo è. Ma dovrebbe esserlo in Congo, non in Italia. Perché se in Congo c’è bisogno di un ministro per le Pari Opportunità per l’Integrazione, c’è bisogno là, perché se vedono passare un bianco là gli sparano. E allora, perché non va là? Che mi rallegro un pochino l’anima, perché rispetto a quello che io vivo ogni volta, ogni tanto smanettando con Internet, apro “il governo italiano”, e cazzo cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono anche un amante degli animali eh, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie, e tutto il resto. I lupi anche c’ho avuto. Però quando vedo uscire delle – non dico che è – delle sembianze di oranghi io resto ancora sconvolto».

Intanto, caro onorevole, il congiuntivo. «Non dico che lo sia» sarebbe stato molto più corretto. Ma si sa, voi della Lega non siete mai andati molto d’accordo con l’italiano. Ora però lasciamo stare il piano dell’espressione e concentriamoci su quello del contenuto. Il primo pensiero che viene a mente è: ma che figura ci fa l’Italia davanti al resto del mondo?

Onorevole Calderoli… onorevole a chi?! Questa sì che è un’offesa bella e buona! Se penso a lei (non dico che lo sia) mi immagino un politico coscienzioso e rispettoso dei diritti altrui. Questa non è soltanto una battuta razzista. È qualcosa che va a intaccare quelle condizioni sociali e quei diritti inalienabili delle persone, tra cui il diritto all’identità personale, il diritto all’immagine e alla reputazione. Il diritto ad esser trattati per come si è, senza ricevere insulti alla nazionalità, al colore della pelle, al sesso e a quant’altro. E invece, nel 2013, ancora pregiudizi, ancora divisioni tra “noi” e “loro”.

Cécile Kyenge, prima donna nera a diventare ministro. Abolire il reato di clandestinità e introdurre lo ius soli, questi i suoi obiettivi primari. Neanche a dirlo, ha trovato nella Lega i suoi nemici principali e più volte è stata vittima di insulti razzisti.

«L’Italia non è un Paese razzista», dice la Kyenge. Più che un’affermazione sembra un grido di speranza.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it con qualche modifica)

Ad ogni politico il suo linguaggio

 Linguaggio politico

Cosa ha di particolare il linguaggio politico? Niente. Se pensate che questa sia una risposta provocatoria o ironica, vi state sbagliando. Il linguaggio dei politici non ha realmente delle caratteristiche proprie da poterlo catalogare in un determinato ambito. Ecco perché:

  • il linguaggio politico non è una lingua specialistica (come quella matematica, informatica, fisica, medica, ecc.);

  • è detto infatti “linguaggio settoriale”, cioè privo di un lessico specialistico vero e proprio e di regole convenzionali particolari;

  • è ricco di ambiguità, reticenze e polisemie;

  • attinge spesso dalla lingua comune o da altre lingue settoriali;

  • è rivolto ad un’utenza molto più ampia e indifferenziata rispetto alle lingue specialistiche;

  • la forza di un linguaggio settoriale si evidenzia nella capacità di imporre il proprio lessico e nella propensione a spostarsi nel linguaggio comune.

Dunque, in breve, il linguaggio dei politici non segue regole particolari, ma è un linguaggio plasmabile a seconda di chi lo utilizza. Ne consegue che ogni politico ha un suo linguaggio specifico. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, se leggiamo o ascoltiamo distrattamente una dichiarazione, sappiamo subito a quale attore politico attribuirla.

Facciamo qualche esempio (qui potete vederlo graficamente nel mio quadrato semiotico).

Bersani e Monti utilizzano un linguaggio tradizionale, infarcito di tecnicismi, politichese e burocratese propri della Prima Repubblica. A Bersani si associa bene un linguaggio astratto pieno di metafore e il suo modo “ondeggiante” di parlare rivela la sua indignazione. Monti invece è la sobrietà in persona e questo si riflette anche nella sua compostezza nel parlare. Sia Monti che Letta usano un linguaggio monotono che calma e rassicura (o fa addormentare, dipende dai punti di vista), mai incisivo.

Al polo opposto Renzi trasmette grinta ed energia, perché usa un linguaggio colorato, con termini giovanili, nuovi o presi in prestito agli inglesi. Infarcisce spesso i suoi discorsi con figure retoriche e slogan facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media. I suoi attacchi acuti rapidi e improvvisi danno luogo a un mix fra lo stile esortativo (molto forte, per esempio, in Beppe Grillo) e quello pacato-rassicurante (tipico di Monti e Vendola). Il suo linguaggio politico dunque destabilizza, caratteristica perfetta da attribuire al rottamatore.

Bossi è l’emblema del turpiloquio e Grillo urla, sbraita, dice spesso parolacce, incita, accusa, usa l’ironia (ne avevo parlato qui: “Grillo, l’eccesso fa il successo?”).

Se l’eloquio dell’ex comico è maggiormente esortativo, quello di Vendola è pacato, fa discorsi che sembrano un’omelia, ama le citazioni colte e religiose e proferisce spesso frasi a effetto. Con la sua pronuncia tutta particolare (ha qualche problema col fonema /s/), non è semplice seguire un discorso di Vendola dall’inizio alla fine: il lessico colto, il tono aulico, il politichese, le figure retoriche, le citazioni, la paratassi (troppe subordinate), gli impliciti, i simbolismi, le divagazioni… fanno perdere il filo del discorso, soprattutto a chi non conosce tutte le implicazioni di Vendola o lo sta ascoltando en passant mentre sta facendo altro.

E Berlusconi? Beh, lui si fa riconoscere, sia perché ormai il suo accento milanese, stra-sentito in tv e stra-imitato, si è ben fissato nell’immaginario collettivo, sia per il contenuto delle sue sempre più bizzarre dichiarazioni (che anche quello, solitamente, rimane impresso ai cittadini-elettori!). Nonostante dopo i primi scandali sessuali (vedi il caso Noemi e il Rubygate) B. abbia perso il suo smalto iniziale del grande comunicatore e dell’uomo di spettacolo, riesce comunque ad accaparrarsi un posto nell’agenda mediatica e a farsi sentire con il suo timbro caldo, gli attacchi energetici e l’innalzamento del tono di voce sulle parole-chiave. Il suo linguaggio televisivo, tanto caro al formato politainment, rispecchia alla perfezione il suo modo di essere da chansonnier, gigolò e dell’uomo sempre dalla battuta pronta.

Insomma, riprendendo la questione iniziale: cosa ha in particolare il linguaggio politico? Niente (per i motivi detti in apertura), ma grazie alla sua capacità di modellarsi sulla persona che lo utilizza si può sostenere che esistono tanti tipi di linguaggi politici. È qualcosa che viene fatto proprio dall’oratore, gli si cuce addosso.

E allora qui può nascere un’altra questione: se quando parliamo di calcio col suo lessico specifico non stiamo facendo sport… un politico che utilizza il “suo” linguaggio politico, di fatto, fa già politica?

Quadrato semiotico del linguaggio politico

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Qualche esempio concreto?

Politici tradizionali: Bersani

Innovatori: Renzi

Agitatori: Bossi

Comici: Grillo

 

Ora provate voi a trovare il politico adatto per ogni categoria!

Enrico Letta: più sobrio del sobrio

Che parole usereste per descrivere il linguaggio del neo Presidente del Consiglio Enrico LettaSobrietà, forse non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente.

Assemblea Nazionale del PD

Non è facile fare un’analisi del linguaggio politico di Letta, perché questo è in bilico tra passato e presente (futuro sarebbe troppo azzardato), tra e politichese e Twitter factor, tra astrattezza e chiarezza, tra TV e sobrietà, tra Vespa e Fazio (in realtà Porta a Porta se lo è risparmiato. Per ora).

Berlusconi è politainment, Grillo è l’eccesso e la protesta, Bersani il politichese, Renzi è il nuovo che avanza, Bossi è il turpiloquio, Monti è il sobrio. E Letta è più sobrio del sobrio. La differenza tra Monti e Letta? Che il primo non sapeva comunicare (né in Italia, né all’estero e nemmeno con i fogli sotto gli occhi), mentre il secondo almeno ci prova.

Lo dice lui stesso: «Concretezza, serietà e rispetto reciproco. Ora tutti facciamo parte di una squadra. Chiedo una grandissima attenzione nella sobrietà sull’organizzazione del lavoro. Se facciamo così, vincerà il Paese». Il campo semantico della sobrietà ricorre sempre: ha spesso infarcito i suoi discorsi con parole come franchezza, lealtà, buon senso, serietà, rispetto, chiarezza. Infatti, parla di «regole di linguaggio improntate sulla franchezza e lealtà reciproca».

Spesso il suo linguaggio riflette il suo comportamento sobrio fino a farlo diventare quasi trasparente. Forse ciò che gli occorre è un po’ più di concretezza. Infatti, c’è chi pensa che sia «inverosimile che il libro dei sogni del signor Letta diventi realtà». È quanto scrive il Financial Times sul governo del nuovo Premier. L’anti-austerità sembra un mondo utopico persino agli inglesi che ci osservano a distanza. Letta bocciato in partenza dalla giuria estera.

Pochi giorni fa, parlando del nuovo esecutivo, Letta ha detto: «È una decisione che ci è parsa di buon senso per superare problemi che ci sono e che non si risolvono con la bacchetta magica: per lavorare abbiamo bisogno di regole. Su questo punto non aggiungerò altro, spero che parlino i fatti». In questo caso si mescola un non poter fare (citando il tema della bacchetta magica più volte utilizzato da Bersani pre e post Primarie) a un voler fare, augurandosi che parlino i fatti al posto delle parole. Ancora però è troppo presto per parlare della reale fattività del leader. C’è molta comunicazione, ma poca sostanza. Le premesse (forse) ci sono, non ci resta che aspettare per giudicare. Intanto PD e PDL sono stati in un’abbazia a “fare spogliatoio”… è davvero questo il cammino verso la Terza Repubblica?

E se da una parte il linguaggio astratto ricorda i democristiani della Prima Repubblica, la comunicazione più efficace di Letta si vede quando utilizza Twitter: è molto attivo sul social network del pennuto e ha molti followers. In 140 caratteri esprime la sua comunicazione più genuina. È giovane e ha capito come sfruttare i social media del momento che ormai sono il primo biglietto da visita oltre i confini dell’Italia.

Inoltre usa spesso metafore. Prima su tutti la metafora calcistica che esprime tutta la sua fede per lo sport. Ha parlato spesso di governo come squadra. E se Berlusconi “scendeva in campo” nel ’94, Monti “saliva in politica”, Vendola voleva “riaprire la partita”, Letta vuole “fare spogliatoio” e Renzi consiglia di “non sbagliare il rigore”. Intanto i politici si ritrovano a giocare una partita truccata e gli italiani stanno a guardare.

Non è concesso il rimborso del biglietto.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)