La politica è questione di emozioni

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(Tratto dalla mia tesi di laurea in Scienze Politiche: La politica è questioni di emozioni. L’uso del linguaggio emotivo nelle campagne elettorali di Reagan e Obama)

Fidem facere et animos impellere. Ovvero: convincere razionalmente e persuadere emotivamente. Era con questa breve locuzione che gli antichi latini descrivevano il linguaggio politico classico. Indipendentemente dalla condivisione o meno degli argomenti trattati, i leader dell’epoca erano in grado di creare consenso grazie ad un attento uso dell’arte oratoria. Anche Cicerone nell’Oratore sintetizzava così i compiti del buon oratore per raggiungere il successo nelle cause e guadagnarsi il consenso del popolo: «Sarà dunque eloquente […] colui che nel foro e nelle cause civili parlerà in modo che convinca, diverta e commuova. Il convincere è necessario, il dilettare è piacevole, il commuovere è vincere». Possiamo dire lo stesso anche oggi? È naturale che dall’antica Roma ad oggi, la comunicazione politica abbia subito forti cambiamenti, ma l’uso delle emozioni nel linguaggio politico ha sempre un ruolo significativo. Le emozioni hanno un linguaggio universale: la rabbia, la tristezza, la paura, la felicità, la solitudine sono sentimenti che ci accompagnano lungo l’arco della nostra vita quotidiana e che possiamo esprimere attraverso le parole, la musica o qualsiasi altra forma d’arte. Anzi, le emozioni, più che esprimerle, si confessano.

Da quando le emozioni sono entrate nella sfera politica, il linguaggio ha conosciuto enormi cambiamenti. Fino a qualche decennio fa i politici sembravano figure distaccate, utilizzavano termini tecnici e un linguaggio freddo con pochi slanci e passioni. Secondo Umberto Eco, la comunicazione politica era intrisa di «apparente incomprensibilità, e talora pericolosa vacuità». Nella fase attuale della comunicazione, invece, le emozioni assumono un ruolo centrale in politica: i concetti vengono veicolati con un linguaggio chiaro e semplice, l’oratoria si fa più calda e avvolgente, i politici si mettono sempre più sullo stesso piano dei loro elettori. Poi, nuove tecnologie e moderne tecniche di comunicazione hanno fatto il resto. Il politico emozionale parla direttamente al cuore, piuttosto che alla mente. Così, le emozioni, con il loro potere di risonanza, veicolano complicati temi politici altrimenti poco comprensibili o poco memorizzabili dal cittadino medio. In questo modo, una volta svanita l’emozione, verranno ricordati solo i fatti e le proposte, influendo sul giudizio e sulle scelte dell’elettorato.

Ricordiamolo: le emozioni da sole non bastano, anzi, rischiano di dissolversi rapidamente se non vengono trasformate in progetti e fatti concreti. Dunque le idee in politica sono essenziali, però il professore Drew Westen afferma: «I programmi politici sono realmente collegati al voto, anche se in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori», cioè sui loro valori e i loro interessi personali. In generale gli individui prendono le loro decisioni in base a ciò che gli fa stare bene, a seconda delle sensazioni provocate da una determinata situazione.

Oggi, la persuasione politica si ritrova nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che le persone provano di fronte ai candidati. È proprio per questo che «in politica, quando ragione ed emozione si scontrano, vince invariabilmente la seconda».

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Selfie europeo

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Obama, Bill Clinton, Papa Francesco, Madonna, Luca Parmitano, calciatori, politici, star dello spettacolo o del cinema, io, voi… tutti almeno una volta hanno ceduto alla moda del selfie, o semplicemente “autoscatto”, contribuendo alla mostra mondiale di ritratti autorealizzati.

Il selfie è diventato così virale tanto da entrare nell’Oxford Dictionary, il dizionario più famoso al mondo. Come ha spiegato Francesca in un interessantissimo articolo per SemioBo, il selfie è:

  • linguisticamente e convenzionalmente, la massima espressione del ;
  • tecnicamente, l’evoluzione della fototessera;
  • semioticamente, la morte definitiva della soggettività (non c’è un punto di vista preciso, ovvero un osservatore ben definito che vede il soggetto della foto o una prospettiva secondo cui è stata creata la scena osservata);
  • praticamente, un continuo appello allo spettatore, un’ossessiva ricerca del destinatario (il selfie non può rimanere nella galleria dello smartphone, ma deve essere condiviso sui social network istantaneamente).

E il selfie ha fatto capolino anche durante l’intervento di Matteo Renzi al Parlamento europeo di Strasburgo per l’avvio del semestre italiano di presidenza del Consiglio UE. «Se oggi l’Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Emergerebbe il volto della stanchezza, della rassegnazione, della noia», ha detto il premier tutto tronfio e pieno di sé davanti a una platea di europarlamentari.

Ma le metafore continuano. Ad esempio dice che «non ci sarà spazio per l’Europa se accetteremo di restare solo un puntino su Google Maps», poi passa a parlare di «climate exchange» e «smart Europe», senza però tralasciare miti classici come l’Odissea.

Le metafore 2.0 sono quelle che colpiscono di più e che riescono a destabilizzare la comunicazione politica tradizionale. Sì, perché ormai farsi un selfie o cercare un luogo su Google Maps sono tendenze così diffuse tanto da essere entrate nel nostro lessico quotidiano. Ecco perché il premier, nell’aula di Strasburgo, ha utilizzato tutte queste espressioni social: per aumentare la comprensione, per semplificare questioni complesse e per rendere il discorso più visibile usando concetti concreti. Dunque, oltre a mostrare tutta la sua fiducia nel futuro digitale, Renzi ha reso il suo discorso più efficace, memorizzabile, facile da riprendere dalle logiche mediatiche e, soprattutto, più emotivo.

Ovviamente, il giorno seguente, tutti i mass media che per loro natura utilizzano una comunicazione rapida e per slogan (con i cosiddetti sound bites, frammenti di dichiarazioni), hanno ripreso la metafora del selfie di Renzi. E anche Twitter e Facebook si sono riempiti di critiche e battute, ma anche qualche apprezzamento.

Insomma, Renzi si conferma il bravo comunicatore di sempre, disinvolto nel parlare, innovativo nel linguaggio. Ma spesso esagera. Infatti, non si limita solo ad utilizzare termini giovanili e informali, nuove tecniche di comunicazione e un linguaggio fresco, ma ostenta la propria bravura. Ed è proprio questo elemento che solitamente attrae i critici più spietati. Ma chissà, magari è davvero la svolta buona.

Chi vivrà vedrà. Intanto buona fortuna. Non a lui: a noi.

Perché Renzi ha (stra)vinto

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In queste elezioni europee Renzi ha trovato quella legittimazione elettorale che gli mancava. Ma perché ha vinto? Anzi, stravinto? È ovvio che si potrebbe rispondere in tanti modi a questa domanda: “ha vinto per gli 80 euro”, “gode di un gran consenso mediatico”, “è un bravo comunicatore”, “adesso farà le riforme”, ecc. Tutte risposte riduttive in confronto alla portata della vittoria.

Il Pd di Renzi ha vinto soprattutto perché ha incarnato il cambiamento. Ma non il cambiamento violento, di protesta e rivolta in piazza, no. Al contrario di Grillo, Renzi ha proposto un cambiamento lento, graduale, rassicurante, dai toni contenuti e moderati. E soprattutto un cambiamento giocato tutto sul piano delle emozioni. Per spiegarlo partiamo da questo esempio, il tweet del premier del 22 maggio:

Tre gli elementi principali:

1) il derby: Renzi paragona le elezioni europee a un match, a una partita di calcio. La calciofilia nel linguaggio politico è ormai da tempo utilizzata dai maggiori esponenti della Seconda Repubblica (“scendere in campo”, “prendere in contropiede”, “fare spogliatoio”, “fare squadra”, ecc.) ed è un modo per ricondurre il dibattito politico sul piano del linguaggio semplice e quotidiano utilizzato da tutti noi;

2) la contrapposizione dicotomica noi VS loro, amici VS nemici, positivo VS negativo: un soggetto (l’eroe positivo) si contrappone a un anti-soggetto (il terribile nemico della blogosfera) per rendere la narrazione più semplice da capire e da ricordare. Questo, ovviamente, limita la reale comprensione dei fatti, ma rimane ben impresso nella mente dell’opinione pubblica;

3) le emozioni: Renzi contrappone la rabbia alla speranza. Il primo è un sentimento forte che spinge all’azione, mentre il secondo è più ambiguo e proiettato sulla dimensione presente dell’attesa o della fiducia verso il leader (lo spiega bene anche Giovanna Cosenza qui). Evidentemente la speranza ha vinto sulla paura, sulla violenza semantica e sulle esagerazioni verbali. Questo genere di comunicazione ha spaventato realmente gli elettori, tanto da far perdere a Grillo quasi 3 milioni di voti in 15 mesi.

Drew Westen dice: «Non prestiamo attenzione ad argomenti che non suscitino in noi interesse, entusiasmo, paura, rabbia o disprezzo. Non veniamo toccati da leader che non suscitino in noi una risonanza emotiva. Non troviamo i programmi politici degli di discussione se non hanno implicazioni emotive per noi, per la nostra famiglia o per ciò che ci è caro. […] Più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che si attivino i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto».

È proprio così: le emozioni sono il carburante di ogni azione che compiamo. Sono un’arma potentissima, una bussola che guida il nostro comportamento. Sono una delle fonti più potenti che alimentano il nostro agire. La ragione, i programmi politici, i dati, i numeri, le statistiche possono spronare, regolare e suggerire una direzione, ma da soli non funzionano. Certo, ci deve essere un giusto bilanciamento tra elementi emotivi e cognitivi, ma l’elettore sarà molto più impressionato da qualcosa di emotivamente forte rispetto ad appelli privi di emozione o dichiarazioni programmatiche esclusivamente razionali.

È ovvio, i programmi politici contano, ma contano solo in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori, cioè sui loro valori e i loro interessi personali. Ed ecco che i programmi dei partiti si trasformano in questioni di valore e, infine, in questioni emotive.

La persuasione politica oggigiorno sta tutta lì: nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che la gente prova di fronte ai candidati.

E Renzi stavolta ce l’ha fatta. È riuscito a stabilire un ordine di priorità emotive nell’elettorato, a massimizzare i sentimenti positivi nei suoi confronti e, contemporaneamente, a minimizzare quelli negativi. E di certo non si è dimenticato di guidare i sentimenti relativi alle caratteristiche personali del suo principale avversario politico. Questo ha fatto sì che la sua campagna elettorale fosse vincente. Irrazionale, pacata, non strillata. E vincente.

Hai ragione? In prigione!

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«Un Gesuita e un Domenicano stanno facendo esercizi spirituali e il Gesuita, mentre recita il breviario, fuma beatamente. Il Domenicano gli chiede come possa fare così e quello gli risponde che ha chiesto il permesso ai suoi superiori. L’ingenuo Domenicano dice che anch’egli ha chiesto il permesso e che gli è stato negato. “Ma come lo hai domandato?”, chiede il Gesuita. E il Domenicano: “Posso fumare mentre prego?”. Era ovvio che gli fosse stato risposto di no. Invece il Gesuita aveva chiesto “Posso pregare mentre fumo?” e i suoi superiori gli avevano detto che si può pregare in qualsiasi circostanza”».

(Tratto da Bustina di Minerva di Umberto Eco)

L’esempio dei due religiosi mette in risalto l’importanza di una buona strategia comunicativa, cioè di una combinazione ordinata gerarchicamente di tutti gli elementi linguistici di un enunciato. Chiarezza per ottenere efficacia, ordine dal caos. Ecco la prima regola per far sì che il messaggio arrivi dritto dritto al destinatario, senza interpretazioni distorte, ambigue o addirittura opposte alla volontà dell’emittente.

Ma i nostri politici… lo sanno? L’ambiguità è sempre dietro l’angolo, soprattutto nella comunicazione politica. Prendiamo Beppe Grillo e facciamo qualche esempio.

Il re dei social media e dello streaming ripete spesso che “i cittadini vogliono mandare tutti a casa”. Sì, è vero, ma di quali cittadini sta parlando? Sicuramente di quelli che lo hanno votato alle ultime elezioni politiche e che quindi si rivedono nei suoi ideali. Ecco, appunto, quindi stiamo parlando di un quarto degli elettori.

Oppure quando Grillo afferma che l’espulsione dei militanti del Movimento 5 Stelle è stata decisa dalla Rete non è del tutto corretto. La “simpatica” pratica dell’espulsione, è vero, avviene in Rete, ma attraverso una votazione online da parte dei militanti. E questo è cosa ben diversa.

Questi sono solo due esempi per far vedere come Grillo riesca bene a manipolare l’audience della cultura di massa tramite forme linguistiche appropriate. Nei due esempi precedenti ha fatto uso della sineddoche, una figura retorica che sostituisce il tutto con una parte (si parla di “cittadini” e non di “elettori” del M5S, si utilizza il termine “Rete” e non “militanti”).

Questo tipo di linguaggio, oltre a fuorviare l’opinione pubblica, riflette alla perfezione gli spasmi totalitari del leader stellato. Il suo comportamento autoritario e antidemocratico verso i dissidenti dimostra che la battaglia non è soltanto contro la casta, ma contro chiunque non sia grillino. Chi si oppone al leader maximo viene prima emarginato poi espulso. O con lui o contro di lui insomma.

La retorica antidemocratica di Grillo trasforma tutto in una contrapposizione tra il bene e il male, tra i detentori di una verità assoluta e il resto del mondo. Questa distorsione della realtà sembra creare un mondo parallelo, un non-luogo fatto di link, bit e wireless: il mondo del Movimento, appunto.

E forse è arrivato il momento di realizzare cosa comporta tutto ciò: una potenziale minaccia per la democrazia e la libertà di espressione.

È arrivato il momento di aprire bene gli occhi. Prima che sia troppo tardi.

La (non)comunicazione di Antonio Razzi

 

Razzi

Un linguaggio diverso, anomalo, singolare. Un linguaggio popolare, semplice, con un lessico vicino al parlato. Frequente uso di espressioni volgari e rozze. È il linguaggio dell’Onorevole (mica tanto onorevole) Antonio Razzi, ormai famosissimo per l’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. È il fenomeno Razzi, tanto che ha fatto stampare proprio una maglietta con una sua foto e la celebre frase: «Te lo dico da amico, fatti li cazzi tua». Se volete farvi un’idea del linguaggio di Razzi (e magari anche due risate) guardate questo suo intervento in Parlamento.

Razzi è abruzzese e si sente. Infatti, non si può non parlare di radicamento territoriale: il suo modo di parlare è ben ancorato alla sua terra di origine. Dal punto di vista della comunicazione politica questo significa cercare di creare un legame di appartenenza con tutto l’elettorato della regione Abruzzo. L’obiettivo è quello di costruire un rapporto di fiducia con il suo pubblico di riferimento.

Razzi irrompe nella scena politica come una una frattura in grado di destabilizzare il linguaggio politichese utilizzato da molti politici della scena nazionale. Lui è così, come si vede. E il suo modo di comunicare lo riflette alla perfezione: linguaggio quotidiano e popolare, semplice dal punto di vista sintattico e lessicale, con termini di uso comune e scarso ricorso a frasi lunghe subordinate. Talvolta utilizza termini dialettali che contribuiscono e rafforzare il suo radicamento territoriale. Ma c’è di più. Molto spesso rimane difficile seguire il suo discorso dall’inizio alla fine, perché le proposizioni sono sconnesse o di difficile interpretazione. Insomma, tra frasi lasciate a metà, errori, neologismi mai sentiti prima e termini storpiati, il senatore è difficile da capire. Ed è proprio questo elemento che ha fatto la fortuna di Crozza.

Una premessa: non esiste un linguaggio efficace in assoluto. Ma Razzi è senza dubbio quello che si avvicina meno all’efficacia comunicativa. C’è da dire che comunque ha contribuito alla rottura dei classici schemi linguistici (fenomeno già anticipato dal linguaggio rozzo e volgare dei leghisti).

Razzi è ormai diventato un comico a tutti gli effetti, difficile dargli credibilità politica (soprattutto dopo le affermazioni sul dittatore della Corea del nord). E ovviamente questo stile comunicativo rientra alla perfezione nel genere del politainment che trasforma i politici in star televisive o in personaggi divertenti. Neanche a dirlo, terreno fertile per talk show e spazi televisivi che mischiano serietà e leggerezza, notizie di cronaca e gossip. I politici-celebrità non ci parlano dei programmi da realizzare, ma degli aspetti più intimi della loro vita privata. E in questo clima di antipolitica e disaffezione alle tradizionali ideologie, le star della “politica pop” ricevono attenzione e seguito (Grillo docet, ma anche Renzi tiene testa).

È la videocrazia, bellezza. Il timore è quello che la logica dei media stia andando a sostituire la logica politica a tal punto da costruire un serio ostacolo al buon funzionamento dei sistemi democratici. La verità è che oggigiorno sono i mass media che ci insegnano a votare e la fabbrica del consenso mediatico è sempre in funzione, non conosce crisi.

La domanda invece è: dove andremo a finire?

Storie di ordinaria follia


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È l’ennesima prova dell’incompetenza dei nostri politici. È l’ennesima prova che un dialogo costruttivo ed edificante sui social network non è possibile. È l’ennesima guerra mediaticaIl web funziona così: devi sempre schierarti da una parte o dall’altra. Se non lo fai vieni stigmatizzato dalla tua società di appartenenza. Come al solito però, gli estremi non vanno mai bene. In questo caso, sessismo e antisessismo sono da condannare entrambi. Sto parlando dello scontro tra Grillo (e grillini) e il Presidente della Camera Laura Boldrini (e relativi boldriniani con il coro di femministe a seguito). Infatti, dopo che Grillo ha pubblicato un post sul suo blog dal titolo Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”, sono partite le offese, neanche a dirlo, a sfondo sessista. 

La Boldrini ha poi dichiarato che questa vicenda «è un’istigazione alla violenza, basta vedere i commenti, tutti a sfondo sessista. Vuol dire che chi partecipa al quel blog non vuole il confronto, ma offendere e umiliare. Sono potenziali stupratori». Ora, tralasciando l’ironia che si è scatenata anche su quest’ultima frase (è un po’ come dire «voi che esultate su Facebook per un goal, allora siete tutti potenziali centravanti!»), bisogna ricordare un dato di fatto: è Internet, bellezza. È così che va la rete, accessibile e usufruibile da tutti, senza distinzioni. Ma a tutto c’è un limite.

Indipendentemente dalle idee e dal colore politico, l’insulto sessista è riprovevole. Non dovrebbero essere proprio i politici a essere un punto di riferimento e a dover dare il buon esempio ai cittadini? Tra l’altro proprio Grillo, esperto di blog e di comunicazione online, non sospettava che quel post avrebbe prodotto commenti sessisti? Che Grillo abbia più volte utilizzato un linguaggio sessista lo sappiamo già (ad esempio quando fece l’esempio del punto G). Ma il suo essere sessista si può notare ancor di più in quello che non dice, ovvero quando non affronta la questione femminile in Italia.

Nemmeno la democrazia dei Paesi Occidentali sembra aver sconfitto la violenza domestica, il sessismo e la differenza di genere. La soluzione a questi problemi non è certo facile, ma parlarne sarebbe già un buon punti d’inizio. Il sessismo non si sconfigge certo con il silenzio, la censura, con i divieti o con la gogna mediatica. Il sessismo non scompare così. Bisogna discuterne, far emergere temi e difficoltà, creare un dialogo costruttivo. In tv, in radio, sui giornali. In Parlamento, nei programmi tv, per strada. Il problema è che l’agenda politica, così come quella mediatica, ha sempre ben altre priorità a cui rivolgersi. Le donne possono aspettare. È così da sempre.

Insomma, se una donna viene ritenuta incompetente ecco che scatta subito l’offesa sessista. Se l’incompetente fosse un uomo, varrebbe lo stesso? Il «Siete qui perché brave solo a fare i pompini» detto dal deputato grillino alle donne del Pd come sarebbe diventato a parti invertite?

In semiotica, per verificare se un’affermazione è sessista o meno, si utilizza la prova di commutazione: immaginate le stesse parole pronunciate da una donna verso un uomo. Fatto? Bene. Se l’effetto che ne è venuto fuori appare comico e ridicolo, allora significa che c’è disparità di genere. Una donna, per muovere delle critiche verso un uomo, avrebbe tirato in ballo la discriminazione in base al sesso di appartenenza?

Ancora una volta mi trovo a ribadire che il linguaggio è importante, perché il potere delle parole è talmente forte da rafforzare stereotipi sociali. Ancora una volta l’immagine della donna viene svilita e appiattita. Ancora una volta i nostri politici sembrano proprio aver toccato il fondo. Sono storie di ordinaria follia… e, ahimé, di ordinario sessismo. A volte non ci resta che piangere.

In parole povere

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Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.

Perché Renzi non ha perso

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Perché Renzi ha vinto le Primarie? Anzi, perché non ha perso? Delle sue proverbiali doti comunicative e del suo linguaggio usato, ne avevo già parlato qui e qui. Ma oltre alla comunicazione c’è di più. Contenuti?! No, non troppi. Ciò che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo elettorale in questi mesi è la sua immagine. O, per esser più precisi, la sua immagine pubblica condivisa dall’opinione pubblica in un dato momento. Sì, perché l’immagine è sempre il frutto di una rappresentazione perlopiù mediatica: tutto quello che sappiamo dei leader politici è costantemente filtrato dai mass media. E non è tutto. Di questa immagine filtrata, noi cittadini comodi sul divano davanti alla tv, non possiamo ricordare tutto. Così, l’immagine diventa il riassunto dei tratti (visivi, caratteriali e politici) più salienti e mentalmente più accessibili. Insomma, il nostro cervello è così pigro che userà scorciatoie cognitive in grado di farci memorizzare solo i tratti più significativi o più recenti.

L’immagine che Renzi ha proiettato tramite i media è l’immagine dell’everyday man, dell’uomo comune di tutti i giorni, vicino alla gente, capace di ascoltare i problemi delle persone e di mettersi al loro pari. E lo fa non solo a livello comunicativo adottando un linguaggio semplice con vocaboli di uso comune e frasi a effetto, ma anche con la propria gestualità. Anche il corpo, infatti, partecipa nel processo comunicativo con il linguaggio non verbale (dall’espressione del volto, alla postura, alla prossemica, al tono di voce). L’everyday man eccelle nella comunicazione relazionale (a tu per tu con la gente) così come in quella televisiva e in quella del web (ad esempio, con l’hashtag #matteorisponde, Renzi rispondeva in diretta alle domande e ai cinguettii degli utenti in rete).

Inoltre, il nuovo segretario del PD incarna bene anche l’immagine del leader post-identitario: un politico al di sopra della dicotomia destra-sinistra, delle vecchie ideologie e delle contrapposizioni di classe. Un leader politicamente trasversale, adatto a quest’epoca post-moderna. Non a caso molti lo hanno accusato di non avere idee di sinistra e per questo si è beccato anche il soprannome di Berluschino. Il leader post-identitario supera gli schemi tradizionali di competizione politica e, solitamente, cerca di accaparrarsi i voti degli indecisi (o dei delusi).

A tutto questo va aggiunto il carisma, una dote naturale che porta Renzi ad esser riconosciuto dalla gente come un vero leader capace di influenzare e dirigere il popolo. Ed ecco che il paladino è chiamato all’azione e viene investito di una missione (salvare l’Italia dalla crisi politica delle larghe intese, cancellare definitivamente i lasciti del ventennio berlusconiano e portare un’aria fresca con una nuova classe dirigente).

Ovviamente l’immagine non è tutto, ma in queste Primarie ha svolto un ruolo decisivo, in quanto capace di condensare cognizioni e affetti dei candidati. E Renzi, in questo campo, non aveva rivali, era il cavallo vincente nella horse race elettorale. Cuperlo il più svantaggiato: immagine del Genuino, era il leader senza carisma e senza immagine. Le sue performance sono state comunicativamente deboli, neutre e sobrie, nonostante sapesse cogliere la sostanza. Civati invece incarnava l’Outsider, il politico giovane in grado di apportare linguaggi nuovi e competenze diverse al teatrino della politica. Popolare su Twitter (#vinceCivati, lo dicevano tutti), ma non troppo nella realtà quotidiana.

In conclusione, ciò che mi sento di dire è che, nonostante tutto, la partecipazione alle Primarie non è stata il flop che molti si aspettavano. E questo significa che la passione civile non è morta e che i cittadini hanno bisogno di tornare a credere nella politica. Quella vera.

«Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo»

Matteo Renzi a Leopolda 13

«Camicia sfilacciata, jeans skinny, linguaggio dinamico, abbronzato. That’s @matteorenzi at @Leopolda2013 #leopolda13 #americanism». Ho riassunto in questo tweet la kermesse della Leopolda 2013 avvenuta ieri a Firenze. Se ve la siete persa, qui il discorso conclusivo dell’ex-rottamatore Matteo Renzi.

Un uomo solo sul palco. Niente contradditorio. Davanti a lui il pubblico e un un microfono. Niente podio come l’anno precedente, «perché se parliamo solo con il microfono facciamo le conclusioni della Leopolda, se parliamo con il podio invece facciamo un discorso pomposo, serio», afferma Renzi. Anche la scenografia è un ritorno al passato, alla semplicità: «Oggi la semplicità è la via giusta. Questo è ciò che serve oggi: una rivoluzione della semplicità». Insomma, tutta la scenografia è una costruzione per non prendersi troppo sul serio, per tornare alla genuinità delle cose. Eppure, la “costruzione della semplicità” mi sembra quasi un ossimoro, una contraddizione. Come può una cosa semplice essere un artificio?

Inoltre, tante frasi a effetto: «La sinistra che non cambia è la destra», «Qualche politico in meno e qualche speranza in più» e, citando Baricco, «Il futuro è il luogo in cui stiamo andando, il futuro è tornare a casa». Ogni tanto torna anche la sua tipica comicità fiorentina e le tecniche del marketing politico. L’imitazione di Maurizio Crozza rende bene l’idea.

Si sa, lo stile comunicativo di Renzi è fresco, nuovo, dinamico, giovanile. E la sua immagine lo rispecchia alla perfezione. Con la sua camicia bianca arrotolata ai gomiti (a un certo punto si è persino sfilacciata) e i jeans aderenti riecheggia quel casual look degli anni ’80. Ma ciò che ricorda ancor di più è Mr. Obama e il modello politico americano (tra cui le famose convention per accaparrarsi i voti degli elettori).

Tutto ciò potrebbe essere un’arma a doppio taglio per il Sindaco di Firenze. Il suo stile comunicativo potrebbe non piacere all’elettorato di centro-sinistra al quale si sta rivolgendo. Potrebbe essere letto come uno stile troppo superficiale, in cui l’apparenza prende il sopravvento sull’essenza. E senza il contenuto la politica si trasforma in politainment, cioè politica-spettacolo adatta alle peggiori logiche mediatiche attuali. Ahimé, dobbiamo ormai rassegnarci alla politica-pop, perché, come recita il primo comandamento del Catechismo politico, «non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo». Parola di Barbara D’Urso e Matteo Renzi.

Così, quando il sipario si chiude, si prendono gli applausi, si firmano gli autografi. Arrivederci, al prossimo bluff.

Parole che ti fregano

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Domenica Beppe Grillo ha pubblicato un nuovo post sul suo ormai famosissimo blog dal titolo “Gli Houdini della parola”. In questo articolo Grillo parla del politically correct che, dice, «ha trasformato le nostre conversazioni in parole sintetiche. Di plastica. Le ha svirilizzate. Parlare come si pensa è diventato uno scandalo». Oggi tutto deve essere “politicamente corretto” e quindi non dovremmo più dire “spazzino” ma “operatore ecologico”, non più “handicappato”, “cieco” o “frocio”, ma “disabile”, “non vedente” e “gay”. Esisterebbe dunque un modo “giusto” di dire le cose o, secondo Grillo, una «piaga ipocrita, una mascherata che sta travolgendo tutto e tutti».

Poi Grillo fa diversi esempi di “parole che ci fregano”, cioè di quelle che col tempo abbiamo reso più corrette per non urtare la sensibilità delle persone. Ad esempio non siamo paralizzati, ma affetti da tetraplegia, un immigrato clandestino diventa un rifugiato alla luce del sole e un vecchio rincoglionito si trasforma in un anziano saggio. E se un cadavere andrebbe chiamato persona non vivente, allora un cadavere grasso sarà una persona non vivente portatrice di adipe.

Poi passa al piano politico. E allora non diamo dell’ignorante a Razzi, ma possiamo solo dire che non ha una perfetta padronanza della lingua italiana. Oppure Berlusconi non è un evasore fiscale, ma uno statista.

Scrive Grillo (citando Robert Hughes, autore de La cultura del piagnisteo): «L’omosessuale pensa forse che gli altri lo amino di più, o lo odino di meno, perché viene chiamato “gay” (un termine riesumato dal gergo criminale settecentesco, dove stava a indicare chi si prostituisce e vive di espedienti)? L’unico vantaggio è che i teppisti che una volta pestavano i froci adesso pestano i gay».

Sì ok, tutto vero. Ma forse Grillo dovrebbe tenere bene a mente che tra il politicamente corretto e il turpiloquio/l’offesa/l’invettiva, c’è qualcos’altro che sta proprio lì, nel mezzo. Ed è la buona educazione. Sì perché una parolaccia può scappare a tutti, ma un continuo linguaggio pesante e violento è spesso la causa di eventi per nulla edificanti (come Calderoli che paragona la Kyenge a un orango o Piras che auspica lo stupro all’atleta russa).

Tutto ciò poi trova terreno fertile sui vari social network che fanno da cassa di risonanza alimentando con foto, video e immagini il cattivo esempio di turno. Ed ecco completato il quadro dell’Italia, il posto dove si confonde la libertà di espressione con la libertà di insultare.

Il linguaggio corretto politicamente è qualcosa di rigido, censorio, assolutista, limitante per la creatività, letale per la mente? Può darsi. Ma responsabilità e buon senso sono importanti. Pensare prima di parlare. Questa dovrebbe essere la regola generale. Per tutti.