Politica, bellezza e altre amenità

bellezza politica

La bellezza in politica non importa, ce lo sentiamo ripetere sempre. Ciò che conta sono le idee, i contenuti, le azioni pratiche che un leader politico compie. L’essenza sopra l’apparenza, la competenza sopra la parvenza. Magari. Oggi l’immagine pubblica conta eccome, anche perché spesso c’è solo quella.

Quando si è iniziato a parlare di bellezza in politica? Beh, inizialmente ci ha pensato la destra, quella destra che già ai tempi del nazismo vedeva la razza ariana come la specie perfetta, bella e pura. Poi Berlusconi che diceva che voleva circondarsi di “belle ragazze”, che descrisse Obama come il “giovane, bello e abbronzato”, la Merkel come “culona inchiavabile” e la Bindi, si sa, è sempre stata “più bella che intelligente”. Poi anche Veltroni si scagliò contro la politica dell’immagine pubblicando il libro intitolato La bella politica e Nichi Vendola addirittura nel 2010 fece un elogio della bellezza. E infine è arrivato Renzi che ha invocato spesso lo storytelling della bellezza: “La bellezza come elemento fondamentale della nostra identità”, perché “l’Italia deve ripartire dalla bellezza”. Auguri.

Poi, neanche a dirlo, anche i media fanno la loro parte. Se prima si discuteva delle bandane di Berlusconi adesso siamo passati alle felpe di Salvini. E poi si commentano gli outfits della principessina Kate Middleton e “accidenti che bel tailleur blu si è messa oggi la Boschi!”. “Sì però, che credi, in costume anche lei ha la cellulite!”. “E guarda Michelle Obama, proprio elegante, un’icona di stile moderno”. Invece, Agnese, la moglie di Renzi, “lei sì che è sempre un bell’uomo”. “E Alfano? Ha più capelli che elettori, dai”. E ovviamente lui, Renzi, da statista a stilista, con il girovita che lievita sempre più, è passato dal giubbotto di pelle “gggiovane” alla Fonzie ai goffi pantaloncini corti in montagna, sfidando la neve e il senso del ridicolo.

Insomma, tutto ruota intorno al tema della bellezza, da sempre. E oggigiorno, tra crisi dei partiti e mediatizzazione della politica, ancora di più. E allora i politici diventano star politiche, intente a manipolare la loro immagine, sia pubblica che privata, in funzione dei media. Quell’immagine che è più influenzata da elementi affettivi ed emozionali, piuttosto che razionali. Ed è proprio il coinvolgimento emotivo che lega gli elettori a un leader. È la spettacolarizzazione della politica, quella che porta in scena un one-man show eliminando tutti gli altri, quella che personalizza le elezioni, che abolisce i partiti e democratizza la fama.

E chi è che detta i canoni della bellezza in politica? Ovviamente la comunicazione pubblicitaria, in particolare quella della cosmesi e della moda. Corpi perfetti, snelli al limite dell’anoressia, senza imperfezioni. Corpi femminili semi nudi, donne oggetto, mercificate e corpi maschili avvenenti, ammiccanti, “belli e dannati”, inarrivabili. È inevitabile, ogni giudizio viene ridefinito in base a questi stereotipi. E la gara estetica non trova mai fine. Ed è una dura, lunga gara al ribasso.

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Selfie europeo

Renzi europa

Obama, Bill Clinton, Papa Francesco, Madonna, Luca Parmitano, calciatori, politici, star dello spettacolo o del cinema, io, voi… tutti almeno una volta hanno ceduto alla moda del selfie, o semplicemente “autoscatto”, contribuendo alla mostra mondiale di ritratti autorealizzati.

Il selfie è diventato così virale tanto da entrare nell’Oxford Dictionary, il dizionario più famoso al mondo. Come ha spiegato Francesca in un interessantissimo articolo per SemioBo, il selfie è:

  • linguisticamente e convenzionalmente, la massima espressione del ;
  • tecnicamente, l’evoluzione della fototessera;
  • semioticamente, la morte definitiva della soggettività (non c’è un punto di vista preciso, ovvero un osservatore ben definito che vede il soggetto della foto o una prospettiva secondo cui è stata creata la scena osservata);
  • praticamente, un continuo appello allo spettatore, un’ossessiva ricerca del destinatario (il selfie non può rimanere nella galleria dello smartphone, ma deve essere condiviso sui social network istantaneamente).

E il selfie ha fatto capolino anche durante l’intervento di Matteo Renzi al Parlamento europeo di Strasburgo per l’avvio del semestre italiano di presidenza del Consiglio UE. «Se oggi l’Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Emergerebbe il volto della stanchezza, della rassegnazione, della noia», ha detto il premier tutto tronfio e pieno di sé davanti a una platea di europarlamentari.

Ma le metafore continuano. Ad esempio dice che «non ci sarà spazio per l’Europa se accetteremo di restare solo un puntino su Google Maps», poi passa a parlare di «climate exchange» e «smart Europe», senza però tralasciare miti classici come l’Odissea.

Le metafore 2.0 sono quelle che colpiscono di più e che riescono a destabilizzare la comunicazione politica tradizionale. Sì, perché ormai farsi un selfie o cercare un luogo su Google Maps sono tendenze così diffuse tanto da essere entrate nel nostro lessico quotidiano. Ecco perché il premier, nell’aula di Strasburgo, ha utilizzato tutte queste espressioni social: per aumentare la comprensione, per semplificare questioni complesse e per rendere il discorso più visibile usando concetti concreti. Dunque, oltre a mostrare tutta la sua fiducia nel futuro digitale, Renzi ha reso il suo discorso più efficace, memorizzabile, facile da riprendere dalle logiche mediatiche e, soprattutto, più emotivo.

Ovviamente, il giorno seguente, tutti i mass media che per loro natura utilizzano una comunicazione rapida e per slogan (con i cosiddetti sound bites, frammenti di dichiarazioni), hanno ripreso la metafora del selfie di Renzi. E anche Twitter e Facebook si sono riempiti di critiche e battute, ma anche qualche apprezzamento.

Insomma, Renzi si conferma il bravo comunicatore di sempre, disinvolto nel parlare, innovativo nel linguaggio. Ma spesso esagera. Infatti, non si limita solo ad utilizzare termini giovanili e informali, nuove tecniche di comunicazione e un linguaggio fresco, ma ostenta la propria bravura. Ed è proprio questo elemento che solitamente attrae i critici più spietati. Ma chissà, magari è davvero la svolta buona.

Chi vivrà vedrà. Intanto buona fortuna. Non a lui: a noi.

Perché Renzi ha (stra)vinto

renzi

In queste elezioni europee Renzi ha trovato quella legittimazione elettorale che gli mancava. Ma perché ha vinto? Anzi, stravinto? È ovvio che si potrebbe rispondere in tanti modi a questa domanda: “ha vinto per gli 80 euro”, “gode di un gran consenso mediatico”, “è un bravo comunicatore”, “adesso farà le riforme”, ecc. Tutte risposte riduttive in confronto alla portata della vittoria.

Il Pd di Renzi ha vinto soprattutto perché ha incarnato il cambiamento. Ma non il cambiamento violento, di protesta e rivolta in piazza, no. Al contrario di Grillo, Renzi ha proposto un cambiamento lento, graduale, rassicurante, dai toni contenuti e moderati. E soprattutto un cambiamento giocato tutto sul piano delle emozioni. Per spiegarlo partiamo da questo esempio, il tweet del premier del 22 maggio:

Tre gli elementi principali:

1) il derby: Renzi paragona le elezioni europee a un match, a una partita di calcio. La calciofilia nel linguaggio politico è ormai da tempo utilizzata dai maggiori esponenti della Seconda Repubblica (“scendere in campo”, “prendere in contropiede”, “fare spogliatoio”, “fare squadra”, ecc.) ed è un modo per ricondurre il dibattito politico sul piano del linguaggio semplice e quotidiano utilizzato da tutti noi;

2) la contrapposizione dicotomica noi VS loro, amici VS nemici, positivo VS negativo: un soggetto (l’eroe positivo) si contrappone a un anti-soggetto (il terribile nemico della blogosfera) per rendere la narrazione più semplice da capire e da ricordare. Questo, ovviamente, limita la reale comprensione dei fatti, ma rimane ben impresso nella mente dell’opinione pubblica;

3) le emozioni: Renzi contrappone la rabbia alla speranza. Il primo è un sentimento forte che spinge all’azione, mentre il secondo è più ambiguo e proiettato sulla dimensione presente dell’attesa o della fiducia verso il leader (lo spiega bene anche Giovanna Cosenza qui). Evidentemente la speranza ha vinto sulla paura, sulla violenza semantica e sulle esagerazioni verbali. Questo genere di comunicazione ha spaventato realmente gli elettori, tanto da far perdere a Grillo quasi 3 milioni di voti in 15 mesi.

Drew Westen dice: «Non prestiamo attenzione ad argomenti che non suscitino in noi interesse, entusiasmo, paura, rabbia o disprezzo. Non veniamo toccati da leader che non suscitino in noi una risonanza emotiva. Non troviamo i programmi politici degli di discussione se non hanno implicazioni emotive per noi, per la nostra famiglia o per ciò che ci è caro. […] Più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che si attivino i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto».

È proprio così: le emozioni sono il carburante di ogni azione che compiamo. Sono un’arma potentissima, una bussola che guida il nostro comportamento. Sono una delle fonti più potenti che alimentano il nostro agire. La ragione, i programmi politici, i dati, i numeri, le statistiche possono spronare, regolare e suggerire una direzione, ma da soli non funzionano. Certo, ci deve essere un giusto bilanciamento tra elementi emotivi e cognitivi, ma l’elettore sarà molto più impressionato da qualcosa di emotivamente forte rispetto ad appelli privi di emozione o dichiarazioni programmatiche esclusivamente razionali.

È ovvio, i programmi politici contano, ma contano solo in modo indiretto: hanno importanza, infatti, nella misura in cui influiscono sulle emozioni degli elettori, cioè sui loro valori e i loro interessi personali. Ed ecco che i programmi dei partiti si trasformano in questioni di valore e, infine, in questioni emotive.

La persuasione politica oggigiorno sta tutta lì: nelle storie, nei racconti, nelle immagini evocative, nell’irrazionalità, nelle emozioni e nei sentimenti che la gente prova di fronte ai candidati.

E Renzi stavolta ce l’ha fatta. È riuscito a stabilire un ordine di priorità emotive nell’elettorato, a massimizzare i sentimenti positivi nei suoi confronti e, contemporaneamente, a minimizzare quelli negativi. E di certo non si è dimenticato di guidare i sentimenti relativi alle caratteristiche personali del suo principale avversario politico. Questo ha fatto sì che la sua campagna elettorale fosse vincente. Irrazionale, pacata, non strillata. E vincente.

#GovernoRenzi in 10 tweet

Articolo pubblicato anche su 055firenze.it

In parole povere

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Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.

Perché Renzi non ha perso

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Perché Renzi ha vinto le Primarie? Anzi, perché non ha perso? Delle sue proverbiali doti comunicative e del suo linguaggio usato, ne avevo già parlato qui e qui. Ma oltre alla comunicazione c’è di più. Contenuti?! No, non troppi. Ciò che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo elettorale in questi mesi è la sua immagine. O, per esser più precisi, la sua immagine pubblica condivisa dall’opinione pubblica in un dato momento. Sì, perché l’immagine è sempre il frutto di una rappresentazione perlopiù mediatica: tutto quello che sappiamo dei leader politici è costantemente filtrato dai mass media. E non è tutto. Di questa immagine filtrata, noi cittadini comodi sul divano davanti alla tv, non possiamo ricordare tutto. Così, l’immagine diventa il riassunto dei tratti (visivi, caratteriali e politici) più salienti e mentalmente più accessibili. Insomma, il nostro cervello è così pigro che userà scorciatoie cognitive in grado di farci memorizzare solo i tratti più significativi o più recenti.

L’immagine che Renzi ha proiettato tramite i media è l’immagine dell’everyday man, dell’uomo comune di tutti i giorni, vicino alla gente, capace di ascoltare i problemi delle persone e di mettersi al loro pari. E lo fa non solo a livello comunicativo adottando un linguaggio semplice con vocaboli di uso comune e frasi a effetto, ma anche con la propria gestualità. Anche il corpo, infatti, partecipa nel processo comunicativo con il linguaggio non verbale (dall’espressione del volto, alla postura, alla prossemica, al tono di voce). L’everyday man eccelle nella comunicazione relazionale (a tu per tu con la gente) così come in quella televisiva e in quella del web (ad esempio, con l’hashtag #matteorisponde, Renzi rispondeva in diretta alle domande e ai cinguettii degli utenti in rete).

Inoltre, il nuovo segretario del PD incarna bene anche l’immagine del leader post-identitario: un politico al di sopra della dicotomia destra-sinistra, delle vecchie ideologie e delle contrapposizioni di classe. Un leader politicamente trasversale, adatto a quest’epoca post-moderna. Non a caso molti lo hanno accusato di non avere idee di sinistra e per questo si è beccato anche il soprannome di Berluschino. Il leader post-identitario supera gli schemi tradizionali di competizione politica e, solitamente, cerca di accaparrarsi i voti degli indecisi (o dei delusi).

A tutto questo va aggiunto il carisma, una dote naturale che porta Renzi ad esser riconosciuto dalla gente come un vero leader capace di influenzare e dirigere il popolo. Ed ecco che il paladino è chiamato all’azione e viene investito di una missione (salvare l’Italia dalla crisi politica delle larghe intese, cancellare definitivamente i lasciti del ventennio berlusconiano e portare un’aria fresca con una nuova classe dirigente).

Ovviamente l’immagine non è tutto, ma in queste Primarie ha svolto un ruolo decisivo, in quanto capace di condensare cognizioni e affetti dei candidati. E Renzi, in questo campo, non aveva rivali, era il cavallo vincente nella horse race elettorale. Cuperlo il più svantaggiato: immagine del Genuino, era il leader senza carisma e senza immagine. Le sue performance sono state comunicativamente deboli, neutre e sobrie, nonostante sapesse cogliere la sostanza. Civati invece incarnava l’Outsider, il politico giovane in grado di apportare linguaggi nuovi e competenze diverse al teatrino della politica. Popolare su Twitter (#vinceCivati, lo dicevano tutti), ma non troppo nella realtà quotidiana.

In conclusione, ciò che mi sento di dire è che, nonostante tutto, la partecipazione alle Primarie non è stata il flop che molti si aspettavano. E questo significa che la passione civile non è morta e che i cittadini hanno bisogno di tornare a credere nella politica. Quella vera.

Primarie PD: istruzioni per l’uso

Tra meno di un mese si svolgeranno le primarie del PD. Un elettore di centro-sinistra si ritrova a scegliere tra le seguenti alternative:

  • l’autore delle “praline dell’ovvio”, il “nientalistaRenzi con i suoi discorsi privi di sostanza politica;

  • Cuperlo, il leader dal carisma sconvolgente che vuole un partito «bello e democratico» (se vabbè…);

  • Civati, il candidato social onnipresente su Facebook, Twitter e blog («Le cose cambiano, cambiandole» è il suo slogan e non c’è da aggiungere altro, è chiaro, no?! No);

  • Pittella e le sue 24 pagine di programma, parole vibranti e altisonanti che nessuno leggerà mai. Probabilmente nemmeno lui.

Per chiarirsi le idee ho fatto il quadrato semiotico delle primarie del PD (click per ingrandire):

Primarie PD

Ok, torniamo seri.

Leggendo i programmi dei candidati, l’elettore si ritrova sommerso da belle frasi a effetto, tanta retorica e politichese.

Pittella ad esempio scrive: «C’è l’urgenza di costruire un futuro che vale». Come, in che modo? Boh, si vedrà. Oppure: «Un nuovo tempo si sta affacciando». Sì, si è affacciato poi però è tornato indietro. E infine: «Dovremmo avvertire l’urgenza del fare». Poi quella del dire, del baciare, lettera e testamento.

Renzi ha riassunto tutte le sue proposte in 18 pagine, Civati invece il più prolisso (ben 70 pagine). Nei loro programmi ci sono tanti «è necessario», «dobbiamo», «bisogna», «occorre»… ma, di preciso, cosa dobbiamo fare?! Boh, metteteci un po’ quello che vi pare e se viene fuori una frase di senso compiuto, va bene.

Il programma dell’ex rottamatore/neo asfaltatore è diviso in tre punti consequenziali tra loro: Renzi può cambiare verso al PD, il PD può cambiare verso all’Italia e l’Italia può cambiare verso all’Europa. In pratica la storia dovrebbe andare così: il candidato vince le elezioni, porta una ventata d’aria fresca al suo partito, insieme possono lavorare per il bene dell’Italia e, infine, risanare i bilanci (e la credibilità) in Europa. Uno storytelling perfetto con lieto fine assicurato. Mah.

Del programma di Cuperlo è stato detto che propone «ricette vecchie e fallimentari». Si adegua ai giovanilismi quando scrive che vuole «un nuovo patto per l’Italia», «un’altra Europa» e soprattutto «un partito che pensa in grande, intelligente, aperto, che appassioni». In pratica un altro PD.

Poi, un po’ amareggiata, ho chiuso tutti i documenti dei candidati (sì, lo ammetto, ho letto anche quello di Pittella), ho sgombrato la mente da tutte quelle belle frasi e ho pensato che ne sarebbe bastata una, e una soltanto, per racchiudere tutto il mio pensiero in quel preciso momento. Ed è quella che Gino Bartali ripeteva ad ogni tappa persa: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare».

Beh, staremo a vedere e… che perda il peggiore!

«Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo»

Matteo Renzi a Leopolda 13

«Camicia sfilacciata, jeans skinny, linguaggio dinamico, abbronzato. That’s @matteorenzi at @Leopolda2013 #leopolda13 #americanism». Ho riassunto in questo tweet la kermesse della Leopolda 2013 avvenuta ieri a Firenze. Se ve la siete persa, qui il discorso conclusivo dell’ex-rottamatore Matteo Renzi.

Un uomo solo sul palco. Niente contradditorio. Davanti a lui il pubblico e un un microfono. Niente podio come l’anno precedente, «perché se parliamo solo con il microfono facciamo le conclusioni della Leopolda, se parliamo con il podio invece facciamo un discorso pomposo, serio», afferma Renzi. Anche la scenografia è un ritorno al passato, alla semplicità: «Oggi la semplicità è la via giusta. Questo è ciò che serve oggi: una rivoluzione della semplicità». Insomma, tutta la scenografia è una costruzione per non prendersi troppo sul serio, per tornare alla genuinità delle cose. Eppure, la “costruzione della semplicità” mi sembra quasi un ossimoro, una contraddizione. Come può una cosa semplice essere un artificio?

Inoltre, tante frasi a effetto: «La sinistra che non cambia è la destra», «Qualche politico in meno e qualche speranza in più» e, citando Baricco, «Il futuro è il luogo in cui stiamo andando, il futuro è tornare a casa». Ogni tanto torna anche la sua tipica comicità fiorentina e le tecniche del marketing politico. L’imitazione di Maurizio Crozza rende bene l’idea.

Si sa, lo stile comunicativo di Renzi è fresco, nuovo, dinamico, giovanile. E la sua immagine lo rispecchia alla perfezione. Con la sua camicia bianca arrotolata ai gomiti (a un certo punto si è persino sfilacciata) e i jeans aderenti riecheggia quel casual look degli anni ’80. Ma ciò che ricorda ancor di più è Mr. Obama e il modello politico americano (tra cui le famose convention per accaparrarsi i voti degli elettori).

Tutto ciò potrebbe essere un’arma a doppio taglio per il Sindaco di Firenze. Il suo stile comunicativo potrebbe non piacere all’elettorato di centro-sinistra al quale si sta rivolgendo. Potrebbe essere letto come uno stile troppo superficiale, in cui l’apparenza prende il sopravvento sull’essenza. E senza il contenuto la politica si trasforma in politainment, cioè politica-spettacolo adatta alle peggiori logiche mediatiche attuali. Ahimé, dobbiamo ormai rassegnarci alla politica-pop, perché, come recita il primo comandamento del Catechismo politico, «non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo». Parola di Barbara D’Urso e Matteo Renzi.

Così, quando il sipario si chiude, si prendono gli applausi, si firmano gli autografi. Arrivederci, al prossimo bluff.

Non basta dire basta

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Le primarie per scegliere il nuovo segretario del Partito Democratico si terranno l’8 dicembre in tutta Italia. E Matteo Renzi ha già iniziato la sua campagna elettorale per affrontare questa «sfida molto affascinante» che racconterà durante le sue tappe (niente camper stavolta, dice che ha mal di schiena), perché vuole ottenere «un’Italia che cambia verso», come scrive nella sua enews.

E ovviamente non mancano gli slogan e i giochi di parole, tanto cari a Renzi (lo dice lui stesso in una recente intervista condotta da Massimo Gramellini «Come mai a vent’anni partecipò alla Ruota della Fortuna? Adoro i giochi di parole»). Ed eccovi servito lo slogan: “L’Italia cambia verso”. Semplice, chiaro e facilmente memorizzabile. Sì, tutto giusto, d’altronde uno slogan è così che deve essere! Ma guardando la messa in grafica di quanto appena detto, forse non valgono più le stesse osservazioni. Infatti, la campagna lanciata in rete è formata da 8 immagini in cui Renzi pone una serie di problemi ai quali la sinistra deve saper dare delle risposte. Le parole negative si leggono al contrario (da destra verso sinistra), mentre la risposta a questi problemi è scritta come di norma e, dunque, più facile da leggere. Non manca poi la firma “Renzi”, ma con la prima lettera a forma di freccia (sembra l’invito a prendere una rotonda contromano o il simbolo del riciclaggio o del refresh dei nostri PC) e l’immancabile hashtag per Twitter #cambiaverso (l’hashtag fa cool!).

Eppure i concetti renziani sono davvero semplificati, perché si riduce tutto a una dicotomia, a due termini messi in contrapposizione (burocrazia VS semplicità, conservazione VS futuro, raccomandati VS bravi, perdere bene VS vincere, lamentarsi VS cambiare, paura VS coraggio, il Palazzo VS la strada, il Cavaliere VS gli italiani). Ma guardando le grafiche il lettore deve soffermarsi, deve fare uno sforzo cognitivo per riuscire a leggere quelle parole al contrario e analizzare l’informazione. Non è una lettura immediata. Se davvero vuoi capirne il significato devi prenderti un attimo, fermarti e leggere con attenzione. Non puoi dare un’occhiata en passant mentre stai facendo altro.

Insomma, il giochino che l’elettore deve capire è il richiamo al cambiamento, al rinnovamento e al cambio di rotta che Renzi si auspica per tutta l’Italia per dire basta agli ultimi monotoni vent’anni. Mettiamo che l’elettore riesca a capire nell’immediato il messaggio. Mettiamo che riesca anche ad evitare un crampo mentale mentre cerca di leggere le parole al contrario. Mettiamo che per un attimo dimentichi l’amara politica italiana e trovi gradevoli i giochi di parole.

Oppure no. Mettiamo che l’elettore sia stanco di tutti questi giochini. Ecco, è qui che sorgono i problemi. Si sa, la comunicazione politica è fatta anche di immagine. Ma questa non serve a niente se manca tutto il resto. Allora adesso uno slogan lo suggerisco io: non basta dire basta.

Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it.

Politica e sessismo

MODA FEMMINILE, SFILATA DI COSTUMI DA BAGNO

Modelle bellissime, passerella, bikini griffati, stilisti, sfilate e politica. Non è il gioco “trova l’intruso”, ma soltanto l’ultima trovata del designer Jerry Tommolini, il quale ha fatto sfilare tre modelle con costumi da bagno con la scritta sul retro “We want Renzi”. Tv e giornali ormai oggi sono sorpassati e l’endorsement politico si fa addirittura in passerella.

È solo un modo efficace per far discutere e per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, direte voi. Certo! Ma facciamo un esperimento.

Questo “giochino” è ciò che il linguista Hjelmslev chiama “prova di commutazione”: verificare se la sostituzione di un elemento sul piano dell’espressione comporta una differenza sul piano del contenuto, o viceversa. Esempio pratico: se nella parola “lana” si sostituisce la /l/ con la /s/, o con la /r/, si ottengono le parole “sana” e “rana”. Ciò significa che modificando il piano dell’espressione (una lettera), cambierà di conseguenza anche il significato di quella parola.

Adesso torniamo alle “Renzine” e immaginate se al posto di quelle tre ragazze ci fossero stati dei modelli. Uomini al posto delle donne. Ed ecco che il significato cambia, il modo di vedere la trovata pubblicitaria di turno non è più lo stesso. Se dei modelli avessero avuto la scritta “We want Renzi” sul loro posteriore sarebbe stato paradossale, ridicolo e in qualche modo inaccettabile. Insomma, sarebbe risultato un po’ bizzarro agli occhi nel nostro banale immaginario collettivo.

E perché accade questo? Ancora una volta c’è di mezzo il sessismo, i soliti stereotipi e la mercificazione del corpo delle donne. Cosa si può definire sessista? «È sessista – spiega Annamaria Testa – una campagna che usa il corpo femminile come strumento di appeal sessuale per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l’identità delle donne all’essere “casalinghe” e basta. È sessista la comunicazione che non mostra le donne come persone ma solo come automi che curano la casa e seducono».

In queste ore, il “prodotto Renzi” che viene promosso e sponsorizzato dai corpi delle donne è apparso su tutte le più importanti testate giornalistiche. Ma si può dire che l’obiettivo è stato raggiunto?

Forse no. Forse il pubblico non recepisce neanche più trovate di questo genere. Forse siamo assuefatti alle immagini di corpi seminudi a cui i mezzi di comunicazione di massa ci espongono ogni giorno. Forse siamo immuni da quell’indignazione e quella repulsione che dovremmo provare. E forse, a pensarci bene, è proprio questo ciò che spaventa di più.