Perché piangiamo i morti di Parigi (e non quelli di Beirut)

peace

«Ma perché piangiamo solo i morti dei posti di cui abbiamo le calamite attaccate al frigo?». Questa è la domanda che ha posto Maurizio Crozza durante la copertina che apre il programma DiMartedì in onda su La7 (qui il video completo). Parlando degli attentati di Parigi, il comico ha detto: «A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, te la potevi cavare con un “Je suis Charlie”, ora con “Je suis Paris”. Ma due giorni prima c’è stato un attentato in Libano con 44 vittime e 239 feriti. Quindi, bisognerebbe scrivere sulle magliette anche “Je suis Beirut”». E ha aggiunto amaramente: «Quanto deve essere vicina una barbarie perché ci colpisca come esseri umani? Piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo?».

Crozza è un comico che riesce sempre a colpire il segno, che è in grado di spiegare i fatti di attualità meglio di chiunque altro e che può comunicare in modo più pertinente di tanti altri personaggi presenti sull’attuale scenario politico. Ma è eticamente giusto porre la domanda “perché parli solo della tragedia avvenuta nel Paese X e non delle persone morte nel Paese Y?”. Non si è più liberi nemmeno di piangere i morti che si vuole? E poi cos’è, una gara sulle tragedie nel mondo?. Tanti hanno anche cambiato la loro foto profilo su Facebook aggiungendo il tricolore francese. Di contro, tanti altri hanno sostenuto che questa scelta è solo un pensiero miope e ipocrita che supporta solo un tipo di visione predominante, quella occidentale.

Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’Università della California, ha affermato che «c’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo». Inoltre, «le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati».

In ogni caso, lasciando da parte le polemiche, proviamo a concentrarci sui cosiddetti “criteri di notiziabilità”, ovvero i requisiti che deve avere un evento per trasformarsi in notizia, cioè in una notizia di rilevante interesse per il pubblico e quindi meritevole di essere pubblicata sul giornale o lanciata durante il telegiornale. Cerchiamo di capire perché i mezzi di comunicazione (occidentali) hanno dato più spazio agli attentati di Parigi piuttosto che a quelli in Beirut e perché noi occidentali ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi.

Perché i media occidentali raccontano Parigi (e non Beirut)

Ciò che leggiamo o ascoltiamo ogni giorno sui fatti di Parigi è il frutto di una complessa serie di scelte effettuate dal sistema mediatico. I criteri valutativi che regolano la selezione delle notizie non sono altro che stereotipi che la notizia deve assumere per catturare l’attenzione del pubblico. I news values relativi all’interesse del pubblico possono essere 10:

  1. Novità: la notizia deve essere nuova, deve cioè riguardare fatti appena avvenuti.

  2. Vicinanza: quanto più una notizia appartiene al contesto culturale del pubblico, tanto più è probabile che venga selezionata (si tratta sia di una vicinanza sia fisica che culturale, ideologica, politica e psicologica).

  3. Dimensione: quanto più è grande la dimensione di un fatto, tanto più è rilevante il suo impatto sul pubblico.

  4. Comunicabilità: quanto più un fatto è semplice da comunicare e interpretare, tanto più è probabile che susciti un consenso di attenzioni.

  5. Drammaticità: “bad news is good news”, una notizia drammatica e che suscita emozioni (come tragedie, cataclismi, attentati, ecc.) ha più probabilità di coinvolgere emotivamente l’audience.

  6. Conflittualità: una notizia che è caratterizzata da una forte conflittualità e che vede contrapporsi “amici VS nemici” (come in dibattiti politici, scontri militari, guerre, elezioni, ecc.) è più probabile che coinvolga il pubblico.

  7. Conseguenze pratiche: rilevanza e significatività dell’evento rispetto a sviluppi futuri (ad esempio notizie di pubblica utilità o informazioni di pubblico servizio).

  8. Human interest: maggiore è la carica emotiva che una notizia trasmette, maggiore è l’interesse.

  9. Idea di progresso: la notizia che sviluppa un’idea condivisa di progresso (ad esempio una notizia scientifica) interessa maggiormente l’audience.

  10. Prestigio sociale: la notizia attrae di più se parla di persone e ambienti conosciuti o che appartengono all’élite della società.

Ora provate a rileggere i punti 1, 2, 3, 5, 6 e 8 pensando agli attacchi di Parigi.

Avrei potuto essere io”

La verità è che di fronte alla morte non ci sono persone più importanti di altre e che tutti i morti meritano di essere commemorati allo stesso modo. È così, però ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi soprattutto per un fatto di vicinanza fisica, culturale e ideologica. Volenti o nolenti, il nostro cervello ragiona così:

  • Gli attentati sono avvenuti a Parigi, ma poteva benissimo essere Roma o Milano. Quindi anch’io avrei potuto trovarmi in mezzo agli attentati.

  • Parigi, nota meta turistica a sole due ore d’aereo dall’Italia. Avrei potuto trovarmi lì in quel momento.

  • Parigi, come l’Italia, non è zona di guerra (Beirut invece è la capitale del Libano e confina con la Siria che è in piena guerra civile).

  • I terroristi hanno colpito ristoranti, strade, stadi. Luoghi comuni che anch’io frequento tutti i giorni. Tra le vittime, avrei potuto esserci io.

  • I terroristi hanno attaccato gente comune, non personaggi famosi o di rilevanza politica. Anch’io avrei potuto essere uno di loro.

Insomma, in seguito a una valutazione dei rischi, siamo più propensi a una maggiore vicinanza emotiva con Parigi rispetto a Beirut. Abbiamo paura di morire per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È quel “avrei potuto essere io” che ci frega. Solo questo ci terrorizza: la nostra egoistica (ma umana) paura di morire.

Amenità a Palazzo

giornale-tasse-letta

Il peggio delle ultime due settimane riassunto nei tweet, negli stati di Facebook, nei siti web, nei commenti degli internauti o nelle foto virali che hanno circolato in rete.

Si parla di crisi di governo, fiducia, governo Letta, decadenza, falchi, colombe, IVA, Berlusconi, Alfano, Dudù… Come il popolo dei social media ha vissuto questi giorni politicamente pieni di eventi (e amenità).

Spinoza.it

Dal 1994 ad oggi, Berlusconi ha diffuso sette videomessaggi. Al quinto si vinceva una statuetta.

Berlusconi: «Mi rivolgo agli italiani di buon senso». Ma quelli avevano la tv spenta.

«Alle persone perbene dico: reagite, protestate, fatevi sentire». Tutti gli altri possono continuare a votarlo.

Berlusconi: «I processi mi hanno tolto tanto tempo». Bastava farsi condannare al primo.

Berlusconi fa dimettere i suoi a causa dell’aumento dell’iva. Ma perché, doveva ancora pagarli?

I berlusconiani più fedeli pronti a dimettersi. Dudù ha già restituito il collare.

Alfano: «Sarò diversamente berlusconiano». Bene, ti riserviamo un parcheggio.

Berlusconi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Confidiamo nella smentita.

Giovanardi sostiene il governo Letta. E tante altre stronzate.

Letta: «Rischiamo di consegnare il paese all’ingovernabilità». E se poi fa meglio?

Berlusconi è riuscito a saltare sul carro del vincitore e contemporaneamente a guidare quello del perdente.

Nunzia De Girolamo: «Berlusconi ha scelto con la testa e con il cuore». Era giusto far riposare un po’ l’uccello.

Facebook

Maurizio Crozza: «Care italiane, cari italiani, vorrei stipulare un nuovo contratto con voi… o preferite che facciamo in nero?».

Io: «Io sarò sempre con voi, decEduto o no». Grazie B. per averci ricordato che abbiamo 20 anni in più e non è cambiato nulla. Grazie davvero.

Io: 1994-2013: non è cambiato nulla (ad eccezione dei lifting)… Continuerà a fare politica da decaduto, da detenuto e da deceduto.

Io: Nel videomessaggio Berlusconi, nonostante tutto, ha saputo mantenere una certa salma… emmm… calma!

Andrea Scanzi: Berlusconi darà la fiducia. Così le colombe torneranno a non contare nulla e il Pd resterà sotto ricatto. Letta non ha ottenuto nulla (anzi), il Caimano ha fatto il teatrino smentendo se stesso per la trecentesima volta. E la buffonata continua. Contenti loro, scontenti tutti.

Leonardo Pieraccioni: Mettessero una tassa di 0,20 centesimi su tutte le prossime battute di Silvio ai servizio sociali si diventa la Germania.

Berlusconi: «Ho perso undici chili». È il suo classico falso in bilancia.

Prima pagina de Il Giornale del 29 settembre: «Le tasse di Letta fanno cadere il governo».

Lettera del cane di Francesca Pascale pubblicata in prima pagina de Il Giornale (davvero!): «Sono Dudù, per favore, lasciatemi in pace».

Twitter

Enrico Letta (@EnricoLetta): #IVA colpa dimissione parlamentari che ha provocato crisi e reso impossibile continuare. Berlusconi rovesciafrittata, italiani non abbocchino!

Beppe Severgnini (@beppesevergnini): Berlusconi, per il compleanno, si regala una #crisidigoverno. Non poteva andare a cena fuori, come tutti?

Io (@Isottaaa): Adesso piove e non so a chi dare la colpa… #disagio #crisidigoverno

Graber (@graber64): Il #PD ha paura di andare alle urne… Funerarie sottoforma di cenere.

Dio (@lddio): Letta cita Benedetto Croce, dimostrando così che l’unico modo per superare la DC è andare ancora più indietro. #direttaletta

L’Espresso (@espressonline): Non funzionava il microfono. Era la magistratura, sicuramente. #direttaletta

Roberto Tallei (@RobTallei): La #decadenza è una danza che si balla nella latitanza.

Renolto (@renolto): Schifani: «Copione già scritto e se ne conosceva la trama». È stato il maggiordomo.

Dio (@lddio): La #Giunta dice sì alla #decadenza di Berlusconi. Tutto l’Esercito di Silvio è pregato di indossare il perizoma nero in segno di lutto.