Analisi semiotica di una società in preda alla paura

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Di fronte agli ultimi tragici avvenimenti è inevitabile negare la paura. Quella paura che ci attanaglia, che non ci permette di uscire fuori di casa tranquilli. Quella paura che ci fa pensare “avrei potuto essere io”. Quella umana paura di morire. È quindi interessante studiare i meccanismi semiotici che si attivano in una società in preda alla paura.

Ma prima una premessa sulla politica mediatica dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, meglio noto con l’acronimo ISIS. L’ISIS è fortemente collegata al mondo del marketing, in quanto utilizza strategie comunicative di fidelizzazione (proprio come una marca fa con i suoi stakeholders) a fini bellici. Ci troviamo di fonte a un’organizzazione terrorista dotata di un’efficiente media-factory che, di anno in anno, vanta un sempre maggior numero di conversioni all’Islam e di giovani, di tutte le nazionalità, che scelgono di sacrificare la loro vita e partire per la jihad, la guerra santa.

Già dagli anni Novanta con Al Qaeda, lo sforzo mediatico dello Stato Islamico è stato notevole e oggi vanta di diversi prodotti multimediali per diffondere l’ideologia e per reclutare nuovi combattenti (video, telegiornali, riviste di propaganda, spot pubblicitari, documentari). Tutto viene poi caricato, condiviso, postato e twittato sul web. Si forma così una grande “fabbrica del consenso”, ossia un sistema di propaganda estremamente efficace per il controllo e la manipolazione dell’opinione pubblica.

Tornando in campo semiotico, si può affermare che l’analisi delle passioni è un concetto molto studiato in questa disciplina e soprattutto la paura rappresenta un importante argomento di indagine poiché è collegato alla presenza dell’altro, l’alieno, l’estraneo, il forestiero, ossia di colui che è esterno al sistema e che irrompe nel consueto. Ogni cultura crea il proprio sistema di “emarginati”, cioè di coloro che non si inscrivono all’interno di quella data cultura. Il primo tratto caratteristico della paura è infatti proprio la sua minoritarietà: la paura fa immaginare il nemico come una minoranza collettiva pericolosa.

Come spiega Lotman, esaminando una società vittima della paura di massa, si possono distinguere due casi:

1) La società è minacciata da un pericolo evidente a tutti (per esempio un’epidemia, una guerra o l’intimidazione dell’uso di armi di distruzione di massa da parte di una nazione). In questo caso, la fonte del pericolo è chiara, la paura ha un destinatario “reale”.
2) La società è in preda a un attacco di paura di cui ignora le reali cause. In questa situazione sorgono destinatari mistificati, costruiti semioticamente: non è la minaccia che suscita paura, ma la paura che crea la minaccia. Oggetto della paura è una costruzione sociale, è la nascita di codici semiotici con l’aiuto dei quali la società in questione codifica se stessa e il mondo che la circonda.

Ho ripreso lo Schema Narrativo Canonico di Greimas per definire gli attanti narrativi nella guerra contro l’ISIS:

Soggetto: ISIS
Destinante: Allah
Anti-soggetto: tutti gli infedeli
Oggetto del desiderio: diffondere la religione, convertire e arruolare tutti gli infedeli
Opponenti: soldati nemici sul fronte di guerra e media occidentali
Aiutanti: mujaheddin (combattenti impegnati nella guerra santa)

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Credits to nytimes.com

Conosciamo quindi tutti gli attanti della storia, ma non conosciamo l’atto della Performanza, ovvero la fase in cui il soggetto passa all’azione per compiere la sua missione (o Programma Narrativo), perché sempre imprevedibile: la sicurezza totale è un’utopia, qualsiasi attacco terroristico può avvenire in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi momento e, nonostante l’accrescimento dei sistemi di controllo, è difficile essere preparati e impedire la tragedia. Ecco allora che la paura si diffonde a macchia d’olio creando una potenziale minaccia.

Inoltre, è totalmente inutile negare la paura. Prima di tutto perché c’è, è naturale, è un sentimento presente in ognuno di noi. E poi perché, ponendosi in un’ottica semiotica, dire “io non ho paura” (vedi la foto di Salvini ad esempio) vuol dire porre al centro della comunicazione proprio il tema della paura, cioè significa far riferimento proprio a ciò che si sta cercando di negare. E allora l’unica alternativa è quella di accettare e riconoscere la paura, poi cercare di trovare soluzioni positive: lo sciacallaggio e le strumentalizzazioni del tema portano solo a pensieri illogici come “tutti i musulmani sono potenziali terroristi”. Questo alimenta terrore, odio, ignoranza e intolleranza. E trasformare la paura in intolleranza significa darla vinta ai nemici.

Perché piangiamo i morti di Parigi (e non quelli di Beirut)

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«Ma perché piangiamo solo i morti dei posti di cui abbiamo le calamite attaccate al frigo?». Questa è la domanda che ha posto Maurizio Crozza durante la copertina che apre il programma DiMartedì in onda su La7 (qui il video completo). Parlando degli attentati di Parigi, il comico ha detto: «A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, te la potevi cavare con un “Je suis Charlie”, ora con “Je suis Paris”. Ma due giorni prima c’è stato un attentato in Libano con 44 vittime e 239 feriti. Quindi, bisognerebbe scrivere sulle magliette anche “Je suis Beirut”». E ha aggiunto amaramente: «Quanto deve essere vicina una barbarie perché ci colpisca come esseri umani? Piangiamo solo le città di cui abbiamo un souvenir attaccato sul frigo?».

Crozza è un comico che riesce sempre a colpire il segno, che è in grado di spiegare i fatti di attualità meglio di chiunque altro e che può comunicare in modo più pertinente di tanti altri personaggi presenti sull’attuale scenario politico. Ma è eticamente giusto porre la domanda “perché parli solo della tragedia avvenuta nel Paese X e non delle persone morte nel Paese Y?”. Non si è più liberi nemmeno di piangere i morti che si vuole? E poi cos’è, una gara sulle tragedie nel mondo?. Tanti hanno anche cambiato la loro foto profilo su Facebook aggiungendo il tricolore francese. Di contro, tanti altri hanno sostenuto che questa scelta è solo un pensiero miope e ipocrita che supporta solo un tipo di visione predominante, quella occidentale.

Karen North, professoressa di comunicazione ed esperta di social media all’Università della California, ha affermato che «c’è un principio di psicologia che spiega che le persone si stringono insieme quando hanno un nemico comune e il mondo si sente giustamente unito contro il terrorismo». Inoltre, «le persone sono motivate a controllare e plasmare la loro immagine pubblica. Questi eventi offrono un’opportunità per presentarsi come “buoni” e informati».

In ogni caso, lasciando da parte le polemiche, proviamo a concentrarci sui cosiddetti “criteri di notiziabilità”, ovvero i requisiti che deve avere un evento per trasformarsi in notizia, cioè in una notizia di rilevante interesse per il pubblico e quindi meritevole di essere pubblicata sul giornale o lanciata durante il telegiornale. Cerchiamo di capire perché i mezzi di comunicazione (occidentali) hanno dato più spazio agli attentati di Parigi piuttosto che a quelli in Beirut e perché noi occidentali ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi.

Perché i media occidentali raccontano Parigi (e non Beirut)

Ciò che leggiamo o ascoltiamo ogni giorno sui fatti di Parigi è il frutto di una complessa serie di scelte effettuate dal sistema mediatico. I criteri valutativi che regolano la selezione delle notizie non sono altro che stereotipi che la notizia deve assumere per catturare l’attenzione del pubblico. I news values relativi all’interesse del pubblico possono essere 10:

  1. Novità: la notizia deve essere nuova, deve cioè riguardare fatti appena avvenuti.

  2. Vicinanza: quanto più una notizia appartiene al contesto culturale del pubblico, tanto più è probabile che venga selezionata (si tratta sia di una vicinanza sia fisica che culturale, ideologica, politica e psicologica).

  3. Dimensione: quanto più è grande la dimensione di un fatto, tanto più è rilevante il suo impatto sul pubblico.

  4. Comunicabilità: quanto più un fatto è semplice da comunicare e interpretare, tanto più è probabile che susciti un consenso di attenzioni.

  5. Drammaticità: “bad news is good news”, una notizia drammatica e che suscita emozioni (come tragedie, cataclismi, attentati, ecc.) ha più probabilità di coinvolgere emotivamente l’audience.

  6. Conflittualità: una notizia che è caratterizzata da una forte conflittualità e che vede contrapporsi “amici VS nemici” (come in dibattiti politici, scontri militari, guerre, elezioni, ecc.) è più probabile che coinvolga il pubblico.

  7. Conseguenze pratiche: rilevanza e significatività dell’evento rispetto a sviluppi futuri (ad esempio notizie di pubblica utilità o informazioni di pubblico servizio).

  8. Human interest: maggiore è la carica emotiva che una notizia trasmette, maggiore è l’interesse.

  9. Idea di progresso: la notizia che sviluppa un’idea condivisa di progresso (ad esempio una notizia scientifica) interessa maggiormente l’audience.

  10. Prestigio sociale: la notizia attrae di più se parla di persone e ambienti conosciuti o che appartengono all’élite della società.

Ora provate a rileggere i punti 1, 2, 3, 5, 6 e 8 pensando agli attacchi di Parigi.

Avrei potuto essere io”

La verità è che di fronte alla morte non ci sono persone più importanti di altre e che tutti i morti meritano di essere commemorati allo stesso modo. È così, però ci sentiamo più coinvolti emotivamente con Parigi soprattutto per un fatto di vicinanza fisica, culturale e ideologica. Volenti o nolenti, il nostro cervello ragiona così:

  • Gli attentati sono avvenuti a Parigi, ma poteva benissimo essere Roma o Milano. Quindi anch’io avrei potuto trovarmi in mezzo agli attentati.

  • Parigi, nota meta turistica a sole due ore d’aereo dall’Italia. Avrei potuto trovarmi lì in quel momento.

  • Parigi, come l’Italia, non è zona di guerra (Beirut invece è la capitale del Libano e confina con la Siria che è in piena guerra civile).

  • I terroristi hanno colpito ristoranti, strade, stadi. Luoghi comuni che anch’io frequento tutti i giorni. Tra le vittime, avrei potuto esserci io.

  • I terroristi hanno attaccato gente comune, non personaggi famosi o di rilevanza politica. Anch’io avrei potuto essere uno di loro.

Insomma, in seguito a una valutazione dei rischi, siamo più propensi a una maggiore vicinanza emotiva con Parigi rispetto a Beirut. Abbiamo paura di morire per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È quel “avrei potuto essere io” che ci frega. Solo questo ci terrorizza: la nostra egoistica (ma umana) paura di morire.

Comunicare il terrore

Paris

Proviamo a capire, leggiamo giornali, cerchiamo notizie online. C’è chi si stringe in un abbraccio solidale, chi alimenta polemiche, chi predica populismo, chi parla di guerra santa, chi cambia la foto di Facebook col tricolore francese, chi ha già iniziato la campagna elettorale sui corpi ancora caldi e chi “bastardi islamici vi ammazzerei tutti”. Ecco, nonostante tutto, non riusciamo a capire com’è che funziona il mondo.

Perché durante l’attacco a Parigi i terroristi non hanno colpito il Parlamento, il Palazzo dell’Eliseo, l’ambasciata o qualsiasi altro simbolo politico? No, hanno puntato su teatri, ristoranti, stadi, strade. Con feroce e disarmante follia. Luoghi comuni della nostra quotidianità, luoghi che frequentiamo sempre. E ancora le Torri Gemelle nel 2001, Gerusalemme bersagliata dal kamikaze palestinese su un autobus nel 2002, le bombe nella metropolitana di Londra nel 2005, la sparatoria nella sede di Charlie Hebdo a gennaio. E tanti altri esempi.

E allora il messaggio che stanno veicolando è chiaro: non potete stare tranquilli in nessun posto, dovete essere terrorizzati anche quando andate a lavoro o a fare la spesa, dovete avere paura di camminare per strada, di prendere un mezzo pubblico, dovete avere paura di andare a cena fuori con gli amici. Insomma, dovete avere paura. Sempre. Costantemente.

E, tutti d’accordo, non si può vivere con la paura. Ed è proprio l’angoscia che ci porta ad odiare il prossimo, a guardare male chi apparentemente è diverso da noi. La paura alimenta l’odio. E lo scopo dei terroristi è proprio questo, farci odiare l’un l’altro.

Allora possiamo passare tutto il resto della nostra vita ad amare o ad odiare il prossimo. È così, è una questione di scelta. E spetta solo a noi.