Ad ogni politico il suo linguaggio

 Linguaggio politico

Cosa ha di particolare il linguaggio politico? Niente. Se pensate che questa sia una risposta provocatoria o ironica, vi state sbagliando. Il linguaggio dei politici non ha realmente delle caratteristiche proprie da poterlo catalogare in un determinato ambito. Ecco perché:

  • il linguaggio politico non è una lingua specialistica (come quella matematica, informatica, fisica, medica, ecc.);

  • è detto infatti “linguaggio settoriale”, cioè privo di un lessico specialistico vero e proprio e di regole convenzionali particolari;

  • è ricco di ambiguità, reticenze e polisemie;

  • attinge spesso dalla lingua comune o da altre lingue settoriali;

  • è rivolto ad un’utenza molto più ampia e indifferenziata rispetto alle lingue specialistiche;

  • la forza di un linguaggio settoriale si evidenzia nella capacità di imporre il proprio lessico e nella propensione a spostarsi nel linguaggio comune.

Dunque, in breve, il linguaggio dei politici non segue regole particolari, ma è un linguaggio plasmabile a seconda di chi lo utilizza. Ne consegue che ogni politico ha un suo linguaggio specifico. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, se leggiamo o ascoltiamo distrattamente una dichiarazione, sappiamo subito a quale attore politico attribuirla.

Facciamo qualche esempio (qui potete vederlo graficamente nel mio quadrato semiotico).

Bersani e Monti utilizzano un linguaggio tradizionale, infarcito di tecnicismi, politichese e burocratese propri della Prima Repubblica. A Bersani si associa bene un linguaggio astratto pieno di metafore e il suo modo “ondeggiante” di parlare rivela la sua indignazione. Monti invece è la sobrietà in persona e questo si riflette anche nella sua compostezza nel parlare. Sia Monti che Letta usano un linguaggio monotono che calma e rassicura (o fa addormentare, dipende dai punti di vista), mai incisivo.

Al polo opposto Renzi trasmette grinta ed energia, perché usa un linguaggio colorato, con termini giovanili, nuovi o presi in prestito agli inglesi. Infarcisce spesso i suoi discorsi con figure retoriche e slogan facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media. I suoi attacchi acuti rapidi e improvvisi danno luogo a un mix fra lo stile esortativo (molto forte, per esempio, in Beppe Grillo) e quello pacato-rassicurante (tipico di Monti e Vendola). Il suo linguaggio politico dunque destabilizza, caratteristica perfetta da attribuire al rottamatore.

Bossi è l’emblema del turpiloquio e Grillo urla, sbraita, dice spesso parolacce, incita, accusa, usa l’ironia (ne avevo parlato qui: “Grillo, l’eccesso fa il successo?”).

Se l’eloquio dell’ex comico è maggiormente esortativo, quello di Vendola è pacato, fa discorsi che sembrano un’omelia, ama le citazioni colte e religiose e proferisce spesso frasi a effetto. Con la sua pronuncia tutta particolare (ha qualche problema col fonema /s/), non è semplice seguire un discorso di Vendola dall’inizio alla fine: il lessico colto, il tono aulico, il politichese, le figure retoriche, le citazioni, la paratassi (troppe subordinate), gli impliciti, i simbolismi, le divagazioni… fanno perdere il filo del discorso, soprattutto a chi non conosce tutte le implicazioni di Vendola o lo sta ascoltando en passant mentre sta facendo altro.

E Berlusconi? Beh, lui si fa riconoscere, sia perché ormai il suo accento milanese, stra-sentito in tv e stra-imitato, si è ben fissato nell’immaginario collettivo, sia per il contenuto delle sue sempre più bizzarre dichiarazioni (che anche quello, solitamente, rimane impresso ai cittadini-elettori!). Nonostante dopo i primi scandali sessuali (vedi il caso Noemi e il Rubygate) B. abbia perso il suo smalto iniziale del grande comunicatore e dell’uomo di spettacolo, riesce comunque ad accaparrarsi un posto nell’agenda mediatica e a farsi sentire con il suo timbro caldo, gli attacchi energetici e l’innalzamento del tono di voce sulle parole-chiave. Il suo linguaggio televisivo, tanto caro al formato politainment, rispecchia alla perfezione il suo modo di essere da chansonnier, gigolò e dell’uomo sempre dalla battuta pronta.

Insomma, riprendendo la questione iniziale: cosa ha in particolare il linguaggio politico? Niente (per i motivi detti in apertura), ma grazie alla sua capacità di modellarsi sulla persona che lo utilizza si può sostenere che esistono tanti tipi di linguaggi politici. È qualcosa che viene fatto proprio dall’oratore, gli si cuce addosso.

E allora qui può nascere un’altra questione: se quando parliamo di calcio col suo lessico specifico non stiamo facendo sport… un politico che utilizza il “suo” linguaggio politico, di fatto, fa già politica?

Annunci

«Non siam mica qui a prematurare la supercazzola»

supercazzola-amici-miei-mascetti

AAA Presidente della Repubblica cercasi.

Sono ora in corso le votazioni per la nomina al Colle. Per ora niente di fatto durante il primo e il secondo scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica. La prima votazione finisce con una fumata nera. Franco Marini non raggiunge il quorum dei due terzi, nonostante l’appoggio ufficiale di 4 forze politiche in Parlamento (Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega Nord).

E anche la seconda votazione è stata inconcludente, come probabilmente anche la terza che avverrà domani. Infatti Pd, Pdl e Scelta Civica lasceranno la scheda bianca, mentre la Lega Nord non parteciperà neanche al voto. Il bivio, in attesa della quarta votazione, è insistere su Marini o trovare un altro nome. Infatti, la partita si gioca proprio al quarto scrutinio, in cui si decide a maggioranza.

Durante la prima votazione c’è anche chi ha voluto fare il simpatico, scrivendo il nome di Raffaello Mascetti nella scheda, il mitico Conte di “Amici miei”, interpretato da Ugo Tognazzi. Conte Mascetti non è altro che l’inventore della “supercazzola prematurata con scappellamento a destra”, un insensato giro di parole in grado di confondere anche l’interlocutore più attento. Ed ecco che sul web si scatenano subito i tormentoni: «Come sarebbe un Presidente della Repubblica che fa una supercazzola alla Merkel o a Putin?». Oppure il fotomontaggio in cui Bersani abbraccia il Conte Mascetti con tanto di didascalia: «Non siam mica qui a prematurare la supercazzola». Ed ecco fatto il parallelo tra la supercazzola di Tognazzi e il politichese di Bersani: un linguaggio oscuro, con parole difficili, tante subordinate, giri di parole, astrazioni e termini specialistici comprensibili solo dagli addetti ai lavori.

Un’altra burla che fa sorridere sono i nomi della soubrette Valeria Marini e del porno attore Rocco Siffredi che sbucano tra le schede. E anche qui gli internauti si scatenano: «Cosa succederà quando Berlusconi scoprirà che Marini si chiama Franco e non Valeria?».

Povera Italia. Meglio farsi una risata.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it).