Perché Renzi non ha perso

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Perché Renzi ha vinto le Primarie? Anzi, perché non ha perso? Delle sue proverbiali doti comunicative e del suo linguaggio usato, ne avevo già parlato qui e qui. Ma oltre alla comunicazione c’è di più. Contenuti?! No, non troppi. Ciò che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo elettorale in questi mesi è la sua immagine. O, per esser più precisi, la sua immagine pubblica condivisa dall’opinione pubblica in un dato momento. Sì, perché l’immagine è sempre il frutto di una rappresentazione perlopiù mediatica: tutto quello che sappiamo dei leader politici è costantemente filtrato dai mass media. E non è tutto. Di questa immagine filtrata, noi cittadini comodi sul divano davanti alla tv, non possiamo ricordare tutto. Così, l’immagine diventa il riassunto dei tratti (visivi, caratteriali e politici) più salienti e mentalmente più accessibili. Insomma, il nostro cervello è così pigro che userà scorciatoie cognitive in grado di farci memorizzare solo i tratti più significativi o più recenti.

L’immagine che Renzi ha proiettato tramite i media è l’immagine dell’everyday man, dell’uomo comune di tutti i giorni, vicino alla gente, capace di ascoltare i problemi delle persone e di mettersi al loro pari. E lo fa non solo a livello comunicativo adottando un linguaggio semplice con vocaboli di uso comune e frasi a effetto, ma anche con la propria gestualità. Anche il corpo, infatti, partecipa nel processo comunicativo con il linguaggio non verbale (dall’espressione del volto, alla postura, alla prossemica, al tono di voce). L’everyday man eccelle nella comunicazione relazionale (a tu per tu con la gente) così come in quella televisiva e in quella del web (ad esempio, con l’hashtag #matteorisponde, Renzi rispondeva in diretta alle domande e ai cinguettii degli utenti in rete).

Inoltre, il nuovo segretario del PD incarna bene anche l’immagine del leader post-identitario: un politico al di sopra della dicotomia destra-sinistra, delle vecchie ideologie e delle contrapposizioni di classe. Un leader politicamente trasversale, adatto a quest’epoca post-moderna. Non a caso molti lo hanno accusato di non avere idee di sinistra e per questo si è beccato anche il soprannome di Berluschino. Il leader post-identitario supera gli schemi tradizionali di competizione politica e, solitamente, cerca di accaparrarsi i voti degli indecisi (o dei delusi).

A tutto questo va aggiunto il carisma, una dote naturale che porta Renzi ad esser riconosciuto dalla gente come un vero leader capace di influenzare e dirigere il popolo. Ed ecco che il paladino è chiamato all’azione e viene investito di una missione (salvare l’Italia dalla crisi politica delle larghe intese, cancellare definitivamente i lasciti del ventennio berlusconiano e portare un’aria fresca con una nuova classe dirigente).

Ovviamente l’immagine non è tutto, ma in queste Primarie ha svolto un ruolo decisivo, in quanto capace di condensare cognizioni e affetti dei candidati. E Renzi, in questo campo, non aveva rivali, era il cavallo vincente nella horse race elettorale. Cuperlo il più svantaggiato: immagine del Genuino, era il leader senza carisma e senza immagine. Le sue performance sono state comunicativamente deboli, neutre e sobrie, nonostante sapesse cogliere la sostanza. Civati invece incarnava l’Outsider, il politico giovane in grado di apportare linguaggi nuovi e competenze diverse al teatrino della politica. Popolare su Twitter (#vinceCivati, lo dicevano tutti), ma non troppo nella realtà quotidiana.

In conclusione, ciò che mi sento di dire è che, nonostante tutto, la partecipazione alle Primarie non è stata il flop che molti si aspettavano. E questo significa che la passione civile non è morta e che i cittadini hanno bisogno di tornare a credere nella politica. Quella vera.

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Primarie PD: istruzioni per l’uso

Tra meno di un mese si svolgeranno le primarie del PD. Un elettore di centro-sinistra si ritrova a scegliere tra le seguenti alternative:

  • l’autore delle “praline dell’ovvio”, il “nientalistaRenzi con i suoi discorsi privi di sostanza politica;

  • Cuperlo, il leader dal carisma sconvolgente che vuole un partito «bello e democratico» (se vabbè…);

  • Civati, il candidato social onnipresente su Facebook, Twitter e blog («Le cose cambiano, cambiandole» è il suo slogan e non c’è da aggiungere altro, è chiaro, no?! No);

  • Pittella e le sue 24 pagine di programma, parole vibranti e altisonanti che nessuno leggerà mai. Probabilmente nemmeno lui.

Per chiarirsi le idee ho fatto il quadrato semiotico delle primarie del PD (click per ingrandire):

Primarie PD

Ok, torniamo seri.

Leggendo i programmi dei candidati, l’elettore si ritrova sommerso da belle frasi a effetto, tanta retorica e politichese.

Pittella ad esempio scrive: «C’è l’urgenza di costruire un futuro che vale». Come, in che modo? Boh, si vedrà. Oppure: «Un nuovo tempo si sta affacciando». Sì, si è affacciato poi però è tornato indietro. E infine: «Dovremmo avvertire l’urgenza del fare». Poi quella del dire, del baciare, lettera e testamento.

Renzi ha riassunto tutte le sue proposte in 18 pagine, Civati invece il più prolisso (ben 70 pagine). Nei loro programmi ci sono tanti «è necessario», «dobbiamo», «bisogna», «occorre»… ma, di preciso, cosa dobbiamo fare?! Boh, metteteci un po’ quello che vi pare e se viene fuori una frase di senso compiuto, va bene.

Il programma dell’ex rottamatore/neo asfaltatore è diviso in tre punti consequenziali tra loro: Renzi può cambiare verso al PD, il PD può cambiare verso all’Italia e l’Italia può cambiare verso all’Europa. In pratica la storia dovrebbe andare così: il candidato vince le elezioni, porta una ventata d’aria fresca al suo partito, insieme possono lavorare per il bene dell’Italia e, infine, risanare i bilanci (e la credibilità) in Europa. Uno storytelling perfetto con lieto fine assicurato. Mah.

Del programma di Cuperlo è stato detto che propone «ricette vecchie e fallimentari». Si adegua ai giovanilismi quando scrive che vuole «un nuovo patto per l’Italia», «un’altra Europa» e soprattutto «un partito che pensa in grande, intelligente, aperto, che appassioni». In pratica un altro PD.

Poi, un po’ amareggiata, ho chiuso tutti i documenti dei candidati (sì, lo ammetto, ho letto anche quello di Pittella), ho sgombrato la mente da tutte quelle belle frasi e ho pensato che ne sarebbe bastata una, e una soltanto, per racchiudere tutto il mio pensiero in quel preciso momento. Ed è quella che Gino Bartali ripeteva ad ogni tappa persa: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare».

Beh, staremo a vedere e… che perda il peggiore!

Ma le elezioni… si vincono vincendole?

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«Le cose cambiano, cambiandole». È lo slogan scelto da Giuseppe Civati per la corsa alla nuova segreteria del Partito Democratico. Neanche a dirlo in rete è partita subito l’ironia, o meglio, la parodia. Come ad esempio il “generatore automatico di slogan di Pippo Civati”, ideato dal blogger Alessandro Capriccioli. Facendo click sul refresh, la pagina ti tira fuori slogan come:

La panna monta, montandola.
L’acqua bolle, bollendola.
Le trombe suonano, suonandole.
Il tempo passa, passandolo.
Gli assegni girano, girandoli.
La carta igienica finisce, finendola.

Insomma, la fiera dell’ovvio e della banalità. A me inizialmente le frasi hanno strappato una risata, ma poi ci ho ripensato bene e mi sono accorta che, in fondo in fondo, non sono poi così lontane dalla realtà. Seguo Civati già da diverso tempo sia sul suo blog che su Twitter e Facebook, spazi digitali in cui il politico è molto attivo. E ad ogni suo nuovo “cinguettio” non posso fare a meno di notare i suoi neologismi: sul blog è Ciwati, sui link è civoti.it e ha addirittura il “CivaCalendar”. Insomma, tutte espressioni degne di “i petardi esplodono, esplodendoli”, oppure, Civati, fattelo dire, lo slogan è banale, banalizzandolo!

Eppure qualche esempio di buona comunicazione politica durante le campagne elettorali c’è stato. Adci (Art Directors Club Italiano), in questo slideshow, ha messo insieme queste idee semplici, ma allo stesso tempo concrete, per far capire che non bastano faccioni di politici su carta patinata o frasi a effetto per parlare ai cittadini. C’è un intero mondo di possibili discorsi da trasmettere agli elettori e, spesso, questo è la via giusta per stabilire un buon dialogo. Solo così il politico può avvicinarsi all’elettore e a conquistare la sua fiducia.

Eppure non sembra neanche troppo difficile. Io la ricetta per una buona comunicazione politica la farei così:

1. Procurarsi un’idea forte
2. Dare forma all’idea, magari in modo chiaro, nuovo e originale
3. Mettere in pratica l’idea
4. Tagliare a fette e servire ai cittadini

Ma, come sempre, i politici italiani, se riescono a superare il punto 1 e 2, poi si bloccano inevitabilmente al punto 3. È più forte di loro.

Non basta dire basta

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Le primarie per scegliere il nuovo segretario del Partito Democratico si terranno l’8 dicembre in tutta Italia. E Matteo Renzi ha già iniziato la sua campagna elettorale per affrontare questa «sfida molto affascinante» che racconterà durante le sue tappe (niente camper stavolta, dice che ha mal di schiena), perché vuole ottenere «un’Italia che cambia verso», come scrive nella sua enews.

E ovviamente non mancano gli slogan e i giochi di parole, tanto cari a Renzi (lo dice lui stesso in una recente intervista condotta da Massimo Gramellini «Come mai a vent’anni partecipò alla Ruota della Fortuna? Adoro i giochi di parole»). Ed eccovi servito lo slogan: “L’Italia cambia verso”. Semplice, chiaro e facilmente memorizzabile. Sì, tutto giusto, d’altronde uno slogan è così che deve essere! Ma guardando la messa in grafica di quanto appena detto, forse non valgono più le stesse osservazioni. Infatti, la campagna lanciata in rete è formata da 8 immagini in cui Renzi pone una serie di problemi ai quali la sinistra deve saper dare delle risposte. Le parole negative si leggono al contrario (da destra verso sinistra), mentre la risposta a questi problemi è scritta come di norma e, dunque, più facile da leggere. Non manca poi la firma “Renzi”, ma con la prima lettera a forma di freccia (sembra l’invito a prendere una rotonda contromano o il simbolo del riciclaggio o del refresh dei nostri PC) e l’immancabile hashtag per Twitter #cambiaverso (l’hashtag fa cool!).

Eppure i concetti renziani sono davvero semplificati, perché si riduce tutto a una dicotomia, a due termini messi in contrapposizione (burocrazia VS semplicità, conservazione VS futuro, raccomandati VS bravi, perdere bene VS vincere, lamentarsi VS cambiare, paura VS coraggio, il Palazzo VS la strada, il Cavaliere VS gli italiani). Ma guardando le grafiche il lettore deve soffermarsi, deve fare uno sforzo cognitivo per riuscire a leggere quelle parole al contrario e analizzare l’informazione. Non è una lettura immediata. Se davvero vuoi capirne il significato devi prenderti un attimo, fermarti e leggere con attenzione. Non puoi dare un’occhiata en passant mentre stai facendo altro.

Insomma, il giochino che l’elettore deve capire è il richiamo al cambiamento, al rinnovamento e al cambio di rotta che Renzi si auspica per tutta l’Italia per dire basta agli ultimi monotoni vent’anni. Mettiamo che l’elettore riesca a capire nell’immediato il messaggio. Mettiamo che riesca anche ad evitare un crampo mentale mentre cerca di leggere le parole al contrario. Mettiamo che per un attimo dimentichi l’amara politica italiana e trovi gradevoli i giochi di parole.

Oppure no. Mettiamo che l’elettore sia stanco di tutti questi giochini. Ecco, è qui che sorgono i problemi. Si sa, la comunicazione politica è fatta anche di immagine. Ma questa non serve a niente se manca tutto il resto. Allora adesso uno slogan lo suggerisco io: non basta dire basta.

Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it.