Comunicare il movimento (dei Forconi)

Forconi

Durante alcune manifestazioni del movimento dei Forconi, a un certo punto i poliziotti si sono tolti il casco fra gli applausi dei manifestanti (qui il video). Il gesto è stato subito oggetto di diverse interpretazioni: per alcuni è stato una prova di solidarietà della polizia nei confronti dei motivi della protesta, mentre per altri è stato definito un «comportamento ordinario collegato al venir meno dello stato di tensione e delle esigenze di ordine pubblico». Nonostante le smentite ufficiali della Questura di Torino, c’è ancora chi continua a sostenere la tesi del gesto di solidarietà, come ad esempio i sindacati di polizia Ugl e Siulp e l’onnipresente del web Beppe Grillo. Sul suo blog infatti scrive: «Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà». Facile no?! No.

Insomma, cosa significa questo gesto? Condivisione della protesta mossa dai Forconi o comportamento che rientra nella prassi quotidiana?

È vero che in quel momento non c’era più uno stato di emergenza e che la situazione sembrava più calma. Ma il gesto è così ambivalente che non è facile trovare una risposta univoca. Come d’altronde sono ambivalenti i volti dei giovani poliziotti appena si tolgono il casco. Cosa stavano pensando in quel momento? Hanno solo ubbidito a degli ordini, hanno ragionato di testa loro o hanno escogitato una grande strategia comunicativa?

Sì, perché ciò che è sicuro è che questo evento ha fatto il giro di tutti i media. Giornali, televisioni, social network lo hanno ritenuto un evento newsworthy, cioè meritevole di esser trasformato in notizia. E ci marciano sopra da giorni.

Dunque che importa se i poliziotti si sono tolti il casco in segno di solidarietà o no? L’importante è che se ne parli. In fondo non è proprio questo lo scopo dei movimenti? Protestare nelle piazze, utilizzare slogan e striscioni, organizzare eventi spettacolari o inaspettati, creare conflitti (spesso anche molto violenti)… sono tutti metodi per dire “noi ci siamo”, o meglio, “noi non ci stiamo”.

Un movimento nasce proprio per denunciare i problemi della società, ma non per risolverli. È qualcosa di eterogeneo (nei Forconi confluiscono operai, imprenditori, agricoltori, disoccupati, studenti, mamme, ultras, ecc.) e di non organizzato (non c’è un interlocutore unico) che denuncia i disagi e i numerosi problemi che affliggono il nostro Paese. Il punto però è proprio questo: un movimento nasce dal caos, ma non gli dà ordine.

E adesso che i Forconi hanno tutta questa attenzione mediatica su di sé cosa intendono fare? Oltre alla violenza, che va condannata, c’è qualcos’altro? Una cosa è certa. Questo movimento è l’ennesima prova della sfiducia crescente nelle nostre istituzioni. Il loro dire “basta” si riflette nell’ormai noto slogan “Tutti a casa”. E non importa se stai a destra, a sinistra, in alto o in basso. È un grido liberatorio comune.

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Egitto. Una democrazia imperfetta

 egitto

24 giugno 2012. Un anno fa, con il 51,7% dei voti, saliva al potere Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente nella storia d‘Egitto. Esponente dei Fratelli Musulmani, durante il suo primo discorso disse: «Sarò il presidente di tutti gli egiziani», mentre dalla Casa Bianca la sua elezione veniva definita «una pietra miliare nella transizione dell’Egitto verso la democrazia». All’annuncio della vittoria di Morsi, in piazza Tahrir, scoppia un boato con urla di gioia, canti e balli.

3 luglio 2013. A distanza di un anno la solita piazza è gremita di gente che spara fuochi d’artificio, urla e sbraita. Stavolta però si festeggia per le dimissioni del presidente Morsi, dopo l’ultimatum imposto dai militari. Destituito dal potere il leader islamista dei Fratelli Musulmani, adesso ci si interroga sulle sorti del Paese.

Proprio un anno fa partivo per l’Egitto, destinazione Cairo per circa un mese e mezzo. Mi ricordo di un episodio in particolare. Ero seduta a un tavolo con un signore egiziano, scuro di pelle, avrà avuto sulla cinquantina. Non ricordo più il suo nome, mettiamo si chiamasse Ahmed. Suo figlio giocava ai nostri piedi con i suoi amici estivi. Il caldo torrido di luglio, il chiasso dei bambini e la stanchezza accumulata durante la mia permanenza in Egitto, avrebbero scoraggiato qualsiasi tipo di conversazione. E invece no, Ahmed ed io cominciammo a parlare (in inglese per intenderci). E non era una banalissima conversazione quotidiana. Parlammo proprio della politica egiziana e delle loro prime elezioni libere. Ahmed dimostrò subito il suo scetticismo riguardo i Fratelli Musulmani e il concetto di democrazia che si portavano dietro. Mi raccontò dell’indizione di queste nuove elezioni che susseguirono alla primavera araba e alla conseguente caduta di Mubarak: finalmente, per la prima volta, venne data voce al popolo. Ma non tutto era come i media ci raccontavano. Mi spiegò che di democratico anche questa volta c’era ben poco e che l’elezione era stata in gran parte pilotata da Washington. Ciò che mi fece capire Ahmed fu che, prima di tutto, la democrazia è un meccanismo per la sostituzione dei governanti tramite elezioni e non grazie a rivolte armate dei militari o del popolo.

Che il governo di Morsi sarebbe stato diverso dalla dittatura di Mubarak era chiaro. Che per la prima volta il leader fosse stato scelto dalla massa anche (o almeno così sembrava all’apparenza). Ma bastavano questi due concetti per sostenere che l’Egitto fosse un Paese democratico?

Gli eventi di questi ultimi giorni ci dicono di più e ci fanno capire quanto la democrazia in Egitto fosse soltanto una dissimulazione. Sì, perché non è sufficiente che i governanti siano stati liberamente votati da una maggioranza per dire di essere in un Paese democratico. La democrazia funziona così: occorre anche la presenza di un’opposizione della quale bisogna rispettarne i diritti. E questo non è accaduto in Egitto. I Fratelli Musulmani anziché aprirsi alle altre correnti hanno voluto monopolizzare lo stato. Ecco perché oggi si protesta e si fa un golpe. Che anche questo di democratico non ha nulla, perché portatore di rivoluzione e violenza. Ma è un colpo di stato applaudito e fortemente voluto dagli egiziani. Non sarà democratico, ma ha un gran consenso popolare alla base. E non è roba da poco.

#OccupyGezi: protesta e social network

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Gezi Park non è niente di speciale: è uno dei parchi più piccoli di Istanbul, in Turchia. Ma ha erba e alberi ed è questo ciò che lo distingue dal grigiore del resto della città. Con i suoi 606 alberi è una macchia verde nel cuore di Istanbul. E ora che il Primo Ministro turco, Erdogan, ha annunciato di voler distruggere il parco per ricostruire l’ex caserma militare Taksim destinata ad ospitare un nuovo centro commerciale, sono scoppiate numerose (e violente) proteste. È una battaglia per la democrazia. Si lotta per far valere il diritto alla città, cioè il diritto di partecipare a un valore collettivo: il paesaggio.

Come nella Primavera Araba, anche in questo caso vediamo l’importanza dei social network nel ricostruire i fatti accaduti, nel tenerci costantemente aggiornati e nel dare informazioni. Sono infatti i social che riempono i buchi lasciati dai media tradizionali. Facebook e Twitter sono le fonti più accreditate, le uniche a cui tutti credono.

La rivoluzione non va in TV? Poco importa, ci pensano i social media a fare un’analisi della situazione, a mostrarci in tempo reale cosa sta accadendo in Piazza Taksim, con foto, video o tweet. Gli hashtag della protesta (#direngeziparki, #occupygezi e #gezipark) per lo più provengono dalla Turchia e almeno uno su due proprio da Istanbul. Questo significa che Twitter viene utilizzato maggiormente dalle persone del posto per informare e, soprattutto, mobilitare. Questo perché manca la copertura da parte dei media turchi e i cittadini, per far ascoltare la loro voce, si rivolgono al potente mezzo di Internet.

Ancora una volta si ha la riprova di quanto siano utili e indispensabili i social network nei momenti di crisi. È questo il principale vantaggio della rete: essere tutti collegati. È qui che la libera espressione e la partecipazione democratica possono svilupparsi pienamente. È qui che va in scena il più grande spettacolo mai visto: il mondo.