Il Manifesto della comunicazione non ostile

«Lo schermo crea un filtro per cui si perde il concetto di distanza, di presenza, di empatia, di pietà nei confronti della vittima. Molte persone che non odierebbero di persona, davanti ad uno schermo diventano delle furie».

Giovanni Ziccardi
(Professore Informatica Giuridica, Università degli Studi di Milano)

I social networks sempre più spesso vengono identificati come un’agorà negativa, ovvero un luogo dove convivono fake news, haters e trolls. E gli italiani come esprimono la loro rabbia online? La rabbia su Twitter è così suddivisa: 40% contro la politica, 27,7% tweets misogini, 23,3% xenofobi, 8,6% omofobi.

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(Fonte: Wired)

E allora perché i social networks siano veramente tali e affinché Internet sia un posto migliore, ribadiamo il Manifesto della comunicazione non ostile:

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(Fonte: Parole Ostili)
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Tutto cambia affinché nulla cambi

Articolo scritto per il sito Comunicare sul Web di Alessandro Scuratti, per spiegare come la comunicazione sia radicalmente cambiata negli ultimi venti anni. In fondo in fondo, però, noi siamo sempre gli stessi.

Vintage social network

Marshall McLuhan, uno dei più importanti teorici della comunicazione, nel 1968 definì il mondo come un “villaggio globale”. Con questo ossimoro voleva spiegare come i mass media riuscissero a ridurre la distanza tra le persone e ad avvicinare (seppur virtualmente) civiltà, culture e idee tra loro diverse. Tutt’oggi questa affermazione rimane valida e, anzi, lo è ancora di più se si pensa alle moderne tecnologie, tra cui smartphone, Internet, Web 2.0 e social network.

La comunicazione muta continuamente, così come la rappresentazione della realtà che produce. Negli ultimi tempi si è assistito a un radicale cambiamento delle logiche mediali, ovvero dei criteri in base ai quali si selezionano e si categorizzano gli eventi. Ecco che il risultato è una continua enfatizzazione dell’immediato dovuta al moltiplicarsi delle informazioni che, al tempo di un battito di ciglia, ci bombardano su ogni fronte. Tutto è schiacciato sul presente, sul “tutto e subito” e come una notizia appare, poi, scompare poco dopo.

Così adesso, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si produce un’enorme quantità di materiali che vengono messi in circolazione e condivisi dagli utenti stessi. Basta avere una connessione ad Internet e il gioco è fatto: la società reale si trasforma una comunità immaginata, virtuale e interconnessa in un’unica rete. Tutti gli utenti possono generare e condividere contenuti sul web 2.0. Tutti, potenziali giornalisti, possono produrre e ricercare informazioni, di qualsiasi tipo. Non cerchiamo più le notizie, ma cerchiamo nelle notizie. I fatti non parlano da soli, ma vengono fatti parlare da una diversità enorme di prospettive e punti di vista. Si allarga così lo spazio sociale mediatizzato e si ridefinisce l’onnicomprendente termine di “giornalista”.

Quindi, per riassumere: velocizzazione del processo informativo e popolarizzazione del prodotto informativo attraverso l’allargamento dello spazio sociale. Poi aggiungiamo anche ipervelocità, atemporalità e condivisione. Ecco la ricetta della comunicazione sul web al giorno d’oggi. Tranquilli, per tutto c’è una messa in grafica.

E allora quando ci mettiamo a sedere davanti allo schermo del nostro PC come facciamo a sapere cosa è degno della nostra attenzione? Chi ci dice «hey, fermati qui, c’è qualcosa che ti può interessare»? Ammettiamolo, il lavoro di selezione dei giornalisti è ancora essenziale: questi si trasformano in bussole interpretative e ci aiutano a districarsi in questo sovraccarico mediatico. Inoltre, gli esperti in materia oggigiorno fanno ricorso al sensazionalismo, alla personalizzazione delle notizie e alla quotidianizzazione dei personaggi pubblici. Tecniche per semplificare la presentazione dei fatti, per facilitare la memorizzazione e la riconoscibilità delle notizie in questo mare magnum informativo. Ma il lavoro dei giornalisti non basta, perché si sa, non c’è tempo di interessarsi a tutto. Ci interessiamo solo a ciò che per noi ha importanza e valore e che, di solito, riesca a trasmetterci qualcosa anche a livello emotivo (una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla).

Insomma, l’abbiamo capito, la scrittura è decisamente cambiata rispetto a qualche decennio fa. Ma la lettura? Quanto è cambiata la lettura, soprattutto se si considera quella digitale? Abbiamo smesso di leccarci il dito e di sfogliare la pagine e abbiamo iniziato a scorrere giù con lo scroll del mouse. E quante volte ci siamo soffermati solo sui titoli o sui grassetti, senza leggere tutto il testo per intero? Titoli, sottotitoli, grassetti, corsivi, link, elenchi, numeri e simboli. Sono questi alcuni “indizi” che ci fanno scoprire il testo digitale. E fin troppe ricerche ci confermano il nostro comportamento sul web: cerchiamo di leggere il meno possibile e, per il principio del risparmio cognitivo, attuiamo diverse tecniche che ci lasciano sorvolare sulla superficie del testo, senza mai entrarci in profondità.

Ecco perché un testo, un racconto, una storia, un articolo o un libro possono essere visti sotto due punti di vista a seconda del metodo di lettura: un testo letto in modo omogeneo, dall’inizio alla fine, può essere paragonato a una strada, un percorso su cui ci si incammina. Se invece la lettura è discontinua, esplorativa, “a spizzichi e bocconi”, allora il racconto è come una finestra dalla quale è possibile entrare e uscire a nostro piacimento. O forse, l’immagine che più si avvicina a un testo, di qualsiasi natura, è quella di una casa, cioè un luogo in cui rifugiarsi e trovare protezione mentre, fuori, tutto scorre alla velocità della luce. Ed è proprio lì che incontriamo personaggi immaginari, visitiamo luoghi sconosciuti e proviamo infiniti sentimenti. Poi, quando torniamo nel nostro mondo, siamo profondamente cambiati. Dunque, cos’è la lettura, se non una garanzia di libertà? Ed è proprio di questo che abbiamo bisogno. Da sempre.

Storytelling 2.0

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Potrei iniziare questo articolo in due modi: spiegandovi cos’è lo storytelling o raccontandovi una storia. Scelgo la seconda opzione.

Ho un’amica su Facebook che parla costantemente di sé: da quello che fa, a quello che dice, fino a quello che pensa o che avrebbe intenzione di fare. Il social network è il suo miglior confidente. È tutto lì, sulla sua bacheca. La foto dell’ultimo acquisto, la canzone sentita in auto, le frasi struggenti per l’ex fidanzato che le ha spezzato il cuore, il resoconto della sua giornata in palestra… tutto è pubblico, pronto alla lettura/visione da parte di chiunque capiti lì.

Son sicura che tutti hanno un personaggio del genere tra i propri amici. E anche non volendo, uno sguardo ce lo butti, anzi, per dirla tutta, vuoi proprio sapere come andrà a finire la storia col suo ex. Oppure, nei casi peggiori, l’unico pensiero che ti viene a mente è: «Sì, beh, hai proprio una vita interessante… ma anche basta!». Così succede che il contatto in questione, il bulimico di Facebook, viene bloccato o rimosso dalla cerchia di amici. Eliminato. Senza pietà.

Lo storytelling è (anche) questo. È l’arte del narrare storie. Le raccontiamo noi, il venditore, il politico. Perché raccontiamo storie? Per coinvolgere emotivamente, per catturare l’attenzione, per semplificare, per far ricordare, per vendere un prodotto, per prendere un voto alle elezioni. L’immagine che viene a mente è quella di una spiaggia al calar del sole e un gruppo di persone riunite intorno a un fuoco che esprimono ciò che, detto in un’altra maniera, non sarebbe oggetto di alcuna attenzione. Oppure l’immagine del nonno che prende sulle ginocchia il nipotino e, per spiegargli cos’è l’egoismo, gli racconta la favola del Lupo e dell’Agnello.

Insomma, prestiamo molta più attenzione a ciò che suscita in noi un’emozione, perché i contenuti puramente razionali non riescono a provocare alcuna implicazione emotiva sulle persone ed è quindi più difficile che si attivi un comportamento concreto di voto, di acquisto o in generale di mobilitazione a compiere una qualsiasi azione.

Anche Salmon in Storytelling. La fabbrica delle storie, spiega come oggigiorno siamo sommersi da narrazioni. Però, fate attenzione, alcune sono buone, mentre altre sono falsanti e propagandistiche: «Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni alle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino in senso inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories».

Ma come è possibile raccontare storie nell’era dei social network? Sì può essere bravi storyteller in 140 caratteri o in un post su Facebook? Si può. È solo diverso rispetto a qualche decennio fa, perché si usano nuovi formati di comunicazione. Il limite dei 140 caratteri su Twitter, ad esempio, fa riscoprire la creatività delle persone, una risorsa sempre rinnovabile con la produzione di hashtag diversi a seconda del fatto d’attualità che si impone nell’opinione pubblica. Certo, si tratta sempre di creatività a breve termine (fai click sul refresh e il tweet è già andato nel dimenticatoio) e di una rappresentazione del sé un po’ falsante (su Facebook ognuno di noi è ben attento a scegliere l’immagine che vuole dare di sé agli atri). Ma adesso funziona così. Roba da tempi moderni.

L’ingrediente principale di una buona narrazione in rete, oltre ad esser sostenuta da buone doti di scrittura, è l’originalità. Non importa se sia lunga o corta. Pensate che nel 1920 Hemingway vinse una scommessa scrivendo una storia di sole sei parole: «Vendesi: scarpe da bambino, mai usate». E poi c’è anche chi sette anni fa ci ha fatto sopra un progetto (guardatevi questo simpatico video di SMITH Magazine) ancora oggi aggiornato dagli utenti del web (qui).

Ammettiamolo, abbiamo bisogno di storie, soprattutto adesso che siamo costantemente bombardati dalle informazioni dei new media. Il sovraccarico mediatico a cui siamo esposti in questo universo iperveloce e atemporale esige una selezione dei racconti più inusuali, che suscitino in noi qualcosa, che riescano a fermare tutto il rumore che c’è intorno. Sì, perché quando leggiamo una storia il tempo si ferma, le emozioni si accavallano, cozzano tra loro e ci portano lontano con la mente.

Poi, si fa un bel respiro e si torna alla realtà.

[Articolo pubblicato anche su Mediumevo]