In parole povere

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Le parole non sono neutre. I nostri politici lo sanno bene. A volte, ci sono parole che, pronunciate da un determinato politico, assumono una connotazione specifica. Oppure diventano la sua cifra distintiva, il suo biglietto da visita. Nel linguaggio politico ben poche parole sono neutre: molto spesso queste sono portatrici di un punto di vista, quello della destra o quello della sinistra, ad esempio. Poi però succede che queste specifiche espressioni entrano nel linguaggio comune di tutti i giorni e vengono utilizzate indistintamente da tutti. Politici di ogni fazione, giornalisti, opinione pubblica, studiosi, opinionisti, commentatori ignari del significato politicamente orientato della parola, del suo particolare colore politico o dell’universo di significato che si porta dietro.

Facciamo due esempi.

Berlusconi utilizzava sempre l’espressione “pressione fiscale” per parlare di tasse. Questa metafora ha la capacità di dare una determinata connotazione (negativa) alle tasse: la pressione, il peso ci ricordano quanto sia difficoltoso pagare le tasse. L’espressione enfatizza il concetto di sacrificio, di fardello da portare sulle spalle, di grave peso morale. Non c’è alcun lato lato positivo. Lo so, è vero, pagare le tasse non piace a nessuno, però è un dovere etico che garantisce cure mediche, istruzione, strade illuminate, assistenza per il futuro, ecc. Insomma, per beneficiare dei servizi offerti dallo Stato (efficienti o meno) bisogna contribuire al bene comune pagando le tasse. Tutto questo però nelle parole “pressione fiscale” non viene fuori. Altre varianti possono essere “cuneo fiscale” e “sgravio fiscale”, sempre connotate negativamente. Come spiega George Lakoffe: «Perché possa esserci uno sgravio, si presuppone che ci sia una situazione gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa di questa sofferenza diventa un eroe. Quindi se qualcuno cerca di fermare l’eroe è un malvagio, perché non vuole che la sofferenza finisca».

Un’altra parola che è entrata nel dibattito pubblico in questi giorni è “Jobs Act”, ovvero il piano di lavoro del neo segretario del Pd Matteo Renzi. Renzi ha deciso di utilizzare una parola inglese, forse perché fa cool (come direbbe lui) o forse per avvicinarsi ai giovani. Il suo linguaggio fresco, semplice e innovativo ha fatto sì che optasse per la parola “Jobs Act” al posto di “Riforma del lavoro”. E questo americanismo non l’ha abbandonato dalle primarie del 2012. La camicia bianca arrotolata ai gomiti c’è, il casual look anni ’80 pure e le parole straniere non mancano mai. Renzi sembrerebbe pronto per il palco di una convention americana. Se però Renzi giudica il Jobs Act come uno strumento nuovo indispensabile per ripartire e far ripartire il mercato del lavoro, c’è invece chi pensa sia il solito elenco di luoghi comuni e banalità. In parole povere… Renzi, ma che stai a di’?!? Tutto fumo e niente arrosto, dicono. Fatto sta che l’espressione è stata ripresa da tutti i media e da tutti i politici, da Grillo a Brunetta, da Alfano alla Camusso. Anche questo termine non è neutro, bensì portatore di un punto di vista preciso: quello di Renzi, del suo stile, del suo modo di fare politica. Ogni volta che sentiremo pronunciare questa parola, inevitabilmente, più che pensare a un tema importante su cui discutere, ci verrà in mente l’immagine di Renzi (anche grazie alla continua ripetizione quotidiana operata dai mass media). E questa è sicuramente un’arma a doppio taglio. Vediamo se Renzi saprà maneggiarla. Vediamo se oltre alle belle parole, alle chiacchiere e alla retorica, ci sarà anche della sostanza concreta. La partenza e le intenzioni sembrano buone e, di questi tempi, non è poco. Ma non basta.

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#Decadenza in 10 tweet

Cani di distrazione di massa

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C’era un poeta latino (Giovenale) che scrisse: «duas tantum res anxius optat, panem et circenses» che, tradotto, viene fuori qualcosa del genere: «[il popolo] desidera ansiosamente solo due cose, pane e giochi circensi». «Panem et circenses». Ma oggi suona meglio «canem et circenses». Perché?! Non perché negli ultimi vent’anni i nostri politici “menano il can per l’aia”, no (beh, in realtà sì, ma magari ne parliamo un’altra volta). E nemmeno perché le opposte fazioni politiche si rincorrono come cani e gatti (anzi, tutt’altro! Vedi “larghe intese”). Il motivo è Dudù.

Chi è Dudù?! Se non sapete ancora chi è vuol dire che non siete al passo con i tempi, perché è il cane più chiacchierato del momento. È ormai diventato una celebrità in tutta Italia, viene fotografato, è sempre su tutti i giornali, ha blog e tantissimi articoli a lui dedicati. È l’indiscusso protagonista delle cronache politiche attuali. È lui, Dudù, il barboncino di Silvio Berlusconi e Francesca Pascale, l’attuale fidanzata. Fedele compagno del Cavaliere, ha accesso a tutte le stanze delle sue innumerevoli case. Si dice che ancora non abbia imparato dove fare i bisognini, ma Berlusconi ci assicura che «è un cane intelligentissimo, gli manca solo la parola». Indiscrezioni rivelano che se avesse parlato, a quest’ora avrebbe già ottenuto un posto a Palazzo Chigi, magari in sostituzione di Alfano. Quando non è impegnato in servizi fotografici o talk show, Dudù fa compagnia a Berlusconi rallegrando le sue intense e travagliate giornate post condanna.

Su L’Espresso Dudù scrive un diario giornaliero riportando gli innumerevoli articoli della stampa cartacea e digitale in cui compare. Alcuni esempi? “Dudù e mamma Trilly, Chi incontra la famiglia del cane di Berlusconi e Pascale, “Dudù, le foto segrete del cane di Berlusconi”, “Dudù da cagnolino a giornalista: ora scrive per L’Espresso”, “Il nuovo segretario di Forza Italia sarà Dudù?”. Oppure la lettera pubblicata su Il Giornale dal titolo “Sono Dudù, per favore lasciatemi in pace”. E chi più ne ha più ne metta. Insomma, in poco tempo il barboncino è entrato prepotentemente a far parte di tutta la stampa e la televisione. Un fenomeno nuovo mai visto in politica. La nuova frontiera del ridicolo.

Tutto ciò ricorda il genere del politainment, termine inglese che unisce la politica (politics) e l’intrattenimento (entertainment). O forse tutto questo interesse mediatico per Dudù non è altro che un metodo per far distogliere l’attenzione del pubblico dalle questioni più importanti del nostro Belpaese (come ad esempio una crisi economico-finanziaria senza precedenti o il baratro in cui è caduto il nostro sistema politico-istituzionale). Notizie di distrazione di massa. Non-notizie degne del salotto di Barbara D’Urso e dei suoi ospiti politicanti. Abracadabra, i fatti scompaiono e i media disinformano. Questo perché, come spiega il linguista statunitense Chomsky, «l’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti».

Dunque, nell’era del sovraccarico mediatico e dell’infobesità, l’obiettivo è farci tenere la mente sempre occupata. E non importa se sia occupata da Dudù, dalla questione Barilla, dal caso Pomì, da X-Factor o dall’ultima kermesse di Renzi alla Leopolda. L’importante è impedire al pubblico di pensare ai fatti importanti e ai problemi reali del Paese.

E allora, forse, tra altri vent’anni, l’immagine che ricorderemo di questi giorni, non sarà la crisi o il sistema politico a pezzi. No. Forse ci rimarrà impressa l’immagine di un cane su una copertina di un settimanale o sullo schermo della tv. E allora lì, proprio in quel momento, saremo davvero consapevoli che l’Italia ha toccato il fondo e che, più in basso di così, c’è solo da scavare.

[Questo articolo è stato pubblicato anche su Mediumevo]

Amenità a Palazzo

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Il peggio delle ultime due settimane riassunto nei tweet, negli stati di Facebook, nei siti web, nei commenti degli internauti o nelle foto virali che hanno circolato in rete.

Si parla di crisi di governo, fiducia, governo Letta, decadenza, falchi, colombe, IVA, Berlusconi, Alfano, Dudù… Come il popolo dei social media ha vissuto questi giorni politicamente pieni di eventi (e amenità).

Spinoza.it

Dal 1994 ad oggi, Berlusconi ha diffuso sette videomessaggi. Al quinto si vinceva una statuetta.

Berlusconi: «Mi rivolgo agli italiani di buon senso». Ma quelli avevano la tv spenta.

«Alle persone perbene dico: reagite, protestate, fatevi sentire». Tutti gli altri possono continuare a votarlo.

Berlusconi: «I processi mi hanno tolto tanto tempo». Bastava farsi condannare al primo.

Berlusconi fa dimettere i suoi a causa dell’aumento dell’iva. Ma perché, doveva ancora pagarli?

I berlusconiani più fedeli pronti a dimettersi. Dudù ha già restituito il collare.

Alfano: «Sarò diversamente berlusconiano». Bene, ti riserviamo un parcheggio.

Berlusconi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Confidiamo nella smentita.

Giovanardi sostiene il governo Letta. E tante altre stronzate.

Letta: «Rischiamo di consegnare il paese all’ingovernabilità». E se poi fa meglio?

Berlusconi è riuscito a saltare sul carro del vincitore e contemporaneamente a guidare quello del perdente.

Nunzia De Girolamo: «Berlusconi ha scelto con la testa e con il cuore». Era giusto far riposare un po’ l’uccello.

Facebook

Maurizio Crozza: «Care italiane, cari italiani, vorrei stipulare un nuovo contratto con voi… o preferite che facciamo in nero?».

Io: «Io sarò sempre con voi, decEduto o no». Grazie B. per averci ricordato che abbiamo 20 anni in più e non è cambiato nulla. Grazie davvero.

Io: 1994-2013: non è cambiato nulla (ad eccezione dei lifting)… Continuerà a fare politica da decaduto, da detenuto e da deceduto.

Io: Nel videomessaggio Berlusconi, nonostante tutto, ha saputo mantenere una certa salma… emmm… calma!

Andrea Scanzi: Berlusconi darà la fiducia. Così le colombe torneranno a non contare nulla e il Pd resterà sotto ricatto. Letta non ha ottenuto nulla (anzi), il Caimano ha fatto il teatrino smentendo se stesso per la trecentesima volta. E la buffonata continua. Contenti loro, scontenti tutti.

Leonardo Pieraccioni: Mettessero una tassa di 0,20 centesimi su tutte le prossime battute di Silvio ai servizio sociali si diventa la Germania.

Berlusconi: «Ho perso undici chili». È il suo classico falso in bilancia.

Prima pagina de Il Giornale del 29 settembre: «Le tasse di Letta fanno cadere il governo».

Lettera del cane di Francesca Pascale pubblicata in prima pagina de Il Giornale (davvero!): «Sono Dudù, per favore, lasciatemi in pace».

Twitter

Enrico Letta (@EnricoLetta): #IVA colpa dimissione parlamentari che ha provocato crisi e reso impossibile continuare. Berlusconi rovesciafrittata, italiani non abbocchino!

Beppe Severgnini (@beppesevergnini): Berlusconi, per il compleanno, si regala una #crisidigoverno. Non poteva andare a cena fuori, come tutti?

Io (@Isottaaa): Adesso piove e non so a chi dare la colpa… #disagio #crisidigoverno

Graber (@graber64): Il #PD ha paura di andare alle urne… Funerarie sottoforma di cenere.

Dio (@lddio): Letta cita Benedetto Croce, dimostrando così che l’unico modo per superare la DC è andare ancora più indietro. #direttaletta

L’Espresso (@espressonline): Non funzionava il microfono. Era la magistratura, sicuramente. #direttaletta

Roberto Tallei (@RobTallei): La #decadenza è una danza che si balla nella latitanza.

Renolto (@renolto): Schifani: «Copione già scritto e se ne conosceva la trama». È stato il maggiordomo.

Dio (@lddio): La #Giunta dice sì alla #decadenza di Berlusconi. Tutto l’Esercito di Silvio è pregato di indossare il perizoma nero in segno di lutto.

Berlusconi, il ritorno

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Ci sarebbero tanti elementi da poter discutere per poter analizzare al meglio il discorso fatto ieri da Silvio Berlusconi per rilanciare Forza Italia. Ho quindi cercato di riassumerli in questo elenco:

  • Incipit: siamo amici, siamo come una grande famiglia, ci vogliamo tutti bene.
  • Equazione del benessere: liberalismo = «meno Stato, meno spesa pubblica, meno tasse».
  • Sinistra (il male) VS destra (il bene). Contrapposizione dicotomica nemici VS amici. Un soggetto si contrappone a un anti-soggetto per rendere la narrazione più semplice da capire/ricordare (ma in questo modo se ne limita la comprensione).
  • Le tasse sono un «bombardamento fiscale». Metafora della guerra, dunque negativa.
  • Noi inclusivo: «siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti», «(crisi) che minaccia il nostro benessere e il nostro futuro», «(tassazione che) sta mettendo in ginocchio le nostre famiglie e le nostre imprese». Siamo tutti sulla stessa barca, siamo uniti in questo momento difficile.
  • Magistratura: aiutante dell’anti-soggetto, cioè della sinistra: «Questa magistratura […] credeva di aver spianato definitivamente la strada del potere alla sinistra».
  • «Successe invece quel che sapete: un estraneo alla politica, un certo Silvio Berlusconi, scese in campo»: scesa in campo dell’eroe, del paladino chiamato dai cittadini per risollevare il Paese. Richiamo al mondo del calcio (“scendere in campo”).
  • «Ero io»: etica della responsabilità e stile soggettivante (proietta nel discorso parte della sua identità, l’enunciatore si manifesta in modo più marcato ed esplicito).
  • Dichiarazione pubblica di innocenza (è entrato in casa di milioni di italiani a reti unificate, doveva dirlo): «Io non ho commesso alcun reato, io non sono colpevole di alcunché, io sono innocente, io sono assolutamente innocente».
  • «E sono davvero convinto di aver fatto del bene all’Italia, da imprenditore, da uomo di sport, da uomo di Stato»: immagine del politico tutto fare (politico, uomo d’affari, sportivo, ecc. Mentre le foto incorniciate dietro di sé con figli e nipoti ci ricordano che è anche un buon marito e un padre di famiglia).
  • Call to action, chiamata dei cittadini all’azione, mobilitazione delle masse: «Per questo, adesso, sono qui per chiedere a voi, a ciascuno di voi, di aprire gli occhi, di reagire e di scendere in campo per combattere questa sinistra e per combattere l’uso della giustizia a fini di lotta politica». Enfasi sul destinatario (reiterazione del “voi”).
  • «Avete il dovere di fare qualcosa di forte e di grande per uscire dalla situazione in cui ci hanno precipitati»: senso di responsabilità, dover fare.
  • Noi inclusivo e appello a ribellarsi: «È arrivato quindi davvero il momento di svegliarci, di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire, di farci sentire».
  • Forza Italia: valorizzata euforicamente con nomi e aggettivi positivi.
  • «Per questo vi dico: scendete in campo anche voi. Per questo ti dico: scendi in campo anche tu, con Forza Italia» e lo dice con l’indice verso la telecamera, a mo’ di Zio Sam (per ridurre la distanza emittente-destinatari).
  • «Diventa anche tu un missionario di libertà»: arruolamento nell’esercito di Silvio («I want you», vedi punto precedente).
  • «Io sarò sempre con voi, al vostro fianco, decaduto o no»: B. si mostra come un padre protettore (o è una minaccia?!).
  • Nota finale: «Forza Italia! Viva l’Italia, viva la libertà: la libertà è l’essenza dell’uomo e Dio creando l’uomo, l’ha voluto libero»: tema religioso per strizzare l’occhio anche all’elettorato cattolico.

Cosa c’è di nuovo? Niente! I concetti, le frasi e gli slogan sono sempre gli stessi. La faccia (tirata dai lifting) pure! I soliti ingredienti triti e ritriti di vent’anni fa. Ed è proprio su questo che fa leva Berlusconi, sull’inguaribile Italia nostalgica. Il ritorno del passato, soprattutto nei momenti di crisi e in un Paese composto per lo più da anziani, è rassicurante. Far resuscitare Forza Italia, far rivivere un partito del passato, richiama la nostalgia dei bei tempi andati. «Si stava meglio quando si stava peggio», dicono i nostri nonni.

E allora ti fermi un attimo a pensare, sospiri e ti accorgi che tutto sommato non è poi cambiato molto rispetto a vent’anni fa. Ma in fin dei conti sai che «the show must go on»… nonostante tu conosca già tutte le battute.

Auto usata

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Pochi giorni fa Demos ha condotto un sondaggio per il quotidiano La Repubblica sul clima politico italiano e sugli orientamenti elettorali. Dalle percentuali emerge che Matteo Renzi si colloca al primo posto nelle preferenze degli italiani: il 32,8% lo vorrebbe come prossimo Presidente del Consiglio. Alle sue spalle Enrico Letta con il 17,2%, seguono Silvio Berlusconi (8,1%), Mario Monti (6,7%), Angelino Alfano (6,6%) e infine Beppe Grillo (4,5%).

Ma cosa ha portato gli elettori a preferire un politico rispetto a un altro? Naturalmente la risposta dipende in gran parte dalle caratteristiche che compongono il leader (la sua immagine, le sue doti comunicative, le sue azioni concrete, le sue competenze, il suo sapere, il suo carisma, ecc.). C’è però da aggiungere che tutta la partita si gioca sul piano della credibilità e della fiducia che l’opinione pubblica ripone nella propria “guida”.

Il tema della fiducia è un elemento essenziale del rapporto tra politica e cittadinanza. È certamente importante credere a “ciò che dice qualcuno”, ma oggigiorno si è più portati a credere (o non credere) a “colui che dice qualcosa”, perché ci si basa sulla coerenza e la credibilità che quel leader politico veicola attraverso la sua immagine e, sulle basi di questo, formuliamo previsioni su come si comporterà o giudizi con cui interpretare il suo frame di riferimento, la sua cornice di senso allʼinterno della quale agirà e grazie alla quale possiamo comprendere i suoi comportamenti e fare inferenze sulla sua identità. Ed e proprio grazie a questa relazione diretta e personale del politico con i cittadini che si contratta la fiducia di questʼultimi.

La credibilità dipende da diverse componenti che il politico cerca di sostenere (soprattutto in campagna elettorale) per poter mantenere la legittimazione del proprio ruolo. Le ho riassunte di seguito.

1) Attendibilità: il politico sa fare il suo mestiere e sa risolvere i problemi? Ci sono prove verificabili?

2) Responsabilità: il politico è capace di realizzare praticamente quello che propone? Agisce per il bene della comunità?

3) Affidabilità: qual è il rapporto tra politico ed elettori? Il politico tiene davvero a ciò che dice o lo dice solo per convincere gli elettori?

4) Reputazione: posso fidarmi di questo politico? Posso certificarne lʼautorevolezza?

In poche parole, i cittadini non dovrebbero far altro che rispondere alla domanda: «Comprereste unʼauto usata da questʼuomo?». Domanda diventata famosa nella storia dalla campagna elettorale statunitense Kennedy vs Nixon per misurare la fiducia che lʼelettorato riponeva nei politici.

Riportando tutto quanto detto al panorama politico italiano attuale… voi, da chi comprereste l’auto usata?! Forse i mezzi pubblici sono l’unica alternativa attualmente possibile.

(Questo articolo, un po’ modificato, è stato pubblicato anche su 055firenze.it)

Le isotopie del linguaggio politico

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Quali sono le parole chiave della politica italiana? Ce lo fa notare Naomi O’Leary, corrispondente della nota agenzia stampa Reuters. Infatti, la giornalista ha provato a tradurre e spiegare per il pubblico statunitense le keywords presenti in modo più frequente nel linguaggio dei nostri politici. Ciò che le è venuto fuori è un simpatico articolo (ma sì, ridiamoci su) dal titolo «From “bunga bunga” to “pianists” – Italy’s political slang» e sottotitolo (traduco io): «Un’enciclopedia del gergo politico italiano ha messo in luce un mondo colorato e bizantino in cui legislatori e giornalisti parlano un linguaggio che non troverete in nessun comune dizionario».

Ed è vero, alcuni di questi termini non riusciremmo certo a trovali su un semplice dizionario, ma sono parole che ormai sono entrate ufficialmente a far parte del nostro linguaggio. Così, ho deciso di fare una prova e di suddividere questi termini in “categorie”, o meglio, in “isotopie”.

Se vi state chiedendo cos’è un’isotopia continuate a leggere, altrimenti, se ne avete già sentito parlare, passate al paragrafo successivo. In semiotica, un’isotopia (dal latino iso = uguale, topos = luogo) è «un insieme di categorie semantiche ridondanti che rendono possibile la lettura uniforme di una storia». Un’isotopia definisce un percorso di lettura omogeneo, poggiando sulla ripetizione di elementi semantici, in modo da indirizzare le attese del lettore. Come spiega Umberto Eco, la funzione delle isotopie è quella di facilitare l’interpretazione dei discorsi o dei testi e di individuare «la coerenza di un percorso di lettura».

In pratica, riprendendo le parole chiave tradotte dalla giornalista della Reuter e incasellandole nelle varie isotopie, è possibile farsi un’idea di come ci vedono al di là dei confini italiani, ovvero come viene considerato il linguaggio dei nostri politici e quali sono i temi di interesse maggiormente discussi nel dibattito politico.

Il linguaggio utilizzato riflette la politica odierna del nostro Belpaese? Eccome! Ecco infatti le isotopie che (ahimé) mi sono venute fuori: isotopia degli scandali sessuali, isotopia dell’inganno e dei privilegi, isotopia della crisi economica, isotopia dell’antipolitica.

Qui di seguito la lista delle parole con la traduzione in inglese proposta dalla giornalista (ma merita leggere tutto l’articolo qui):

1) Isotopia degli scandali sessuali

Bunga bunga (mysterious sexual ritual).

Olgettine (14 young women guests at parties at the home of the former prime minister).

2) Isotopia dell’inganno e dei privilegi

Inciucio (a deal done under the table).

Pianista (a pianst stretches out his arm to press the voting button on his colleague’s desk).

Compravendita (purchase agreement).

Casta (a clique of politicians keeping a grip on privilege and power).

3) Isotopia della crisi economica

Spread (Berlusconi declared in February 2013. «We lived happily for years without worrying about it. It’s an invention of two years ago»).

Esodati (exiled ones).

4) Isotopia dell’antipolitica

Grillini (little grillos or little crickets).

Celodurismo (neologismo nato dal grido del leghista Bossi, “Ce l’ho duro”, tradotto in inglese con “I have it hardism”).

Un bel quadro della politica italiana, no?!

Viva l’Italia (senza Berlusconi)

Giovedì 1 agosto durante la sentenza Mediaset della Corte di Cassazione, Silvio Berlusconi è stato condannato in via definitiva per frode fiscale a quattro anni di reclusione (di cui tre condonati per via dell’indulto e uno da scontare ai domiciliari o con l’affidamento ai servizi sociali). Inoltre è stato stabilito che i termini dell’interdizione dai pubblici uffici dovranno essere definiti in un altro processo d’appello (the neverending story).

Dopo la sentenza Mediaset, Berlusconi ha girato un video messaggio per parlare alla Nazione. Il frame (Palazzo Grazioli) è il solito, ma stavolta l’atmosfera è diversa, più tesa. Niente ironia o sorrisi. In circa nove minuti ha raccontato la storia della sua vita politica: dalla discesa in campo del ’94, passando poi dall’odierna sentenza, fino al richiamo dei «giovani migliori e le energie migliori» per rimettere in piedi Forza Italia. E il filo conduttore di questa storia, il fil rouge che intesse tutto il racconto, è la Magistratura. O meglio, «un vero e proprio accanimento giudiziario che non ha eguali nel mondo civile» (parole sue).

Questo è ciò che si chiama strategia di spostamento dell’attenzione. L’obiettivo è quello di distogliere l’interesse dei media dallo scandalo, rivolgendolo verso altre vicende. Ecco perché insiste tanto sulla Magistratura corrotta, i giudici di sinistra e «l’azione fuorviante della magistratura». E sempre la Magistratura viene definita come «un soggetto irresponsabile» la quale, grazie alla sua «azione ininterrotta», «fece cadere il governo nel ’94».

Ovviamente non è la prima volta che B. utilizza questo metodo: lo aveva già fatto durante il Rubygate o gli altri scandali sessuali, portando tutta l’attenzione sulla questione della privacy, cercando di difendere la sua sfera intima e personale.

In questo modo, Berlusconi si ritrova al centrocampo in posizione di attacco, non di difesa. Passa da accusato a vittima. Da colpevole a eroe.

Il video messaggio è una storia perfetta: c’è un antagonista (la Magistratura) e il paladino che è chiamato all’urgenza per risolvere i problemi che affliggono il Paese. E «in cambio di un impegno di 20 anni quale è il premio? In cambio dell’impegno che ho profuso nel corso di quasi vent’anni a favore del mio Paese, giunto ormai quasi al termine della mia vita attiva, ricevo in premio delle accuse e una sentenza fondata sul nulla assoluto, che mi toglie addirittura la mia libertà personale e i miei diritti politici». Già, non poteva certo mancare l’accusa di irriconoscenza che va ad accentuare ancora di più il suo status di vittima. Vittima dello stato, vittima della legge, vittima dell’intero Paese. Sembra un mondo coalizzato contro Mr. B., che tutto giri intorno a lui e che il resto non esista. Intanto l’Italia muore lentamente.

Infine, Berlusconi conclude il suo discorso con: «Viva l’Italia, viva Forza Italia». Uno slogan già sentito migliaia di volte. Uno slogan di una vecchia pubblicità ormai passata di moda.

Ad ogni politico il suo linguaggio

 Linguaggio politico

Cosa ha di particolare il linguaggio politico? Niente. Se pensate che questa sia una risposta provocatoria o ironica, vi state sbagliando. Il linguaggio dei politici non ha realmente delle caratteristiche proprie da poterlo catalogare in un determinato ambito. Ecco perché:

  • il linguaggio politico non è una lingua specialistica (come quella matematica, informatica, fisica, medica, ecc.);

  • è detto infatti “linguaggio settoriale”, cioè privo di un lessico specialistico vero e proprio e di regole convenzionali particolari;

  • è ricco di ambiguità, reticenze e polisemie;

  • attinge spesso dalla lingua comune o da altre lingue settoriali;

  • è rivolto ad un’utenza molto più ampia e indifferenziata rispetto alle lingue specialistiche;

  • la forza di un linguaggio settoriale si evidenzia nella capacità di imporre il proprio lessico e nella propensione a spostarsi nel linguaggio comune.

Dunque, in breve, il linguaggio dei politici non segue regole particolari, ma è un linguaggio plasmabile a seconda di chi lo utilizza. Ne consegue che ogni politico ha un suo linguaggio specifico. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, se leggiamo o ascoltiamo distrattamente una dichiarazione, sappiamo subito a quale attore politico attribuirla.

Facciamo qualche esempio (qui potete vederlo graficamente nel mio quadrato semiotico).

Bersani e Monti utilizzano un linguaggio tradizionale, infarcito di tecnicismi, politichese e burocratese propri della Prima Repubblica. A Bersani si associa bene un linguaggio astratto pieno di metafore e il suo modo “ondeggiante” di parlare rivela la sua indignazione. Monti invece è la sobrietà in persona e questo si riflette anche nella sua compostezza nel parlare. Sia Monti che Letta usano un linguaggio monotono che calma e rassicura (o fa addormentare, dipende dai punti di vista), mai incisivo.

Al polo opposto Renzi trasmette grinta ed energia, perché usa un linguaggio colorato, con termini giovanili, nuovi o presi in prestito agli inglesi. Infarcisce spesso i suoi discorsi con figure retoriche e slogan facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media. I suoi attacchi acuti rapidi e improvvisi danno luogo a un mix fra lo stile esortativo (molto forte, per esempio, in Beppe Grillo) e quello pacato-rassicurante (tipico di Monti e Vendola). Il suo linguaggio politico dunque destabilizza, caratteristica perfetta da attribuire al rottamatore.

Bossi è l’emblema del turpiloquio e Grillo urla, sbraita, dice spesso parolacce, incita, accusa, usa l’ironia (ne avevo parlato qui: “Grillo, l’eccesso fa il successo?”).

Se l’eloquio dell’ex comico è maggiormente esortativo, quello di Vendola è pacato, fa discorsi che sembrano un’omelia, ama le citazioni colte e religiose e proferisce spesso frasi a effetto. Con la sua pronuncia tutta particolare (ha qualche problema col fonema /s/), non è semplice seguire un discorso di Vendola dall’inizio alla fine: il lessico colto, il tono aulico, il politichese, le figure retoriche, le citazioni, la paratassi (troppe subordinate), gli impliciti, i simbolismi, le divagazioni… fanno perdere il filo del discorso, soprattutto a chi non conosce tutte le implicazioni di Vendola o lo sta ascoltando en passant mentre sta facendo altro.

E Berlusconi? Beh, lui si fa riconoscere, sia perché ormai il suo accento milanese, stra-sentito in tv e stra-imitato, si è ben fissato nell’immaginario collettivo, sia per il contenuto delle sue sempre più bizzarre dichiarazioni (che anche quello, solitamente, rimane impresso ai cittadini-elettori!). Nonostante dopo i primi scandali sessuali (vedi il caso Noemi e il Rubygate) B. abbia perso il suo smalto iniziale del grande comunicatore e dell’uomo di spettacolo, riesce comunque ad accaparrarsi un posto nell’agenda mediatica e a farsi sentire con il suo timbro caldo, gli attacchi energetici e l’innalzamento del tono di voce sulle parole-chiave. Il suo linguaggio televisivo, tanto caro al formato politainment, rispecchia alla perfezione il suo modo di essere da chansonnier, gigolò e dell’uomo sempre dalla battuta pronta.

Insomma, riprendendo la questione iniziale: cosa ha in particolare il linguaggio politico? Niente (per i motivi detti in apertura), ma grazie alla sua capacità di modellarsi sulla persona che lo utilizza si può sostenere che esistono tanti tipi di linguaggi politici. È qualcosa che viene fatto proprio dall’oratore, gli si cuce addosso.

E allora qui può nascere un’altra questione: se quando parliamo di calcio col suo lessico specifico non stiamo facendo sport… un politico che utilizza il “suo” linguaggio politico, di fatto, fa già politica?

Pubblicità intelligenti

“Alcune cose non possono essere coperte. Combattiamo l’abuso delle donne insieme”.

Prima pubblicità araba contro l’abuso delle donne.
(King Khalid Foundation)

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Ceres, elezioni 2013.

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Cartelloni pubblicitari in strada. Scetticismo politico.

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“Tutto è più divertente con un frisbee”.

(Danish Frisbee Sports Union)

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