L'(ab)uso della tecnologia

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#GovernoRenzi in 10 tweet

Articolo pubblicato anche su 055firenze.it

#Decadenza in 10 tweet

Storytelling 2.0

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Potrei iniziare questo articolo in due modi: spiegandovi cos’è lo storytelling o raccontandovi una storia. Scelgo la seconda opzione.

Ho un’amica su Facebook che parla costantemente di sé: da quello che fa, a quello che dice, fino a quello che pensa o che avrebbe intenzione di fare. Il social network è il suo miglior confidente. È tutto lì, sulla sua bacheca. La foto dell’ultimo acquisto, la canzone sentita in auto, le frasi struggenti per l’ex fidanzato che le ha spezzato il cuore, il resoconto della sua giornata in palestra… tutto è pubblico, pronto alla lettura/visione da parte di chiunque capiti lì.

Son sicura che tutti hanno un personaggio del genere tra i propri amici. E anche non volendo, uno sguardo ce lo butti, anzi, per dirla tutta, vuoi proprio sapere come andrà a finire la storia col suo ex. Oppure, nei casi peggiori, l’unico pensiero che ti viene a mente è: «Sì, beh, hai proprio una vita interessante… ma anche basta!». Così succede che il contatto in questione, il bulimico di Facebook, viene bloccato o rimosso dalla cerchia di amici. Eliminato. Senza pietà.

Lo storytelling è (anche) questo. È l’arte del narrare storie. Le raccontiamo noi, il venditore, il politico. Perché raccontiamo storie? Per coinvolgere emotivamente, per catturare l’attenzione, per semplificare, per far ricordare, per vendere un prodotto, per prendere un voto alle elezioni. L’immagine che viene a mente è quella di una spiaggia al calar del sole e un gruppo di persone riunite intorno a un fuoco che esprimono ciò che, detto in un’altra maniera, non sarebbe oggetto di alcuna attenzione. Oppure l’immagine del nonno che prende sulle ginocchia il nipotino e, per spiegargli cos’è l’egoismo, gli racconta la favola del Lupo e dell’Agnello.

Insomma, prestiamo molta più attenzione a ciò che suscita in noi un’emozione, perché i contenuti puramente razionali non riescono a provocare alcuna implicazione emotiva sulle persone ed è quindi più difficile che si attivi un comportamento concreto di voto, di acquisto o in generale di mobilitazione a compiere una qualsiasi azione.

Anche Salmon in Storytelling. La fabbrica delle storie, spiega come oggigiorno siamo sommersi da narrazioni. Però, fate attenzione, alcune sono buone, mentre altre sono falsanti e propagandistiche: «Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni alle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino in senso inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories».

Ma come è possibile raccontare storie nell’era dei social network? Sì può essere bravi storyteller in 140 caratteri o in un post su Facebook? Si può. È solo diverso rispetto a qualche decennio fa, perché si usano nuovi formati di comunicazione. Il limite dei 140 caratteri su Twitter, ad esempio, fa riscoprire la creatività delle persone, una risorsa sempre rinnovabile con la produzione di hashtag diversi a seconda del fatto d’attualità che si impone nell’opinione pubblica. Certo, si tratta sempre di creatività a breve termine (fai click sul refresh e il tweet è già andato nel dimenticatoio) e di una rappresentazione del sé un po’ falsante (su Facebook ognuno di noi è ben attento a scegliere l’immagine che vuole dare di sé agli atri). Ma adesso funziona così. Roba da tempi moderni.

L’ingrediente principale di una buona narrazione in rete, oltre ad esser sostenuta da buone doti di scrittura, è l’originalità. Non importa se sia lunga o corta. Pensate che nel 1920 Hemingway vinse una scommessa scrivendo una storia di sole sei parole: «Vendesi: scarpe da bambino, mai usate». E poi c’è anche chi sette anni fa ci ha fatto sopra un progetto (guardatevi questo simpatico video di SMITH Magazine) ancora oggi aggiornato dagli utenti del web (qui).

Ammettiamolo, abbiamo bisogno di storie, soprattutto adesso che siamo costantemente bombardati dalle informazioni dei new media. Il sovraccarico mediatico a cui siamo esposti in questo universo iperveloce e atemporale esige una selezione dei racconti più inusuali, che suscitino in noi qualcosa, che riescano a fermare tutto il rumore che c’è intorno. Sì, perché quando leggiamo una storia il tempo si ferma, le emozioni si accavallano, cozzano tra loro e ci portano lontano con la mente.

Poi, si fa un bel respiro e si torna alla realtà.

[Articolo pubblicato anche su Mediumevo]

Ma le elezioni… si vincono vincendole?

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«Le cose cambiano, cambiandole». È lo slogan scelto da Giuseppe Civati per la corsa alla nuova segreteria del Partito Democratico. Neanche a dirlo in rete è partita subito l’ironia, o meglio, la parodia. Come ad esempio il “generatore automatico di slogan di Pippo Civati”, ideato dal blogger Alessandro Capriccioli. Facendo click sul refresh, la pagina ti tira fuori slogan come:

La panna monta, montandola.
L’acqua bolle, bollendola.
Le trombe suonano, suonandole.
Il tempo passa, passandolo.
Gli assegni girano, girandoli.
La carta igienica finisce, finendola.

Insomma, la fiera dell’ovvio e della banalità. A me inizialmente le frasi hanno strappato una risata, ma poi ci ho ripensato bene e mi sono accorta che, in fondo in fondo, non sono poi così lontane dalla realtà. Seguo Civati già da diverso tempo sia sul suo blog che su Twitter e Facebook, spazi digitali in cui il politico è molto attivo. E ad ogni suo nuovo “cinguettio” non posso fare a meno di notare i suoi neologismi: sul blog è Ciwati, sui link è civoti.it e ha addirittura il “CivaCalendar”. Insomma, tutte espressioni degne di “i petardi esplodono, esplodendoli”, oppure, Civati, fattelo dire, lo slogan è banale, banalizzandolo!

Eppure qualche esempio di buona comunicazione politica durante le campagne elettorali c’è stato. Adci (Art Directors Club Italiano), in questo slideshow, ha messo insieme queste idee semplici, ma allo stesso tempo concrete, per far capire che non bastano faccioni di politici su carta patinata o frasi a effetto per parlare ai cittadini. C’è un intero mondo di possibili discorsi da trasmettere agli elettori e, spesso, questo è la via giusta per stabilire un buon dialogo. Solo così il politico può avvicinarsi all’elettore e a conquistare la sua fiducia.

Eppure non sembra neanche troppo difficile. Io la ricetta per una buona comunicazione politica la farei così:

1. Procurarsi un’idea forte
2. Dare forma all’idea, magari in modo chiaro, nuovo e originale
3. Mettere in pratica l’idea
4. Tagliare a fette e servire ai cittadini

Ma, come sempre, i politici italiani, se riescono a superare il punto 1 e 2, poi si bloccano inevitabilmente al punto 3. È più forte di loro.

Dove c’è Barilla, c’è caos

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In questi giorni si è discusso molto delle affermazioni di Guido Barilla e delle conseguenti reazioni che si sono scatenate sul web (vedi l’hashtag #boicottaBarilla che è entrato subito nella top ten delle tendenze su Twitter). Per chi se le è perse queste sono state le parole di Barilla in risposta al conduttore de La Zanzara: «Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

In merito alla questione, che ha suscitato tanto polverone nell’opinione pubblica, le domande da porsi sono le più svariate: è contro gli omosessuali? È omofobo? Qual è la definizione di famiglia tradizionale? E le coppie di fatto, divorziate o ricostruite? È una forma di discriminazione? O ha espresso una sua opinione personale nel pieno dei suoi diritti? È la condotta dell’intera azienda? Ecc., ecc. Ma qui ci concentreremo più sul piano dell’espressione piuttosto che su quello del contenuto. E facendo un’analisi in quattro e quattr’otto non ci si mette molto a capire che Barilla, grande manager di una famosa multinazionale in tutto il mondo, ha commesso un grosso errore comunicativo, che probabilmente andrà ad incidere sui futuri profitti dell’azienda e sull’immagine dell’intero brand.

Perché? Beh, intanto stiamo parlando di una tematica che possiamo definire “wedge issue”, ovvero un argomento divisivo che da sempre crea polarizzazioni e schieramenti opposti nel nostro Belpaese. Ma l’errore principale (e qui arriviamo al punto) è stato quello di affermare pubblicamente di non voler mettere una famiglia gay nelle loro pubblicità, perché loro sono per la famiglia tradizionale. Opinione più che legittima, certo (anche se mi chiedo… ma un’azienda, per sopravvivere, non dovrebbe rivolgersi a tutti? L’omofobia non è mai stata una strategia di marketing particolarmente redditizia, ma vabè, affari sua). Il problema è il “noi siamo per la famiglia tradizionale”. Noi chi? È proprio questo noi inclusivo che stona. È un’opinione personale del proprietario, applicata a una marca. Quindi non meravigliamoci se poi i consumatori che non si rivedono in queste idee decidono di cambiare pasta sulla tavola. Adesso tutti i valori positivi associati al brand si sono persi e parte del pubblico faticherà a riconoscersi in Barilla. Il “noi” che prima era inclusivo, ora è diventato esclusivo.

Concludo citando un frammento di articolo che ho letto sul Corriere della Sera: «Alla piccola famiglia degli anni ’80 bastava il mulino per risuonare nei cuori degli italiani. Alla attuale famiglia liquida, frammentata, ricomposta occorrerà rispondere con narrazioni adeguate, capaci di coglierne il senso profondo».

Ed è proprio così che la pubblicità potrebbe salvarci dagli stereotipi: non più guardando alla nostalgia dell’edulcorato passato o anticipando il cambiamento futuro. Ma provando ad essere semplicemente lo specchio (non distorto) della realtà.

Vita social

Social media

In questa infographic ho raccolto un po’ di percentuali per far capire come, ormai da diversi anni, i social media hanno rivoluzionato la nostra vita (quella vera e non quella online). Questi strumenti non sono altro che spazi virtuali per poter condividere messaggi, video, audio, immagini e tutto ciò che ci passa per la testa.

Non solo i social media hanno cambiato il nostro modo di vivere, ma hanno persino rivoluzionato il modo di comunicare delle imprese e la modalità di presentazione delle notizie su TV e giornali. Non è azzardato affermare che i social network (Facebook in primis) dettano l’agenda giornaliera dei principali mezzi di comunicazione di massa. E non è per nulla scontato sostenere che un’azienda, tramite i social network, costruisca brand awareness (consapevolezza che i clienti hanno del marchio) e customer relationship (relazioni di fiducia con i clienti).

Se la prima parola che si può associare ai social media è, abbiamo detto, “condivisione”, la seconda che viene a mente è “approvazione”. Sì, perché si realizza «che non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda», se non trovi accondiscendenza dalle altre persone, se la foto o il post che pubblichi non trovano accettazione dalla tua cerchia di amicizie. È tutta una questione di immagine, apparenza, dissimulazione, felicità a breve termine, valori effimeri. Ne avevo già parlato qui.

E se il dissenso sui social media è scarsamente valorizzato (puoi mettere tutti i “like” che vuoi, ma non c’è mai il pulsante “non mi piace”), come è possibile costruire un contesto costruttivo e intelligente?

Nei social media siamo tutti d’accordo. Nei social media siamo tutti un po’ fake.

The pursuit of happiness (nell’era dei social network)

Happiness

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America è la prima carta che istituzionalizza il cosiddetto diritto alla felicità, “the pursuit of happiness”. Recita così:

«We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights, that among these are life, liberty and the pursuit of happiness».

Traduzione:

«Noi consideriamo le seguenti verità evidenti di per sé: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili dal loro Creatore, che tra questi diritti ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».

I padri costituenti nel 1776 pensarono bene di tutelare i diritti inalienabili dell’uomo come la vita e la libertà, ma ci aggiunsero anche il perseguimento della felicità.

E allora mi sono chiesta… ma ciò che conta è la ricerca della felicità o la felicità della ricerca? Cioè, è più importante la meta oppure il viaggio per raggiungerla? E ancora: si sta bene quando si estorce felicità a se stessi o quando si rende felici gli altri?

Facciamo un passo avanti e dal 1776 andiamo al 2013.

Secondo un sondaggio del Time, il 60% degli intervistati dichiara di non sentirsi meglio con se stessi dopo aver trascorso del tempo sui social media. Questo perché le persone, sulle loro pagine Facebook o Twitter, si mostrano più felici di quello che in realtà sono. Ecco che in bacheca appare la foto dell’ultimo acquisto dell’amica, l’auto appena lavata del vicino di casa, la colazione appena comprata o l’ultimo gioiello ricevuto. Nell’odierna società consumistica si usano i soldi per comprare cose, non esperienze. E si mostrano subito sui social media, perché si realizza «che non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda».

È questa la vera felicità? Forse no, perché il sondaggio rivela anche che le persone sono sempre più tristi e afflitte da disturbi psichici come ansia (30%) e depressione (20%). Probabilmente questo è dovuto al fatto che ricerchiamo la felicità in valori effimeri, come comprare un oggetto da tanto desiderato, guardare la TV nel salotto nuovo o leggere il giornale sull’ultimo modello dell’iPhone. Felicità che una volta raggiunta, svanisce poco dopo.

E allora ti accorgi che la felicità è vera solo se è duratura, se riesci ogni volta a renderla un’esperienza unica e se è realmente condivisa con gli altri.

(Questo articolo è stato pubblicato anche su 055firenze.it)

#OccupyGezi: protesta e social network

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Gezi Park non è niente di speciale: è uno dei parchi più piccoli di Istanbul, in Turchia. Ma ha erba e alberi ed è questo ciò che lo distingue dal grigiore del resto della città. Con i suoi 606 alberi è una macchia verde nel cuore di Istanbul. E ora che il Primo Ministro turco, Erdogan, ha annunciato di voler distruggere il parco per ricostruire l’ex caserma militare Taksim destinata ad ospitare un nuovo centro commerciale, sono scoppiate numerose (e violente) proteste. È una battaglia per la democrazia. Si lotta per far valere il diritto alla città, cioè il diritto di partecipare a un valore collettivo: il paesaggio.

Come nella Primavera Araba, anche in questo caso vediamo l’importanza dei social network nel ricostruire i fatti accaduti, nel tenerci costantemente aggiornati e nel dare informazioni. Sono infatti i social che riempono i buchi lasciati dai media tradizionali. Facebook e Twitter sono le fonti più accreditate, le uniche a cui tutti credono.

La rivoluzione non va in TV? Poco importa, ci pensano i social media a fare un’analisi della situazione, a mostrarci in tempo reale cosa sta accadendo in Piazza Taksim, con foto, video o tweet. Gli hashtag della protesta (#direngeziparki, #occupygezi e #gezipark) per lo più provengono dalla Turchia e almeno uno su due proprio da Istanbul. Questo significa che Twitter viene utilizzato maggiormente dalle persone del posto per informare e, soprattutto, mobilitare. Questo perché manca la copertura da parte dei media turchi e i cittadini, per far ascoltare la loro voce, si rivolgono al potente mezzo di Internet.

Ancora una volta si ha la riprova di quanto siano utili e indispensabili i social network nei momenti di crisi. È questo il principale vantaggio della rete: essere tutti collegati. È qui che la libera espressione e la partecipazione democratica possono svilupparsi pienamente. È qui che va in scena il più grande spettacolo mai visto: il mondo.

Fiato sul Colle

Web round-up post rielezione Napolitano

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Spinoza.it

«Rieletto Napolitano. Stappiamo un brodino».

«Napolitano verso il bis. Ma senza il “Bene! Bravo!”»

«Questo Paese ha bisogno di un presidente in tempi brevi. Cosa aspetta la mafia a mettere una bomba?».

«L’ottantottenne Napolitano destinato a restare al Quirinale. Dopo Sabrina e Cosima, un’altra condanna a vita».

Facebook

Roberto Saviano: «La rielezione di Napolitano è il disperato tentativo di fermare il tempo, da parte di chi oggi non sa più in che direzione andare. Ogni prospettiva futura è bruciata nel volgere di un attimo. Il re è davvero nudo e non è un bel vedere».

Leonardo Pieraccioni: «Come in quei film dell’orrore che sembra tutto finito, si siedono sul divano col fiatone e… ta tan! Rispunta da dietro Napolitano!».

Leonardo Pieraccioni: «Questo attuale PD è come la sigaretta elettronica è stato inventato per smettere».

Demopazzia: «Vendola è contro il governissimo perché non riesce a dirlo».

«Ecco il nuovo che avanza!».

«Finalmente una donna giovane!».

«Presidente della Repubblica… di quale Repubblica? Delle Banane?».

«La Mummia 2 – Il Ritorno».

«Bersani dopo le dimissioni dichiara: “Almeno per qualcosa verrò ricordato”».

«Cambia tutto per non cambiare niente (Gattopardo)».

Twitter

Maurizio Crozza (@CrozzaTweet): «Oggi hanno bruciato anche Prodi… È il secondo candidato del PD, bruciato dal PD: è autocombustione…».

Claudio Cecchetto (@CloCecchetto): «Vedendo questa elezione penso che l’unica ambizione dei giovani purtroppo sarà quella di diventare vecchi».

«L’Italia è un paese senza figure di riferimento, ma solo con figure di merda».

«Questo è un Paese per vecchi con prospettive per morti».

Selen (@LaSelenOfficial): «Che roba la politica… non ho visto coglioni più grossi nemmeno quando lavoravo».

«Non è un golpe, ma fa schifo lo stesso».

Grillo

#Rodotàperchéno?! «Troppo colto? Troppo indipendente? Troppo onesto? Troppo popolare? Troppo presidente di tutti? Troppo intransigente verso scandali come MPS? Io vorrei una risposta da Bersani, non lo capisco, non riesco a capacitarmi del fatto che il suo partito non voti Rodotà».

Riflessione

La soluzione?! Emigrare.