Parliamo di politica… ma prima ti racconto una fiaba

C’è un incredibile legame che lega insieme semiotica e politica. Ma prima partiamo da una domanda: cos’è la semiotica?

Secondo l’Enciclopedia Treccani la semiotica è la «scienza generale dei segni, della loro produzione, trasmissione e interpretazione, o dei modi in cui si comunica e si significa qualcosa, o si produce un oggetto comunque simbolico». La semiotica è una disciplina applicabile in molti campi: dalla politica, ai nuovi media, dagli articoli di giornale fino alle pubblicità della televisione.

Non avete ancora capito di cosa si tratta vero? Allora proviamo a fare un esempio pratico. Prendiamo una delle fiabe più conosciute al mondo: Cappuccetto Rosso. In questo caso applicheremo ciò che lo studioso Greimas chiama “semiotica narrativa”, perché si utilizza questo metodo per analizzare un testo scritto (se dovevamo analizzare un’opera artistica avremmo dovuto utilizzare una semiotica figurativa o plastica).

Se non vi ricordate la fiaba di Cappuccetto Rosso rileggetela qui.

Bene, ora partiamo con l’analisi.

Fiaba

Innanzitutto vediamo che gli elementi principali della narrazione (cioè gli attanti) sono Soggetto, Oggetto di valore, Aiutante e Oppositore. Chiariamoci un po’ le idee.

Il Soggetto è il personaggio che o si trova in una certa situazione statica o compie determinate azioni.
L’Oggetto di valore è un oggetto che ha un valore per il Soggetto. È cioè importante per il Soggetto, o perché gli permette di essere felice, di raggiungere il suo scopo o perché, al contrario, lo rende infelice e deve liberarsene o fuggire da esso. L’Oggetto di valore non deve necessariamente essere un oggetto concreto. Potrebbe essere una persona o un concetto astratto.
L’Opponente è un personaggio, una cosa o una situazione che ostacola il Soggetto nella realizzazione di un Piano Narrativo (PN), ovvero ciò che il Soggetto vuole fare o raggiungere.
L’Aiutante è un personaggio, una cosa o una situazione che aiuta il Soggetto a realizzare un PN.

Greimas, semplificando lo schema del linguista russo Propp, ha individuato uno schema (chiamato Schema narrativo canonico) che si adatta a qualsiasi tipo di narrazione:

Manipolazione: qualcuno (un Destinante) fa fare qualcosa a qualcun altro (l’eroe);
Competenza: l’eroe acquista le capacità per compiere la missione;
Performanza: l’eroe passa all’azione vera e propria;
Sanzione: chi ha compiuto l’azione è premiato, non premiato o punito.

Inoltre, i vari attanti possono essere mossi da diversi scopi a seconda delle modalità che hanno acquisito:

Dovere: rappresenta la sfera degli obblighi dell’uomo (nei confronti della società, di se stesso, dei suoi cari, della religione…);
Volere: sfera dei desideri;
Sapere: sfera delle conoscenze;
Potere: mezzi materiali (capacità fisiche o strumenti) che permettono di compiere azioni.

Questo schema si può applicare a qualsiasi tipo di situazione. Ed ecco che siamo arrivati alla politica. Ad esempio, in una campagna elettorale avremo le seguenti fasi:

Manipolazione: un Destinante chiama il politico ad agire (può essere l’amore per la patria, il senso di responsabilità, la Democrazia, i cittadini, ecc.);
Competenza: assunzione da parte del politico delle competenze necessarie (poter fare, saper fare, dover fare e voler fare) a svolgere il compito;
Performanza: realizzazione del programma narrativo da parte del politico, è il momento dell’azione, ovvero della campagna elettorale, la quale si trasforma in una prova che i candidati devono affrontare per dimostrare agli elettori la loro competenza;
Sanzione: verifica della riuscita del programma narrativo (responso dei media e degli elettori).

Facciamo un esempio guardando al di là dei confini italiani: Obama. Anche lui (come Cappuccetto Rosso!) nell’ultima elezione presidenziale statunitense ha dovuto superare tre prove:

una prova qualificante: il leader accetta la candidatura alle elezioni presidenziali con il suo acceptance speech durante la Convention democratica;
una prova decisiva: i tre dibattiti tra i due candidati, uno storytelling avvincente con lieto fine composto da tre fasi (dura sconfitta, faticosa rimonta, trionfo finale);
una prova glorificante: la vincita delle elezioni e la sconfitta del suo antagonista (Romney).

Come si è visto, Cappuccetto Rosso e campagne elettorali hanno più elementi in comune di quanto si possa pensare. D’altronde la politica è questione di racconto, ne avevo già parlato qui.

La politica è questione di racconto

whats-your-story-evelina-kremsdorf

Vladimir Propp è un linguista russo che ha individuato una struttura narrativa costante rintracciabile in ogni fiaba. Ha così dimostrato che ogni storia inizia con la rottura dell’equilibrio iniziale (c’è un problema da risolvere), poi un eroe è chiamato a ristabilire l’ordine e, dopo aver superato varie prove e essersi confrontato con l’anti-eroe (o antagonista), riesce a vincere la propria missione e a concludere la storia con un lieto fine.

Solitamente il protagonista, per arrivare al suo scopo, deve superare tre prove: una prova qualificante, una prova decisiva e infine una prova glorificante. In semiotica, tutto ciò si concretizza in un programma narrativo (PN): una successione di stati e trasformazioni relativi a un soggetto e un oggetto di valore, cioè al suo scopo. Un programma narrativo è ciò che un soggetto vuole fare e si sviluppa sempre in relazione ad un programma inverso, quello dell’anti-soggetto/antagonista.

Come è possibile ricollegare Propp e le fiabe russe alla politica odierna? Molto semplice. I media, ormai pervasivi e ubiqui, non fanno altro che raccontare storie tutti i giorni. Storie mass-mediatiche a cui la politica si conforma alimentandole. In politica qualsiasi evento è sempre il racconto di un soggetto e di un anti-soggetto che gli si oppone. La fiaba mass-mediatica segue sempre uno schema binario, una continua dicotomia che porta l’elettore a schierarsi da una parte piuttosto che unʼaltra e costruisce la scelta tra lʼuno o lʼaltro campo non solo come semplice, ma come logica, inevitabile.

Ma non solo. Nell’epoca della personalizzazione, anche i politici stessi ci raccontano storie quotidianamente. Tramite vicende personali o di vita quotidiana alimentano il loro storytelling per rendere più efficace la comunicazione, per facilitare la memorizzazione di un discorso e per coinvolgere emotivamente chi ascolta. Insomma, per ottenere consensi e per entrare nel cuore degli elettori, è necessario che i politici siano in grado di comunicare la loro storia personale e attraverso questa conquistare la fiducia dei cittadini. Tutti i politici ci raccontano storie, a volte essi stessi diventano delle storie: «you are the story, tu sei un eroe».

Esempi pratici di storie contemporanee? Obama incarna il sogno americano, dell’uomo di colore che proviene da una famiglia di umili origini, il self made man che dopo molti sacrifici ce l’ha fatta. Berlusconi che con la sua discesa in campo nel 1994 ha costruito tutto il suo consenso sulla sua storia personale ed è riuscito a diventare Presidente del Consiglio candidandosi solamente alcune settimane prima del voto senza un passato politico alle spalle che potesse legittimarlo. Nichi Vendola, durante le sue lunghe omelie, ci ricorda la sua storia piena di contraddizioni (omosessuale e cattolico, orecchino e Bibbia). Di Pietro si associa subito all’immagine di Pubblico ministero nell’inchiesta Mani Pulite, Monti al tecnico subentrato per (tentare di) salvare l’Italia dal baratro, Renzi si racconta costantemente sui social network e Grillo porta con sé tutto il suo passato di comico.

Non c’è niente da fare. I leader che non suscitano in noi una risonanza emotiva non ci toccano. Una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla.

«La politica è questione di racconto», dice Drew Westen. E noi, come i bambini, sappiamo che il drago non esiste e che la storia è inventata. Ma ci crediamo lo stesso.