Selfie europeo

Renzi europa

Obama, Bill Clinton, Papa Francesco, Madonna, Luca Parmitano, calciatori, politici, star dello spettacolo o del cinema, io, voi… tutti almeno una volta hanno ceduto alla moda del selfie, o semplicemente “autoscatto”, contribuendo alla mostra mondiale di ritratti autorealizzati.

Il selfie è diventato così virale tanto da entrare nell’Oxford Dictionary, il dizionario più famoso al mondo. Come ha spiegato Francesca in un interessantissimo articolo per SemioBo, il selfie è:

  • linguisticamente e convenzionalmente, la massima espressione del ;
  • tecnicamente, l’evoluzione della fototessera;
  • semioticamente, la morte definitiva della soggettività (non c’è un punto di vista preciso, ovvero un osservatore ben definito che vede il soggetto della foto o una prospettiva secondo cui è stata creata la scena osservata);
  • praticamente, un continuo appello allo spettatore, un’ossessiva ricerca del destinatario (il selfie non può rimanere nella galleria dello smartphone, ma deve essere condiviso sui social network istantaneamente).

E il selfie ha fatto capolino anche durante l’intervento di Matteo Renzi al Parlamento europeo di Strasburgo per l’avvio del semestre italiano di presidenza del Consiglio UE. «Se oggi l’Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Emergerebbe il volto della stanchezza, della rassegnazione, della noia», ha detto il premier tutto tronfio e pieno di sé davanti a una platea di europarlamentari.

Ma le metafore continuano. Ad esempio dice che «non ci sarà spazio per l’Europa se accetteremo di restare solo un puntino su Google Maps», poi passa a parlare di «climate exchange» e «smart Europe», senza però tralasciare miti classici come l’Odissea.

Le metafore 2.0 sono quelle che colpiscono di più e che riescono a destabilizzare la comunicazione politica tradizionale. Sì, perché ormai farsi un selfie o cercare un luogo su Google Maps sono tendenze così diffuse tanto da essere entrate nel nostro lessico quotidiano. Ecco perché il premier, nell’aula di Strasburgo, ha utilizzato tutte queste espressioni social: per aumentare la comprensione, per semplificare questioni complesse e per rendere il discorso più visibile usando concetti concreti. Dunque, oltre a mostrare tutta la sua fiducia nel futuro digitale, Renzi ha reso il suo discorso più efficace, memorizzabile, facile da riprendere dalle logiche mediatiche e, soprattutto, più emotivo.

Ovviamente, il giorno seguente, tutti i mass media che per loro natura utilizzano una comunicazione rapida e per slogan (con i cosiddetti sound bites, frammenti di dichiarazioni), hanno ripreso la metafora del selfie di Renzi. E anche Twitter e Facebook si sono riempiti di critiche e battute, ma anche qualche apprezzamento.

Insomma, Renzi si conferma il bravo comunicatore di sempre, disinvolto nel parlare, innovativo nel linguaggio. Ma spesso esagera. Infatti, non si limita solo ad utilizzare termini giovanili e informali, nuove tecniche di comunicazione e un linguaggio fresco, ma ostenta la propria bravura. Ed è proprio questo elemento che solitamente attrae i critici più spietati. Ma chissà, magari è davvero la svolta buona.

Chi vivrà vedrà. Intanto buona fortuna. Non a lui: a noi.

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Tutto cambia affinché nulla cambi

Articolo scritto per il sito Comunicare sul Web di Alessandro Scuratti, per spiegare come la comunicazione sia radicalmente cambiata negli ultimi venti anni. In fondo in fondo, però, noi siamo sempre gli stessi.

Vintage social network

Marshall McLuhan, uno dei più importanti teorici della comunicazione, nel 1968 definì il mondo come un “villaggio globale”. Con questo ossimoro voleva spiegare come i mass media riuscissero a ridurre la distanza tra le persone e ad avvicinare (seppur virtualmente) civiltà, culture e idee tra loro diverse. Tutt’oggi questa affermazione rimane valida e, anzi, lo è ancora di più se si pensa alle moderne tecnologie, tra cui smartphone, Internet, Web 2.0 e social network.

La comunicazione muta continuamente, così come la rappresentazione della realtà che produce. Negli ultimi tempi si è assistito a un radicale cambiamento delle logiche mediali, ovvero dei criteri in base ai quali si selezionano e si categorizzano gli eventi. Ecco che il risultato è una continua enfatizzazione dell’immediato dovuta al moltiplicarsi delle informazioni che, al tempo di un battito di ciglia, ci bombardano su ogni fronte. Tutto è schiacciato sul presente, sul “tutto e subito” e come una notizia appare, poi, scompare poco dopo.

Così adesso, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si produce un’enorme quantità di materiali che vengono messi in circolazione e condivisi dagli utenti stessi. Basta avere una connessione ad Internet e il gioco è fatto: la società reale si trasforma una comunità immaginata, virtuale e interconnessa in un’unica rete. Tutti gli utenti possono generare e condividere contenuti sul web 2.0. Tutti, potenziali giornalisti, possono produrre e ricercare informazioni, di qualsiasi tipo. Non cerchiamo più le notizie, ma cerchiamo nelle notizie. I fatti non parlano da soli, ma vengono fatti parlare da una diversità enorme di prospettive e punti di vista. Si allarga così lo spazio sociale mediatizzato e si ridefinisce l’onnicomprendente termine di “giornalista”.

Quindi, per riassumere: velocizzazione del processo informativo e popolarizzazione del prodotto informativo attraverso l’allargamento dello spazio sociale. Poi aggiungiamo anche ipervelocità, atemporalità e condivisione. Ecco la ricetta della comunicazione sul web al giorno d’oggi. Tranquilli, per tutto c’è una messa in grafica.

E allora quando ci mettiamo a sedere davanti allo schermo del nostro PC come facciamo a sapere cosa è degno della nostra attenzione? Chi ci dice «hey, fermati qui, c’è qualcosa che ti può interessare»? Ammettiamolo, il lavoro di selezione dei giornalisti è ancora essenziale: questi si trasformano in bussole interpretative e ci aiutano a districarsi in questo sovraccarico mediatico. Inoltre, gli esperti in materia oggigiorno fanno ricorso al sensazionalismo, alla personalizzazione delle notizie e alla quotidianizzazione dei personaggi pubblici. Tecniche per semplificare la presentazione dei fatti, per facilitare la memorizzazione e la riconoscibilità delle notizie in questo mare magnum informativo. Ma il lavoro dei giornalisti non basta, perché si sa, non c’è tempo di interessarsi a tutto. Ci interessiamo solo a ciò che per noi ha importanza e valore e che, di solito, riesca a trasmetterci qualcosa anche a livello emotivo (una comunicazione puramente razionale non ci coinvolge, non ci dice nulla).

Insomma, l’abbiamo capito, la scrittura è decisamente cambiata rispetto a qualche decennio fa. Ma la lettura? Quanto è cambiata la lettura, soprattutto se si considera quella digitale? Abbiamo smesso di leccarci il dito e di sfogliare la pagine e abbiamo iniziato a scorrere giù con lo scroll del mouse. E quante volte ci siamo soffermati solo sui titoli o sui grassetti, senza leggere tutto il testo per intero? Titoli, sottotitoli, grassetti, corsivi, link, elenchi, numeri e simboli. Sono questi alcuni “indizi” che ci fanno scoprire il testo digitale. E fin troppe ricerche ci confermano il nostro comportamento sul web: cerchiamo di leggere il meno possibile e, per il principio del risparmio cognitivo, attuiamo diverse tecniche che ci lasciano sorvolare sulla superficie del testo, senza mai entrarci in profondità.

Ecco perché un testo, un racconto, una storia, un articolo o un libro possono essere visti sotto due punti di vista a seconda del metodo di lettura: un testo letto in modo omogeneo, dall’inizio alla fine, può essere paragonato a una strada, un percorso su cui ci si incammina. Se invece la lettura è discontinua, esplorativa, “a spizzichi e bocconi”, allora il racconto è come una finestra dalla quale è possibile entrare e uscire a nostro piacimento. O forse, l’immagine che più si avvicina a un testo, di qualsiasi natura, è quella di una casa, cioè un luogo in cui rifugiarsi e trovare protezione mentre, fuori, tutto scorre alla velocità della luce. Ed è proprio lì che incontriamo personaggi immaginari, visitiamo luoghi sconosciuti e proviamo infiniti sentimenti. Poi, quando torniamo nel nostro mondo, siamo profondamente cambiati. Dunque, cos’è la lettura, se non una garanzia di libertà? Ed è proprio di questo che abbiamo bisogno. Da sempre.